Morrissey: ecco chi è Steven Patrick

Articolo pubblicato il 06 dicembre 2013
Articolo pubblicato il 06 dicembre 2013

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Sul finire dell'estate l'autobiografia di Morrissey viene pubblicata tra le molte controversie di sottofondo. Ma cosa ci dicono queste 500 pagine su quello che è considerato uno dei più influenti parolieri d'oltremanica, seconda icona della musica britannica ancora vivente? Chiuso il libro, mi sono fatta tatuare sulla fronte la faccia di Moz?

Nessuna novità in ef­fet­ti.  Il ta­tuag­gio aspet­te­rà. Non vo­glio di­lun­gar­mi sulle qua­li­tà let­te­ra­rie del libro in sé che, in­ve­ce di es­se­re sud­di­vi­so in ca­pi­to­li, si ar­ti­co­la in­tor­no alla morte dei pa­ren­ti del­l'au­to­re. Bastano i commenti di chi si è indignato perché quest'au­to­bio­gra­fia è stata pub­bli­ca­ta da Pen­guin Clas­sic (la casa edi­tri­ce pub­bli­ca so­prat­tut­to gran­di clas­si­ci la cui qua­li­tà è ormai com­pro­va­ta, ndr). Mi permetto però un ap­pun­to: l'i­dea di in­se­ri­re nel rac­con­to più pagine dedicate alla descrizione sul procedimento giudiziario del bat­te­ri­sta di The Smi­ths (il suo vec­chio grup­po, ndr) o sull'in­con­tro con il fan­ta­sma delle pa­lu­di me­ri­ta­no una sola pa­ro­la. Nella lin­gua del­l'au­to­re. In­te­re­sting

MOZ - outsider di manchester

«Alma mater mat­ters» : è soprattutto una Manchester cupa e industriale a formare artisticamente Morrissey. Nel raccontare la sua infanzia, Moz disegna con uno stile dettagliato non privo di qualità letterarie (e allitterazioni) l'immagine di Madche­ster - la città di quella bion­da ro­bu­sta che, col con­cor­so del suo aman­te, condusse 5 bam­bi­ni al sonno eterno sui fondali di una palude. È un la­bi­rin­to di stra­de umide, una città dove il te­le­fo­no squilla, e la madre: "Steven, è Ian Curtis!". Moz parla di lei come di una bellezza piena di bontà. Quanto al padre, sappiamo che non lo amava incondizionatamente. Fuori di casa, in realtà, le cose vanno molto peggio. Il suo in­se­gnan­te di edu­ca­zio­ne fi­si­ca si in­te­res­sa un po' trop­po da vi­ci­no della ci­ca­tri­ce che ha sul ven­tre quan­do Moz fa la doc­cia negli spo­glia­toi, e il ra­gaz­zo si ri­tro­va ai mar­gi­ni della so­cie­tà con la sua meche di ca­pel­li bion­di. In poche parole, la can­cre­na del­l'in­com­pren­sio­ne dilaga. Trop­po pre­sto fa co­mu­nel­la con per­so­nag­gi ec­cen­tri­ci: uno fra gli altri, James Maker scri­ve­ un libro mu­ni­to di un titolo promettente: Au­to­fel­la­tio; oppure Anna, la donna polacca che indossa solo abiti vittoriani. In seguito, Morresey entrerà nella cerchia di David BowieNancy Sinatra, ma sarà più tardi, molto più tardi.

Moz - star e me­ga­lo­ma­ne

Dif­fi­ci­le ne­gar­lo: Mor­ris­sey ha ca­ri­sma­. Gli at­tua­li Mo­zo­fi­li, come i loro pari di ven­t'an­ni fa, vogliono pet­ti­na­rsi, ve­stirsi e par­la­re come Moz, da quando il mu­si­ci­sta ha provato al mondo in­te­ro che anche i nerd, senza  sbron­zar­si di continuo o in­go­ia­re pil­lo­le a manciate, po­ssono es­se­re sexy. Ha mo­stra­to che, se hai fiducia in te stesso, puoi attraversare il palco con un mazzo di fiori nella tasca nei pantaloni senza farti pren­de­re in giro. Moz, una in­te­re­sting drug. Se così non fosse, la gente si ta­tuarebbe i testi delle sue canzoni sulla schie­na? Per­so­nal­men­te, conosco un tizio che non si è mai più la­va­to la mano che il cantante gli ha stretto du­ran­te un con­cer­to. Tuttavia, il più gran­de Mo­zo­fi­lo è lo stesso Moz. Certe parti del libro sono pura masturbazione: «In quan­to ar­ti­sta, ho de­ci­so di non ser­vir­mi che del mio nome, per­ché non co­no­sce­vo nes­su­no nel­l'in­du­stria musicale che l'a­ves­se fatto prima di me. A parte i com­po­si­to­ri di mu­si­ca clas­si­ca». Dav­ve­ro, Ste­ven, sul serio? Ma sono queste le star che vogliamo, no? Uniche, ribelli, ec­cen­tri­che, degli artisti che sanno osare più di noi, povere si­gno­re e si­gno­ri di Tut­toil­mon­do. Dal de­but­to, ­e­po­ca dell'am­mi­ra­zio­ne per The New York Dolls, Moz ca­pi­sce che per farsi spa­zio nel­ mercato della mu­si­ca deve es­se­re vi­si­bi­le. Se­con­do lui, se non si fosse co­strui­to un per­so­nag­gio così distinto, non avrebbe «conquistato la luce dei riflettori».  

Ma c'è qual­co­sa che zop­pi­ca in que­sta fi­du­cia (estre­ma) in se stesso. Nel suo racconto, ci con­fi­da che al liceo ha dovuto fare una scelta: «che sia per ren­der­si sop­por­ta­bi­le agli altri o a se stessi, per so­prav­vi­ve­re bi­so­gna sof­fo­ca­re la pro­pria vera na­tu­ra». Una scelta particolare, che conferma ancora, parlando delle proposte cinematografiche: «dal momento che non ho il coraggio di essere me stesso, non potrei mai fare l'attore». Ma, Moz, non parlavamo di fiducia in se stessi?

Moz - salva il micio

Nella sua autobiografia, colui che si de­fi­ni­sce un «uma­ses­sua­le» rivela finalmente il volto umano. Ci rac­con­ta la sua lotta con­tro la de­pres­sio­ne, uno spettro che neanche il Pro­zac riesce a scacciare. Ci narra le sue gesta eroi­che, come il sal­va­tag­gio di gat­ti­ni e uc­cel­li­ni investiti da qual­che mac­chi­na, che lui porta in salotto, avvolti in un asciugamano, cercando di rianimarli. Si­cu­ra­men­te avrete già sen­ti­to par­la­re dell'uo­mo con cui avreb­be in­tra­pre­so la sua prima re­la­zio­ne seria a 35 anni. Eb­be­ne due anni dopo, il fo­to­gra­fo Jake Owen Wal­ters, che gli ser­vi­ve il thé nella sua vasca da bagno, non era che un vago ri­cor­do. Perché una cosa è certa: Moz si è messo in­sie­me a Tina De­h­gha­ni, un'i­ra­nia­na re­si­dente a Los An­ge­les, e ha co­min­cia­to a con­si­de­ra­re la pa­ter­ni­tà. Tina d'al­tra parte è una dei quat­tro per­so­nag­gi che rin­gra­zia nel suo libro e per lei non spende che pa­ro­le gen­ti­li. Quelli che lo ac­cu­sa­no di man­ca­re di au­toi­ro­nia sba­glia­no. Am­met­te­re che «il suo comportamento era dif­fi­cil­men­te ac­cet­ta­bi­le per i per­so­nag­gi del suo am­bien­te» prova che lui è to­tal­men­te con­sa­pe­vo­le del suo ca­rat­te­re dif­fi­ci­le. In un altro pas­sag­gio

com­mo­ven­te con­fes­sa persino che, sì, con l'età si è un po' ap­pe­san­ti­to.

Quin­di? Avete ca­pi­to chi era Ste­ven Pa­trick Mor­ris­sey? Per­ché io, sin­ce­ra­men­te, ancora no.