Moratinos: “il 2005 potrebbe regalarci la pace”

Articolo pubblicato il 13 dicembre 2004
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Articolo pubblicato il 13 dicembre 2004

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Miguel Ángel Moratinos, Ministro degli Esteri spagnolo, ed ex inviato speciale dell'Ue per il Processo di pace in Medio Oriente, ci offre una visione (ottimista) sul futuro della regione.

Prima di divenire Ministro degli Esteri spagnolo, colui che ci riceve nella sua casa di Madrid è stato per 7 anni l'inviato speciale dell'Ue per il Processo di Pace in Medio Oriente. Cosa che fa di lui l’europeo in circolazione meglio informato sulle questioni legate a Israele e alla Palestina. Col sorriso sulle labbra, sotto il suo pragmatismo lampante lascia trasparire un idealismo sicuro secondo il quale "bisogna costruire dei ponti piuttosto che erigere muri".

Signor Ministro, siamo davvero convinti che noi europei ne sappiamo abbastanza del mondo arabo e del conflitto israelo-palestinese?

Magari ne sappiamo anche un bel pò, ma lo conosciamo male. La profusione di immagini e di informazioni offre una sensazione di vicinanza. Eppure non si conoscono altri aspetti come l'origine, le prospettive di entrambe le parti e la mancanza di un compromesso necessaria per risolvere la situazione.

Lei è stato per anni mediatore nel conflitto israelo-palestinese: è così complesso come appare?

La situazione è assai complessa. Si tratta di parecchi decenni di conflitto tra società rinchiuse e polarizzate, conflitto nel quale si mischiano elementi territoriali, religiosi, sociali e politici; fattori endogeni ed esogeni che si incrociano e rendono più difficile la soluzione.

E’ Gerusalemme il nodo gordiano di tutto il conflitto?

Sì, è uno di essi, ma non l'unico. C'è molto rancore su una questione per la quale la comunità internazionale, da sola, non può portare a nessun tipo di soluzione. Ma ci sono più nodi. Come ho detto a volte, servono parecchie chiavi per aprire le porte del labirinto del Medio Oriente.

Il cosiddetto “muro della vergogna” suona come la fine delle idee o il trinceramento israeliano?

In Israele esiste una preoccupazione per la sicurezza che dobbiamo comprendere. Il che è essenziale. Ma la questione non è il muro, bensì dove si costruisce. Se ci si fosse attenuti alle frontiere del 1967 non vi sarebbe stato alcun problema, e non sarebbe stato oggetto di una giudizio negativo da parte della Corte Internazionale tribunale dell’Aia. Detto questo, credo che nel Ventunesimo secolo il nostro obbligo, il nostro obiettivo debba essere quello di costruire ponti e non di erigere muri.

Tra Israele e Palestina c’è la guerra o soltanto una resa dei conti tra terrorismi di diverse bande?

C’è violenza. In alcuni casi di matrice terroristica e pertanto condannabile. Poi c’è la presenza d'Israele nei “Territori”. Bisogna comunque concentrarsi nel cercare soluzioni nel quadro della diplomazia e nei tavoli di negoziato, non nell’azione militare.

Ci troviamo forse nel tipico conflitto in cui la violenza genera violenza...

Esatto, ed è il circolo vizioso dal quale dobbiamo uscire. Ogni atto terroristico determina una reazione da parte israeliana, e questo circolo infernale va contro ogni dinamica di negoziato. Nella cui dinamica bisogna credere, come fece Yitzhak Rabin quando affermava la necessità di continuare a negoziare come se il terrorismo non ci fosse, e di continuare a combattere il terrore sapendo che i negoziati vanno avanti.

Si tratta di un conflitto religioso, economico o di sovranità che si sovrappongono?

È soprattutto un conflitto politico con la "p" maiuscola. Gli Acccordi di Oslo rappresentarono una grande speranza, ma in essi non fu incorporata la componente religiosa. Invece, gli Accordi di Camp David fallirono quando fece la sua comparsa la questione di Gerusalemme. E come ho detto prima, Gerusalemme non è l'unico nodo gordiano. C'è anche un qualcosa di territoriale: nei negoziati di Taba nei quali presi parte, le proposte furono accomodanti, creative, immaginifiche…, prova che le cose possono risolversi. Ebbene, non si riuscirà mai a far nulla se non si stabilisce uno stato palestinese indipendente, sovrano e vitale economicamente, e se contemporaneamente non vengon garantite le esigenze di sicurezza d'Israele. È come una matrioska russa, nel senso che aperta una se ne ritrova un’altra, ed un’altra ancora fino ad arrivare al centro della questione.

La Palestina dipende economicamente da Israele: la Road Map prevede dei meccanismi tramite i quali le cose possano mutar col tempo?

La Palestina ha bisogno di piena sovranità sulle proprie risorse naturali, specialmente sulle proprie acque territoriali. Deve anche poter sviluppare capacità di produzione agricola e di esportazione. Non è un caso che il 60% del bilancio palestinese provenga da aiuti internazionali (di cui 50% sono europei) e dal commercio con lo stato d'Israele. Credo che alla fine la soluzione somiglierà ad una sorta di Benelux costituito da Giordania, Egitto, Israele e Palestina. Sarà una specie di zona di libero scambio in parte già pronosticata nel Processo di Barcelona, dietro al quale si cela l'Ue. Inutile sottolineare il fatto che, la chiusura delle frontiere, fa sì che a soffrir di più sono gli esportatori israeliani.

Stretto tra Hamas o Hezbollah da un lato, e il governo Sharon dall’altro, resterà un margine di manovra al prossimo rappresentante dell’Autorità Nazionale Palestinese, per non mostrarsi come un rifugio per i terroristi o un traditore della causa palestinese?

Navigare in quelle anguste strettoie è la sfida di oggi. Il prossimo rappresentante dell'Anp deve ricevere collaborazione da Israele e dallo stesso Sharon. Quest’ultimo ha in alta considerazione [l’attuale primo ministro] Ahmed Qorei e [il candidato del Fatah] Mahmud Abas, e confida in questa seconda opportunità. Credo che si debba estendere la base di partecipazione nel governo ad altri gruppi, e cercare accordi con Sharon per aprire una nuova tappa: quella della normalizzazione della vita.

La diplomazia Ue deve concentrarsi per porre un termine alle dispute tra paesi arabi?

Sì, è stata questa la preoccupazione essenziale per l'Ue. E non solo a beneficio della causa palestinese, ma anche per ottenere la pace nella regione. Si rende necessario un riconoscimento dello stato d'Israele unanime da parte degli arabi, per rompere questo tabù. Inoltre si lavora per stabilire degli aiuti senza compromessi e senza doppie agende a favore della Palestina, per rafforzare l'ANP ed evitare finanziamenti a gruppi che non condividano la necessità di un accordo storico con Israele. Il momento ideale, quello che dirà se siamo o meno sulla buona strada, sarà il prossimo vertice della Lega araba in Algeria nel marzo del 2005. Dobbiamo essere coraggiosi e fare un'offerta di pace che presupponga un cambiamento qualitativo e la negazione delle fobíe verso Israele.

Crede nella possibilità di ritornare alle frontiere del ’67?

Non ci sarà nessuna soluzione senza uno stato palestinese sulla base dei confini del 1967. A meno che sopravvengano modifiche certe da ambo le parti.

Ripone speranza che il conflitto possa risolversi nel breve periodo?

Credo che il 2005 sarà un buon anno: l'anno della riconciliazione. Se non si spreca quest'opportunità, sarei parecchio ottimista: tempo 2 o 3 anni e raggiungeremo una soluzione definitiva.

Ha mai creduto alla possibilità di una Intifada “alla Gandhi”?

Sarebbe stata la cosa ideale nei momenti più difficili. La prima Intifada si limitò alle pietre. La seconda, purtroppo, è stata combattuta con le armi ed ha lacerato il paese. Un completo fallimento. Che ha ritardato la soluzione. Forse ha giovato soltanto a far capire che bisogna cambiare strategia. Credo che esista un diritto a resistere, ma solo con la politica e la diplomazia.