Morte di Arafat: le chance dell’Europa

Articolo pubblicato il 11 novembre 2004
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Articolo pubblicato il 11 novembre 2004

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La Palestina può approfittare della morte di Arafat per cambiare strategia e risolvere il conflitto con Israele. Guardando all’Unione Europea.

Molti pensano che con la morte di Yasser Arafat le cose si complichino. Il futuro della Palestina, di Israele e del confronto di civiltà che su scala internazionale produce terrorismo internazionale e guerra in Iraq sarebbe a fortemente a rischio. Ma le cose non sono cosí semplici.

Non ci saranno lotte fratricide

Ma la scomparsa del Raìs non dovrebbe scatenare lotte fratricide tra i palestinesi per la successione al potere. La costituzione dell’Autorità Palestinese prevede infatti che alla morte del Presidente dell’Autorità Palestinese, sarà il Presidente del Parlamento a rappresentare lo Stato per 60 giorni, allo scadere dei quali saranno convocate le elezioni per eleggere il nuovo leader. Inoltre, anche lo Statuto dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina regola la successione. Non dovrebbero esistere, quindi, motivi per temere una transizione violenta che divida ulteriormente il mondo arabo e renda impossibile riprendere i negoziati per la risoluzione del conflitto israelo-palestinese. Si può quindi dedurre che se tutto ciò avviene pacificamente, senza lotte intestine, potrebbe finalmente accedere al potere in Palestina una generazione pragmatica, rispettosa delle istituzioni, con tutte le garanzie che questo apporterebbe al Processo di pace nella regione. Si potrebbe forse supporre un allontanamento dalle posizioni oltranziste che impediscono il dialogo tra Occidente e mondo arabo. Inoltre saremmo in presenza di un popolo palestinese e dei suoi dirigenti impegnati per il successo di questo sforzo, sviando quindi l’attenzione dall’Iraq, ora che infuriano gli attacchi a Falluja e sapendo quanto negli ultimi anni si siano alimentati il conflitto palestinese e iracheno. Questo sarebbe lo scenario migliore in cui potrebbe entrare in azione la diplomazia europea.

Ora l’Europa può diventare un miglior interlocutore

Ma il problema della Palestina e del mondo arabo è più complesso. La verità è che gli arabi devono rivoluzionare la loro strategia di comunicazione. Sono anni e anni che i paesi arabi non sono uniti, persino sulla causa palesitinese. Se vogliono risolvere i problemi di incomprensione di cui tanto si lamentano quando si dirigono all’Europa e agli Stati Uniti, devono parlare con una voce sola. E, una volta raggiunta quest’unità, devono scegliere accuratamente il proprio interlocutore e mediatore: il mondo arabo si è specializzato eccesivamente nel dialogo coi paesi anglosassoni. E questo non gli ha comportato né speciali benefici né una particolare comprensione. Forse è giunto il momento di diversificare il dialogo verso altre realtà linguistico-culturali come quelle francese, spagnola e tedesca. E c’è di più: lo stesso universo linguistico europeo, con la sua tradizione di negoziazione e i suoi buoni rapporti col mondo arabo, potrebbe aiutare a stimolare l’unità all’interno del campo arabo. Obiettivo: pervenire ad accordi di massima tali da mettere allo scoperto la volontà e la capacità di negoziare di Israele e degli Stati Uniti e che li obblighino ad arrivare ad un accordo, soprattutto ora che Bush, poco sensibile ai reclami palestinesi, è stato rieletto.

La macchina diplomatica dei paesi europei possiede canali che possono arrivare molto lontano in molti paesi. La Palestina deve saper sfruttare, ora che si apre una nuova pagina di Storia dopo la morte di Arafat, i vantaggi che offre l’Unione Europea al momento di presentare alla comunità internazionale un accordo di massima coi dirigenti israeliani che sia appoggiato unanimamente da tutta la comunità araba. A volte lo stile è tutto. E lo stile “Europa” è in rialzo.