Miloš Lazin : «Mediatore tra Jugoslavia e Francia»

Articolo pubblicato il 20 dicembre 2007
Articolo pubblicato il 20 dicembre 2007

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Il suo Paese non esiste più. Eppure, il 55enne Miloš Lazin si dichiara jugoslavo, e continuerà a farlo. Più volte premiato in occasione di festival teatrali, è giunto nel 1989 a Parigi, dove conduce una seconda vita da apolide.

Miloš Lazin mi ha dato appuntamento in un ristorante del Marais, in una viuzza nascosta. Il locale, giapponese, non sembra un granchè. Ma Miloš, assiduo frequentatore del posto, al solo pensiero di gustarsi il gelato al timo o alla rosa, ha già l’acquolina in bocca. Il regista jugoslavo vive da perfetto parigino ormai da anni, ma non ha mai dimenticato gli innumerevoli spettacoli portati sulle scene nei Balcani e il suo Paese. Prima di espatriare, Lazin era un uomo impegnato contro tutte le forme di nazionalismo, ricordo dello scenario di guerra del suo luogo natale. Il drammaturgo rifiuta la violenza, quella che prende di mira la sua identità necessariamente jugoslava. E oggi si batte per impedire l’oblio e per non doversi «inventare un’identità serba o croata» a partire dal nulla. Rifiutando di mettere una croce sulla «sua infanzia jugoslava.»

La Francia, asilo involontario

Professore presso la Facoltà di Arte Drammatica di Belgrado dal 1982 al 1990, Direttore artistico del Teatro di Belgrado Atelje 212 dal 1985 al 1987, ha dato vita a produzioni teatrali ovunque nella Ex-Jugoslavia. E mentre parla con entusiasmo della nuova generazione di registi dei Balcani, cita dalla A alla Z nomi bosniaci, serbi e croati.

Nel suo percorso l’origine etnica non ha alcuna importanza: «La città con cui mi identifico di più è Sarajevo». E non è un caso. La capitale bosniaca è la più cosmopolita tra le città dell’Ex-Jugoslavia. «È una città consapevole delle sue ricchezze», prosegue. Durante l’adolescenza di Miloš Lazin, proprio a Sarajevo prende il via il rock "made in Balkans". È il periodo in cui l’Ex-Jugoslavia si apre al mondo occidentale: «A quell’epoca sognavamo tutti il capitalismo», ricorda con un pizzico di nostalgia.

«Il teatro è difficilmente esportabile»

Già affascinato dal teatro, Lazin legge Peter Stein che lascia in lui un ricordo indelebile. È testimone della nascita del teatro balcanico, malgrado la dominazione austro-ungarica che ha avuto luogo in questa regione.

Eppure, «la mia visione del teatro è piuttosto tedesca o nordica», afferma senza una predilezione particolare per il teatro alla francese. Secondo lui, la creazione, in Germania, è il prodotto di compagnie permanenti. Mentre in Francia, il mondo teatrale sarebbe troppo chiuso, troppo provinciale, autosufficiente: «Qui non vedo una vera auto-analisi», prosegue, da specialista. Tuttavia è convinto che la situazione possa migliorare. «Non ho mai voluto immigrare in Francia», afferma con un sorriso appena accennato. Riconosciuto per il suo lavoro in Jugoslavia, deve emigrare nel 1989. Non per il suo successo: «Sapevo che non sarei mai potuto essere un regista francese», ricorda. «Il teatro è difficilmente esportabile».

Ma sua moglie, la madre dei suoi bambini è francese. La raggiunge e inizia a vivere a Parigi. Si immagina, allora, di diventare un «mediatore tra la Ex-Jugoslavia e la Francia».

Mai fatalista

Lazin sceglie il suo ruolo: quello del ponte, dell’intermediario, del traduttore. Realizza inizialmente L'île des Balkans, un adattamento del testo di Vidosav Stevanovic, con la compagnia Mappa Mundi Hôtel Europe che lui ha creato. Lo spettacolo è una coproduzione dei Centri drammatici nazionali di Limoges e Montluçon, due città nelle quali tiene anche dei corsi di teatro per studenti del liceo. In seguito mette in scena Ines & Denise di Slobodan Snajder, una coproduzione stavolta franco-bosniaca.

Con il distacco, Lazin pensa che «è più facile immigrare che rientrare in un Paese nel quale si è vissuti e cresciuti, ma che non esiste più». L’artista, alla fine senza patria, non è però fatalista. Dopo il suo arrivo in Francia, se la cava molto bene ed esercita anche più mestieri. Giornalista a Radio France Internationale presso il servizio franco bosniaco, teorico (redige numerosi articoli sulle nuove scritture teatrali), non vive nella nostalgia del passato.

Si congeda parlando del suo ultimo progetto, La donna bomba, la storia di una terrorista che si fa saltare in aria portando via con sé la vita di un politico importante. Un’opera di Ivana Sajko, messa in scena dalla compagnia Mappa Mundi.