Moneta unica: conviene davvero?

Articolo pubblicato il 09 marzo 2002
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Articolo pubblicato il 09 marzo 2002

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La perdita della sovranità monetaria è solo il più appariscente degli svantaggi che loperazione euro porta con sé. Analisi.

È ormai lontano il tempo di dibattiti parlamentari, comizi di piazza e discussioni da bar in cui politici, uomini daffari o semplici cittadini si chiedevano se fosse giusto o meno che lItalia entrasse a far parte di quel grandioso progetto chiamato Euro. Ciascuno, con o senza cognizione di causa, diceva la sua, adducendo colti motivi economico-sociali o più pratiche motivazioni daffetto e abitudine nei confronti dellamata Lira. Oggi, a poche ore dallentrata in vigore legale della moneta unica, lEuroforia (come viene definita da molti) fa sì che di ciò nessuno si occupi più. E fa anche sì che lunità monetaria dellEuropa sia largomento più chiacchierato del momento ma, al tempo stesso, anche uno dei meno conosciuti. Quanti, infatti, possono dire di conoscere i veri motivi per i quali un paese dovrebbe entrare in un sistema valutario unico, rinunciando alla propria moneta nazionale? E poi, quali e quanti sono i vantaggi e gli svantaggi in termini economico-sociali?

Anche intuitivamente, è facile comprendere che il più grave danno che un paese subisce nel momento in cui entra a far parte di ununione monetaria è la perdita di una grossa fetta della propria sovranità. In primis, avendo ununica valuta, il paese perde lo strumento della politica monetaria (azione sui tassi dinteresse, determinazione della quantità di moneta in circolazione), rinunciando così alla possibilità di attuare politiche di espansione del PIL e di governare in modo diretto linflazione. In Europa, è proprio questo ciò che avviene: dal 1° gennaio 1999, è la BCE, la Banca Centrale Europea, che stabilisce i tassi di interesse e persegue gli obiettivi di controllo dei prezzi per tutti e 12 i paesi aderenti allUnione. Le singole Banche Centrali nazionali, e di conseguenza i singoli Stati, non hanno invece più alcuna autonomia al riguardo.

La perdita di sovranità si fa anche sentire nella sua veste di politica del cambio: uno stato totalmente indipendente può benissimo, per stimolare la propria economia, agire sul tasso di cambio, deprezzando o svalutando la propria moneta nei confronti delle altre. Un rafforzamento delle divise estere renderà infatti più economici i prodotti di quel paese per i consumatori stranieri, dando impulso alle esportazioni e permettendo al paese in questione di aumentare il proprio Prodotto Interno. Entrare in unUnione Monetaria rende naturalmente impossibile sfruttare questo meccanismo, importante per superare crisi momentanee e molto usato, soprattutto dallItalia. Il danno che deriva dalla perdita delluso di questi strumenti, e che aumenta linstabilità economica del paese, è però tanto maggiore quanto minore è il grado di integrazione fra il paese che entra nellarea monetaria e i suoi colleghi: se le interrelazioni reciproche (in termini di scambi commerciali, finanziari e di risorse) sono elevate, laver deposto strumenti individuali in favore di istituzioni sovranazionali pesa sicuramente meno che se si partisse da una situazione di assoluta indipendenza (economica).

Oltre a svantaggi ci sono però anche, fortunatamente, consistenti vantaggi per quel paese che decida di rinunciare al potere di battere moneta. Innanzitutto - ed è leffetto più evidente - sono totalmente azzerate le commissioni sul cambio nellambito delle transazioni internazionali fra i paesi aderenti allunione. Viene inoltre notevolmente ridotto il rischio legato alla variabilità del cambio nei confronti delle terze valute, diminuendo lincertezza e i costi che ad essa si associano. Anche con riguardo ai guadagni legati alladozione di una moneta unica è possibile stabilire una relazione con il grado di integrazione fra i paesi coinvolti. Solo che questa volta è una relazione positiva: maggiori sono gli scambi, maggiore è il risparmio dovuto ai minori costi. Poiché i vantaggi e gli svantaggi aumentano in maniera inversa gli uni dagli altri allaumentare del grado di integrazione, sarà possibile trovare un livello di integrazione stessa, tale che le due componenti si equivalgano e tale che, da quel punto in poi, i guadagni superino i costi. Ovvero, sarà possibile trovare un punto dal quale sarà conveniente per un paese entrare nellunione monetaria.

La domanda che a questo punto sorge spontanea è: a che punto è lUnione Monetaria Europea? A che livello di integrazione reciproca si trovano i 12 fondatori dellEuro? Giacché non è possibile dare ad esso una misura oggettiva, diverse sono le risposte, anche in contrasto fra loro, che nel corso del tempo sono state date da istituzioni ed esperti. La Commissione Europea, in particolare, ritiene che la stessa introduzione dellEuro intensificherà gli scambi e avvicinerà i paesi aderenti, portando Eurolandia ben al di là del livello ottimale di integrazione. Daltra parte, diversi economisti ritengono invece che ununica moneta, rendendo indifferente investire in Italia piuttosto che in Spagna o in Portogallo, provocherà una specializzazione geografica delleconomia europea, in cui in ogni regione si investiranno risorse solo nei settori più produttivi, aumentando le probabilità che si verifichino andamenti asimmetrici del PIL fra le diverse aree. Il problema, in questo caso, è che le diverse regioni non potranno più utilizzare gli strumenti classici della politica monetaria e del cambio, ormai abbandonati, per stabilizzare nel medio periodo le fluttuazioni del PIL stesso. Questo discorso, è inoltre aggravato dal fatto che, fra i paesi dellUnione, lunico fattore realmente mobile è il capitale (sia come investimenti finanziari che in impianti e strutture produttive), laddove invece la forza lavoro e i salari sono luno immobile e gli altri rigidi. Questa mancanza di elasticità, associata alla mobilità del capitale (che, come detto, aumenta le probabilità di andamenti non omogenei del Prodotto Interno in diverse regioni), allassenza di cambi e ad una non coordinazione a livello federale delle politiche fiscali dei 12 (livello di tassazione e spesa dello Stato) generano un mix che potrebbe effettivamente lasciare alquanto perplessi.

Tuttavia questo insieme di tendenze negative saranno, in unottica di medio periodo, più che compensate da diversi fattori, che porteranno i vantaggi a superare decisamente gli elementi avversi. Due su tutti: il fattore sociale e quello più tecnico della fiscalità federale. La circolazione dellEuro segna già di per sé un passo epocale nel senso della creazione di una coscienza europea. Il fatto che cittadini di diverse nazioni possano muoversi liberamente, senza frontiere, senza nemmeno dover cambiare i soldi, in quasi tutti gli altri paesi del continente, costituisce intuitivamente una spinta dirompente verso una vera e propria unità politica. È chiaro che questo processo non si è completato il giorno in cui lEuro è entrato nelle nostre tasche, né dopo pochi anni. È un processo che richiederà dei tempi piuttosto lunghi, in cui il ricambio generazionale contribuirà alla nascita e rafforzamento di un senso di appartenenza allEuropa. Però, alla lunga, lEuropa riuscirà, perché lo vorrà, ad essere ununica entità sociale e politica in cui i nazionalismi saranno un ricordo da custodire con cura e nulla più.

Tralasciando infine gli slanci romantici, da un punto di vista strettamente economico lo strumento che consentirà al Vecchio Continente di compattarsi e di poter veramente dire di essere un unicum sarà la federalizzazione del sistema fiscale. Se e quando verrà accentrata, la gestione integrata del binomio tasse - spesa pubblica renderà infatti possibile agire per ridistribuire le risorse allinterno dellUnione: funzionando come stabilizzatore del reddito dei cittadini dellUE nel medio periodo; garantendo il sostentamento delle zone più depresse; favorendo la stabilità dei prezzi nelle zone più ricche. Sostanzialmente, lunificazione delle politiche fiscali abbatterà in misura decisiva i costi per ladesione allUnione, rendendo questa un vero e proprio successo in termini di benessere per il Paese entrante.