Milosevic a L'Aia: vittoria dello jus gentium o ipocrisia occidentale?

Articolo pubblicato il 27 febbraio 2002
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Articolo pubblicato il 27 febbraio 2002

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Chi c'è sul banco degli imputati de L'Aia: il presunto carnefice di Belgrado o la politica occidentale nei Balcani? Una riflessione sull'evoluzione della giustizia internazionale. E sulle sue battute d'arresto.

Un fatto storico è sicuramente avvenuto il 28 giugno scorso col trasferimento a L'Aia di Slobodan Milosevic, despota detronizzato, presentato ai suoi giudici per crimini contro l'umanità. Non possiamo che esprimere soddisfazione per il fatto che, questa volta, sono stati i diritti umani a trionfare sulla barbarie, contro i colpi della "realpolitik" (la cospicua erogazione di aiuti alla Serbia in cambio del suo ex-tiranno), e non il contrario.

L'avvenimento è certo esemplare. Il caso Pinochet, senza tuttavia l'esito auspicato dalle vittime, aveva aperto la strada alla messa in stato d'accusa degli ex-dittatori. In questo caso, invece, Milosevic non sembra poter scappare ai suoi giudici ed è un ex capo di Stato e non un politico di secondo rango come quelli precedentemente giudicati a L'Aia. Questo trasferimento apre delle nuove prospettive per la giustizia internazionale e contribuirà senza dubbio ad affermare una generale evoluzione contro l'impunità. La sanzione che aspetta Milosevic resta sconosciuta ma il notevole lavoro del Tribunale Internazionale per l'ex-Yugoslavia (TPIY) dovrebbe permettere di provare la sua colpevolezza non solo nell'istigazione dei crimini commessi in Kossovo, ma - in tempi relativamente rapidi - anche per quelli commessi in Bosnia e Croazia col suo sostegno. Il suo trasferimento consacra un accrescimento dei poteri del TPIY, le cui autorità e credibilità risultano così ampiamente rinforzate. Sarà perciò benefico l'effetto di questo processo per le vittime del carnefice e per quanti sostengono il principio di una giustizia penale internazionale.

Ciononostante, paradossale è questa giustizia instaurata dagli occidentali nell'ex-Yugoslavia: come spiegare, infatti, che chi è oggi accusato di crimini contro l'umanità non sia altro che l'insostituibile partner per la pace in Bosnia e in Croazia di un tempo? In effetti, dal 1991 al 1995, Milosevic è stato l'uomo chiave per i negoziati di pace relativi alla situazione di queste repubbliche, fino alla conclusione degli accordi di Dayton-Parigi del dicembre '95. Grazie anche alla sua influenza sui serbi Bosniaci, gli occidentali l'hanno instancabilmente corteggiato per ottenerne l'approvazione dei successivi piani di pace che prevedevano per Bosnia e Croazia. Intanto erano le popolazioni civili a patire quei massacri e quelle esazioni, sostenute o meglio istigate dallo stesso Milosevic - come dovrebbe dimostrare l'istruttoria del processo. Occidentali che hanno finto d'ignorarne le concezioni nazionaliste estreme, gli appelli per una "Grande Serbia", il sostegno (sottobanco) ai nazionalisti serbi croati e bosniaci e, in definitiva, la sua schiacciante responsabilità nella conflagrazione etnica dell'ex-Yugoslavia. Chi è allora che si trova oggi sul banco degli imputati del TPIY se non la debolezza degli occidentali stessi che hanno preferito trattare col boia dei Balcani, piuttosto di sporcarsi le mani in prima persona? Paradossale è poi questa giustizia "internazionale", anche perché invece di dar prova dell'azione e della determinazione allora necessarie, nel periodo 1991-95 le potenze occidentali hanno preferito istituire degli organismi impotenti che avrebbero dovuto ristabilire o mantenere la pace senza disporre tuttavia dei mezzi per farlo. Conferenza internazionale per l'ex-Yugoslavia, FORPRONU, gruppo di contatto: tutti teatrini d'ombre cinesi che hanno visto il protagonista Milosevic fare da contraltare alle altre marionette uscite dalle cancellerie occidentali. E lo stesso TPIY dovrà poi attendere che la NATO punisca il grande orco serbo, per essere legittimata a lanciare un'accusa che, almeno inizialmente, non verteva nemmeno sui crimini commessi a suo tempo in Bosnia e Croazia. Sorprendente giustizia quindi quella che si affanna a rispondere agli appelli vendicativi di quelle popolazioni che proprio i suoi sostenitori più accesi, i politici occidentali, hanno lasciato massacrare.

E' per questo che il trasferimento di Milosevic a L'Aia è sì una vittoria per la giustizia penale internazionale, ma una vittoria che non mancherà di lasciare l'amaro in bocca alle vittime della pulizia etnica. Il sistema penale internazionale, infatti, progredisce, ma continua a presentare delle malcelate lacune che proprio il processo di Milosevic a L'Aja non farà altro che esasperare. Lacune che riguardano in primo luogo il senso di questa giustizia.

Il TPIY, infatti, si limita per il momento a prendere in considerazione la responsabilità individuale degli accusati, limitando quindi la sua capacità di mettere sotto accusa e di esprimere un giudizio sul sistema nel quale hanno agito. Il Tribunale di Norimberga aveva invece permesso di giudicare il regime nazista nel suo insieme attraverso la condanna di singoli individui in relazione alla loro adesione a questo sistema e alle strutture che esso aveva predisposto, grazie al capo d'accusa di crimini contro la pace (oltre agli altri capi d'accusa relativi ai crimini di guerra, crimini contro l'umanità e genocidio). Il fatto è che un simile percorso sarebbe di sicuro necessario al popolo serbo e alla sua classe dirigente, che realizzerebbero così quell'esame di coscienza capace di voltare la pagina di un'era, quella Milosevic, di cui sono stati essi stessi le principali vittime.

In secondo luogo, cosa dire della dipendenza di cui soffre il TPIY nei confronti degli Stati? Se il tribunale è sì riuscito ad affermare una certa autonomia, quest'ultima rimane ciononostante circoscritta dall'impossibilità di usare mezzi coattivi contro coloro che sono messi sotto accusa. Ciò spiega perché degli accusati di primo piano come Karazic o Mladic restino ancora in libertà. Meno simbolico di quello di Milosevic, un loro processo a L'Aia sarebbe tuttavia molto più istruttivo sullo svolgimento effettivo del conflitto yugoslavo. Tali processi non sono tuttavia all'ordine del giorno. E questo anche se è molto probabile che tali ricercati siano stati da tempo localizzati. La verità è che l'interesse superiore della diplomazia occidentale deve tornare ad essere minacciato perché dei tali carnefici siano giudicati.

In terzo luogo, la giustizia penale internazionale deve aspettarsi di essere ostacolata proprio da quegli Stati che oggi si permettono di dare delle lezioni di giustizia alla Serbia, come dimostrano le grandi difficoltà incontrate per raggiungere il numero di ratificazioni necessarie all'entrata in vigore dello Statuto della Corte Penale Internazionale. Questo doppio gioco non favorisce certo le vittime delle violazioni di massa dei diritti dell'uomo. E il caso Milosevic, se è esemplare, resta per il momento unico.

Il trasferimento di Milosevic, infatti, pur segnando un successo di primo piano per il TPIY, non deve però far dimenticare la responsabilità delle potenze occidentali. Non è ipocrita forse esprimere soddisfazione per la condanna di un criminale, decantare la vittoria del diritto, quando si è voluto chiudere gli occhi sulle sue esazioni, per poter trattare con lui una pace infamante per le sue vittime? Non è ipocrita esigere da un Paese esangue di consegnare il suo despota, mentre lo si era lasciato nuocere impunemente per cinque anni? Che tipo di giustizia viene così affermata dagli occidentali? Come ogni sistema giurisdizionale, il TPI interviene a posteriori: dovrebbe cioè ristabilire la giustizia per le vittime dei crimini di guerra, di crimini contro l'umanità, di genocidio.

Ma se gli occidentali avessero avuto il coraggio d'imporre gli ideali che adesso proclamano, avrebbero dovuto (politicamente) agire a priori, intervenendo cioè con abbastanza determinazione da far cessare le esazioni, come hanno fatto poi, imperfettamente, in Kossovo. Al contrario, i diplomatici degli anni 1991-1995 hanno svolto il ruolo dei nuovi appeasers, scegliendo di scendere a patti col diavolo, senza dimostrare una volontà politica sufficientemente forte. La verità è che i capi di Stato occidentali governano secondo le indicazioni fornite dai sondaggi d'opinione. La preoccupazione per le vittime non rappresenta per loro una priorità.

Senza essersi compromessa fino a questo punto, la giustizia del TPIY avrebbe avuto un senso ancora più forte. I responsabili che negoziano in Macedonia dovrebbero tener presente quest'idea. Il rischio è che anche quest'ex-repubblica yugoslava avrà bisogno della giustizia del TPIY.