Milano, il seme dell'odio e le macerie della città

Articolo pubblicato il 13 giugno 2015
Articolo pubblicato il 13 giugno 2015

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IL SEME DELL'ODIO E LE MACERIE DELLE CITTÀ

Nel mondo odierno, in cui una modernità esausta assiste al tramonto dei grandi ideali e al trionfo di un materialismo semplicista, le opinioni e i sentimenti ponderati, supportati da un adeguato retroterra di buona coscienza e esperienza personale, trovano poco spazio d’azione. In qualsiasi contesto sociale, dal bar di paese alle “stanze dei bottoni” istituzionali impera indiscussa una forma perversa di populismo, una sfitta demagogia che influenza la pubblica opinione e il pensare comune cavalcandola con decisione.

Sintomatico del potere assoluto che questo riduzionismo sta conquistandosi è il continuo stimolo fatto da ogni volto pubblico ai sentimenti più irrazionali e primigeni delle persone, quali la paura, la rabbia e, seme del male, l’odio. La presente inconcludenza e la vacua banalità che sta contraddistinguendo il dibattito sulla questione dei migranti possono essere riferite essenzialmente all’incapacità, da parte di chi è chiamato in causa di pizzicare corde diverse da queste tre.

Tra le macerie delle città, dilaniate dal silenzio, dall’indifferenza reciproca tra le persone, dalla vuotezza degli sguardi che si ritraggono imbarazzati dopo aver incrociato i loro simili durante un anonimo viaggio in metropolitana, tra le macerie delle città germogliano i semi dell’odio e della paura. Abbandonati come bestie, privi di assistenza e esposti al pubblico ludibrio, i migranti che soggiornano nella Stazione Centrale di Milano sono le principali vittime di un gioco perverso e assieme ai loro compagni di sventura sono sottoposti a un fuoco incrociato insopportabile. L’effetto combinato della violenza verbale dei seminatori di discordia, del pregiudizio che sorge nei tipici “benpensanti”, dell’indifferenza di parte della popolazione e dell’inefficacia delle misure di chi pretende di curare le conseguenze dei problemi senza guarirne i sintomi si traduce nell’abbandono, nello smarrimento e nella conflittualità sociale.

Di fronte al giovane salvadoregno che amputa un braccio al capotreno di un treno suburbano com’è facile urlare all’abominio, generalizzare in maniera indegna, invocare ruspe e interventi armati, istigare odio, rabbia! Quanti effetti produce richiamare a bassi istinti da uomini delle caverne, negare la convivenza civile e abbracciare i più turpi luoghi comuni! Quanto tempo costa un’analisi razionale a mente fredda, quanta fatica riconsiderare sé stessi!

Quanta fatica costerebbe sporcarsi le mani col mondo, cercare di capire, “compromettersi” mettendo da parte le frasi fatte, che sono la componente essenziale tanto di un buonismo fine a sé stesso e privo di effetti che di una retorica razzista, ignorante e, tutto sommato, codarda nel voler affidare alla gente un sicuro capro espiatorio.

Quanto lavoro servirebbe per ricostruire le città, per trasformarle in luoghi di incontro, di scambio e di crescita culturale prima che in vuoti contenitori in cui la distanza con chi abita oltre l’intercapedine della parete appare alieno, misterioso, ignoto. Quanto costerebbe riqualificare quelle periferie, integrarle in un contesto urbano nuovo e inclusivo, evitando la loro corruzione e la loro degenerazione; quante vite si salverebbero, strappandole alle strade, alla droga e al malaffare; quanti montanti si darebbero all’odio e alla paura, favorendo una crescita comune tra comunità diverse.

Quanto sarebbe migliore il destino delle triste anime costrette a vivere (se questa si può chiamar vita!) in condizioni pietose, se solo in passato avessimo avuto lungimiranza! Per contenere il germogliare dei semi dell’odio e una fioritura incontrollata di paura e rabbia, non abbiamo che da comprometterci, darci da fare per capire e agire. Solo incontrandoci ci salveremo.