Molestie sessuali: a Edimburgo il femminismo fa sul serio

Articolo pubblicato il 18 giugno 2014
Articolo pubblicato il 18 giugno 2014

L'U­ni­ver­si­tà di Edim­bur­go dalla fine del 2013 è di­ven­ta­ta "uf­fi­cial­men­te fem­mi­ni­sta", ma di che mezzi di­spon­go­no quel­li che lot­ta­no con­tro le mo­le­stie ses­sua­li in am­bi­to stu­den­te­sco? Tra lad-cul­tu­re, Robin Thic­ke e una gran­de in­com­pren­sio­ne, la no­stra in­chie­sta nel cam­pus, dove non è an­co­ra detta l'ul­ti­ma pa­ro­la.

Pres­so EUSA, l'as­so­cia­zio­ne stu­den­te­sca del­l'U­ni­ver­si­tà di Edim­bur­go, alla fine del 2013 si è vo­ta­to al­l'u­na­ni­mi­tà per la mi­su­ra "fe­mi­ni­st so­cie­ty", e dal mo­men­to in cui un'in­chie­sta qual­che mese dopo ha mo­stra­to che una stu­den­tes­sa in­ter­vi­sta­ta su tre è già stata vit­ti­ma di mo­le­stie ses­sua­li, ne ca­pia­mo il mo­ti­vo. Se­con­do lo stu­dio, il 61% delle 781 ra­gaz­ze in­ter­vi­sta­te ha di­chia­ra­to di aver cam­bia­to le pro­prie abi­tu­di­ni per un sen­ti­men­to di in­si­cu­rez­za al­l'in­ter­no della città. Delle cifre che fanno ve­ni­re la pelle d'oca. Per­ché le stu­den­tes­se del­l'U­ni­ver­si­tà sono par­ti­co­lar­men­te coin­vol­te? Se le cifre ri­ve­la­no un vero pro­ble­ma, è dif­fi­ci­le per chi so­stie­ne i di­rit­ti delle donne iden­ti­fi­car­ne le cause e mo­bi­li­ta­re gli stu­den­ti.

"Credo di es­se­re molto for­tu­na­ta a non aver mai su­bi­to mo­le­stie ses­sua­li, sa­reb­be molto scioc­co pen­sa­re che que­sto pro­ble­ma non sus­si­ste", so­stie­ne Ca­the­ri­ne, 21 anni, stu­den­tes­sa di lin­gui­sti­ca. Se­du­ta su uno dei di­va­ni della hall prin­ci­pa­le del­l'u­ni­ver­si­tà, ri­tor­na su­bi­to sulla sua espe­rien­za come ca­me­rie­ra in uno dei pub per stu­den­ti della ca­pi­ta­le, a due passi dal cam­pus: "The Hive", in ita­lia­no "L'Al­vea­re". Là non viene certo trat­ta­ta come l'ape re­gi­na: "ci sono stati com­men­ti molto rudi dal­l'al­tra parte del ban­co­ne. Ra­gaz­zi in grup­po che par­la­no del tuo corpo e fanno com­men­ti ses­sua­li in terza per­so­na die­tro la cassa". Lo stes­so bar ha ri­ce­vu­to di­ver­se la­men­te­le ri­guar­do a mo­le­stie ses­sua­li da parte di clien­ti, so­prat­tut­to una, sulla sua pa­gi­na fa­ce­book, che è poi stata can­cel­la­ta.

"LAD-URa" real­tà

Per le fem­mi­ni­ste che lot­ta­no con­tro le mo­le­stie ses­sua­li, que­sto com­por­ta­men­to si rias­su­me in due pa­ro­le: "lad cul­tu­re".  Un fe­no­me­no di iper-ma­chi­smo, im­pre­gna­to di ses­si­smo, omo­fo­bia e molto al­cool con­su­ma­to tra i gio­va­ni stu­den­ti, so­prat­tut­to nel­l'am­bien­te spor­ti­vo, come la squa­dra di cal­cio o di rugby. Il ter­mi­ne "lad" dun­que è la ca­ri­ca­tu­ra del gio­va­ne che pensa di es­se­re figo e con­si­de­ra l'al­tro sesso come un og­get­to. Lo ste­reo­ti­po è ben pre­sen­te tra gli stu­den­ti. Na­ta­lia ha 22 anni e stu­dia fi­lo­so­fia e po­li­ti­ca. Con­si­de­ra que­sto tipo di at­teg­gia­men­to come la ma­ni­fe­sta­zio­ne di una vo­lon­tà di "po­te­re", di una "pres­sio­ne ad ap­pa­ri­re vi­ri­li", che "fa in modo che gli uo­mi­ni non si sen­ta­no re­spon­sa­bi­li delle pro­prie azio­ni, e le­git­ti­ma i loro abusi".

 un ter­mi­ne che de­si­gna un com­por­ta­men­to", se­con­do Sta­cey De­vi­ne di NUS Sco­tland (Unio­ne Na­zio­na­le degli Stu­den­ti, sin­da­ca­to uni­ver­si­ta­rio della Gran Bre­ta­gna). Lei, che si de­fi­ni­sce una " su­per­fem­mi­ni­sta", de­nun­cia la ba­na­liz­za­zio­ne del pen­sie­ro "lad", il­lu­stra­ta molto bene da grup­pi fa­ce­book come Uni Lad, che pul­lu­la­no di foto e di bat­tu­te aper­ta­men­te ses­si­ste: "que­sti com­men­ti sono visti come scher­zi in­no­cen­ti. Ma la leg­ge­rez­za con la quale viene con­si­de­ra­to que­sto com­por­ta­men­to di­mo­stra quan­to que­sta men­ta­li­tà sia stata nor­ma­liz­za­ta. E que­sto in­fluen­za gli uo­mi­ni". Sarah Mof­fat è mem­bro del ramo fem­mi­ni­sta della EUSA. Ri­co­no­sce che que­sta cul­tu­ra "lad" è dif­fi­ci­le da de­fi­ni­re, ma che agi­sce su un gran nu­me­ro di per­so­ne. "Noi fem­mi­ni­ste usia­mo il ter­mi­ne "pa­triar­ca­to" per par­la­re di ses­si­smo, ma in am­bi­to uni­ver­si­ta­rio il ter­mi­ne "lad" è de­ci­sa­men­te più ap­pro­pria­to e com­pren­si­bi­le", dice. Poi ag­giun­ge: "le cifre di­mo­stra­no che le mo­le­stie ses­sua­li sono au­men­ta­te, so­prat­tut­to ai danni delle stu­den­tes­se del cam­pus ed è colpa di que­sta men­ta­li­tà che in­vi­ta ad es­se­re ses­sual­men­te ag­gres­si­vi".

Per quan­to ri­guar­da le "nights out", i fatti par­la­no da sé. Un ve­ner­dì sera, alla fine del pe­rio­do degli esami, è stato or­ga­niz­za­to un gran­de even­to nel cam­pus, a cui hanno par­te­ci­pa­to un mi­glia­io di per­so­ne. David, or­ga­niz­za­to­re, che si oc­cu­pa della si­cu­rez­za du­ran­te la se­ra­ta, ci parla di tre de­nun­ce di mo­le­stie ses­sua­li ri­por­ta­te ogni set­ti­ma­na, tutti i ve­ner­dì sera. A mezza voce, in­col­pa i grup­pi di "foot­ball lads", ar­ro­gan­ti, sem­pre pre­sen­ti a que­ste se­ra­te, che cre­do­no che "tutto sia per­mes­so".

Fem­mi­ni­ste molto serie, ma prese sul serio?

EUSA è stata la prima as­so­cia­zio­ne fem­mi­ni­sta a vie­ta­re in uni­ver­si­tà la can­zo­ne Blur­red Lines di Robin Thic­ke, un car­to­ne del 2013, le cui pa­ro­le si pre­sen­ta­no, se­con­do Sta­cey De­vi­ne, come "un in­vi­to allo stu­pro". Si parla delle ra­gaz­ze come di "ani­ma­li da ad­do­me­sti­ca­re", a cui si vuole dare qual­co­sa di gros­so per "di­vi­der­le le chiap­pe in due" e, so­prat­tut­to, gli au­to­ri ed in­ter­pre­ti "sanno che è quel­lo che loro vo­glio­no". Un'a­zio­ne molto lo­gi­ca per la prima as­so­cia­zio­ne stu­den­te­sca fem­mi­ni­sta del Regno Unito, ma an­co­ra mal com­pre­sa dagli stu­den­ti, che ne hanno opi­nio­ni di­ver­se.

"Nes­su­no ha pre­sta­to loro at­ten­zio­ne nel cam­pus", rac­con­ta Amy, una stu­den­tes­sa di me­di­ci­na di 20 anni, "ci sono tal­men­te tante can­zo­ni che sono ter­ri­bi­li nei con­fron­ti delle donne". Il suo amico Oscar con­di­vi­de la sua opi­nio­ne: "tante can­zo­ni che ven­go­no ascol­ta­te du­ran­te le se­ra­te uni­ver­si­ta­rie hanno testi si­mi­li, fanno un sacco di ru­mo­re per nien­te". Ines, stu­den­tes­sa di­cian­no­ven­ne di eco­no­mia, pensa che "gli stu­den­ti non sono mica be­stie, non pren­do­no que­sta can­zo­ne alla let­te­ra". Que­sto fa scat­ta­re Na­ta­lia: "va bene, può es­se­re che que­sto di­vie­to avreb­be do­vu­to es­se­re og­get­to di con­sul­ta­zio­ne al­l'in­ter­no del­l'u­ni­ver­si­tà. Ma ha fatto in modo che gli stu­den­ti si ac­cor­ges­se­ro della gra­vi­tà di que­ste pa­ro­le, ha dif­fu­so il mes­sag­gio che "no" vuol dire "no". Dire che gli stu­den­ti sanno pen­sa­re con la pro­pria testa è in­di­ce di un at­teg­gia­men­to trop­po pas­si­vo, per­ché la men­ta­li­tà pre­sen­ta­ta dalla can­zo­ne deve es­se­re com­bat­tu­ta se­ria­men­te". Ma anche lei, che con­di­vi­de le idee delle fem­mi­ni­ste della EUSA, non è d'ac­cor­do con il loro modo di agire. "Fanno uso di toni trop­po ag­gres­si­vi e trop­po pe­da­go­gi­ci. Que­sto fa­vo­ri­sce l'i­dea della fem­mi­ni­sta ar­ci­gna che molte per­so­ne hanno in ge­ne­ra­le". Per que­sto la gio­va­ne ha de­ci­so di non par­te­ci­pa­re più ai loro even­ti, "Non ci ve­de­vo più al­cu­na uti­li­tà", ci con­fes­sa. Anche Amy dice di non voler par­te­ci­pa­re: "mi rim­pro­ve­re­reb­be­ro il fatto di non es­se­re ab­ba­stan­za pre­sen­te, ne sono certa". 

edu­ca­re la so­cie­tà

Ma le fem­mi­ni­ste del­l'as­so­cia­zio­ne pen­sa­no che le mo­le­stie ses­sua­li non di­mi­nui­ran­no se non at­tra­ver­so azio­ni con­cre­te. Sta­cey De­vi­ne, che pensa che l'e­du­ca­zio­ne sia alla base di qua­lun­que cam­bia­men­to, pro­po­ne a NUS Sco­tland dei corsi al­l'in­ter­no delle stes­se uni­ver­si­tà, per cam­bia­re la men­ta­li­tà, in­ci­ta­re gli stu­den­ti a in­ter­ve­ni­re quan­do sono te­sti­mo­ni di mo­le­stie ses­sua­li e pro­muo­ve­re l'u­gua­lian­za uo­mo-don­na. Il pro­gram­ma si in­ti­to­la "Get Savvy" ("Pren­di esem­pio") ed è ri­vol­to ad en­tram­bi i sessi. L'an­no scor­so Sta­cey ha edu­ca­to 150 per­so­ne, di cui un terzo erano uo­mi­ni. Il suo obiet­ti­vo: ren­de­re que­sto corso ob­bli­ga­to­rio dal­l'in­gres­so in uni­ver­si­tà, per­ché per ora è più una pu­ni­zio­ne per chi si è com­por­ta­to male. Allo stes­so modo, ai tra­sgres­so­ri si pos­so­no ap­pli­ca­re san­zio­ni sui ri­sul­ta­ti ac­ca­de­mi­ci o vie­ta­re la par­te­ci­pa­zio­ne alle se­ra­te uni­ver­si­ta­rie. 

Sarah Mof­fat è con­vin­ta che que­sto modo di agire sia il "più ef­fi­ca­ce", anche se è "dif­fi­ci­le va­lu­ta­re i pro­gres­si in que­sto am­bi­to". "Ab­bia­mo avuto un au­men­to di de­nun­ce dalla pub­bli­ca­zio­ne della no­stra in­chie­sta, ma spe­ria­mo che sia do­vu­to al fatto che le donne hanno tro­va­to il co­rag­gio per par­lar­ne aper­ta­men­te, e non ad un au­men­to del fe­no­me­no", spie­ga. Ma se la cul­tu­ra su­per-ma­cho dei "lads" è la per­fet­ta in­car­na­zio­ne del pro­ble­ma, le fem­mi­ni­ste di di­ver­se as­so­cia­zio­ni non hanno paura di farne una guer­ra con­tro la so­cie­tà in ge­ne­ra­le. "Bi­so­gna cam­bia­re at­teg­gia­men­to e cam­bia­re la so­cie­tà pa­triar­ca­le in cui vi­via­mo", si in­fer­vo­ra Sta­cey. "La ve­ri­tà è che agli uo­mi­ni viene con­ces­so sin dalla na­sci­ta il di­rit­to di dire alle donne come com­por­tar­si", pro­se­gue. Gran­di am­bi­zio­ni, quin­di, ma poco so­ste­gno da parte degli stu­den­ti. Forse per­ché il si­ste­ma pu­ni­ti­vo raf­for­za l'i­dea di un fem­mi­ni­smo "ar­ci­gno", o forse è do­vu­to pro­prio alla man­can­za di edu­ca­zio­ne. Quel­lo che è certo è che, prima di cam­bia­re la so­cie­tà, bi­so­gne­rà cam­bia­re lo ste­reo­ti­po sulle fem­mi­ni­ste nel cam­pus del­l'u­ni­ver­si­tà di Edim­bur­go.

Que­sto ar­ti­co­lo fa parte di un'e­di­zio­ne spe­cia­le de­di­ca­ta ad Edim­bur­go e rea­liz­za­ta al­l'in­ter­no del pro­get­to EU in Mo­tion su ini­zia­ti­va di Ca­fe­ba­bel con la par­te­ci­pa­zio­ne del Par­la­men­to Eu­ro­peo e della fon­da­zio­ne Hip­po­crè­ne.