Molestie virtuali: come non finire nella tana dei troll

Articolo pubblicato il 30 luglio 2016
Articolo pubblicato il 30 luglio 2016

L'era digitale ha portato con sè un grande cambiamento in campo giornalistico, dato soprattutto dal contatto diretto e constante con i lettori online. Se da una parte tuttavia ciò fornisce una preziosa analisi sulle preferenze del consumatore, dall'altra può rivelarsi un'arma a doppio taglio, soprattutto quando entrano in azione i troll. 

«Non leggere i commenti!» mi dice Maggie Downs, collaboratrice del Los Angeles Times e il Washington Post. Dopo aver scritto una storia in cui racconta di essere risultata positiva al test per la metanfetamina, Maggie ormai lo sa cosa aspettarsi. Vista la posizione di alto profilo che ricopre su Narratively, una piattaforma online, il suo articolo ha avuto un incredibile numero di condivisioni: ben 17.000 solo su Facebook. I commenti sono tantissimi, è difficile evitarli, ma Downs dice che ha paura di leggerli.

Amy Binns, professoressa a contratto di giornalismo alla University of Central Lancashire, spiega che i commenti sulle piattaforme giornalistiche online e sui social media possono far nascere un dibattito acceso, favorendo critiche costruttive e uno scambio proficuo non solo per il lettore ma anche per il giornalista. «Un sito interattivo», però, potrebbe anche «seminare delle difficoltà»: le molestie virtuali fanno parte della routine quotidiana.

Chi chiamare? I "Troll-Busters"!

Secondo il Pew Research Centre, quattro utenti di Internet su dieci sono vittime di molestie online. In un recente articolo del Guardian , intitolato "The dark side of Guardian comments", l'abuso viene definito una «minaccia di morte, stupro o mutilazione», oppure (in maniera un po' meno estrema) «un discorso umiliante e offensivo indirizzato all'autore dell'articolo o a un altro commento».

Il Guardian blocca questi abusi in automatico, e lo stesso fanno molti altri siti. Questo  tuttavia non vale per tutto ciò che viene pubblicato in rete. Inoltre, il posto di lavoro di un giornalista digitale va oltre agli sbocchi mediatici online di tipo "classico": Twitter, Facebook, Youtube, i blog ed Instagram sono ugualmente importanti alle pubblicazioni più tradizionalmente "giornalistiche" nel tran tran quotidiano di un collaboratore online. 

Le organizzazioni mediatiche sono però purtroppo impreparate di fronte a questa attività, anzi hanno bisogno di una formazione adeguata per garantire il necessario supporto» afferma Michelle Ferrier, fondatrice di TrollBusters, un "servizio di controllo online per scrittrici" in cui le vittime possono segnalare le proprie esperienze di molestie virtuali. «Le molestie virtuali, spesso, vengono ignorate sia dalla legge, sia dalle piattaforme online, aprendo così la strada agli abusi».

Il problema è che le nuove piattaforme traggono profitto da questo traffico, nonostante sia dannoso. Prima di creare un qualsiasi contenuto, la domanda che normalmente ci si pone è: "Cos'avrebbe più impatto su Facebook?". L'Huffington Post, ad esempio,  fa un collaudo in tempo reale dei titoli, allo scopo accaparrarsi più lettori. La logica che c'è dietro è semplice: raggirare l'algoritmo. Essere sempre al top. Vincere la guerra cibernetica. 

Democrazia Deliberativa 2.0

In un'epoca in cui tutti possono tranquillamente evitare le informazioni che non vogliono leggere, e in cui i contenuti vengono promossi in base al numero dei click e delle condivisioni che ricevono, il contatto tra giornalisti e pubblico è inevitabile e necessario per ripristinare la fiducia nelle redazioni tradizionali. Ilka Jacobs del dipartimento di comunicazione dell'Università di Mainz sostiene che, grazie a Internet, i "mittenti" e i "destinatari" del messaggio hanno uno scambio fluido di informazioni, ed è così che si apre la strada verso il cambiamento politico individuale. 

Finalmente la democrazia deliberativa 2.0 è arrivata. Non sappiamo se Habermas ne sarebbe felice, ma quel che è certo è che quando la realtà incontra le aspettative le cose diventano un po' diverse.

Jessica Valenti, collaboratrice del Guardian, ha sintetizzato così il problema: «Immaginate di andare tutti i giorni al lavoro e di incontrare un centinaio di persone che vi dice: "Sei stupido", "Sei orribile", "Fai schifo", "E ti pagano anche per farlo?", "Non ci posso credere". Non è un bel modo di andare a lavorare». 

Una volta ho pubblicato su Facebook, in un gruppo di studenti internazionali di Aarhus, una guida su come aiutare i rifugiati in Danimarca. Questi sono alcuni dei commenti che ho ricevuto: «Dai, stiamo qui a guardare mentre stuprano le donne alla luce del sole». 17 mi piace. Un altro: «Terza Guerra Mondiale. I Siriani in Europa». Ma ecco il più inquietante: «Ho coniato un termine per descrivere lo stato mentale di queste persone: "refufilia", un'empatia irrazionale (e verosimilmente pericolosa) verso una persona che dice di essere un rifugiato». 

Houston, abbiamo un problema: non ci sono commenti

Il timore che aleggia nell'aria ora è che in futuro i temi meno importanti non vengano seguiti e controllati come dovrebbero, considerando l'elevata possibilità che questi contenuti possano ricevere delle molestie online. Visto che le le vittime di trolling più probabili sono le donne e le minoranze, tale preoccupazione è più che fondata. Questa però è solo una faccia della medaglia. Una volta ho fatto un sondaggio online nel quale chiedevo ai giornalisti come si rapportavano con questi commenti. Uno di loro ha scritto: «Quando le persone non commentano il tuo articolo, o non mettono mi piace, sai che c'è qualcosa che non va». Non tutti però sono così negativi. Anzi, i giornalisti reagiscono in modo molto diverso. Le risposte andavano da «Ci sto male per giorni» e «L'ho raccontato al mio psicologo»  a «Provo a ignorarli», «Mi sono fatto una bella risata», «Ho continuato con il mio lavoro» e «Quando li leggo, so già cosa aspettarmi». 

Internet mette in contatto un'ampia percentuale della popolazione mondiale, e di conseguenza moltissimi punti di vista. Potrebbe sembrare forse pretenzioso aspettarsi che tutta la popolazione mondiale la pensi allo stesso modo riguardo una causa comune, così come è pretenzioso pensare che un giornalista possa sempre rimanere imparziale. La differenza, però, è che ora bisogna sforzarsi ancora di più per tenerla stretta e ben piantata per terra, l'imparzialità.

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Questo articolo è stato pubblicato dal team locale di cafébabel Aarhus.