Migranti in Italia: l'incertezza del "dopo"

Articolo pubblicato il 03 giugno 2015
Articolo pubblicato il 03 giugno 2015

La scorso aprile, il naufragio di un barcone con 800 migranti ha impressionato l'opinione pubblica. L'UE ha così deciso di triplicare il budget a disposizione per le operazioni di sorveglianza e di salvataggio. Ma cosa dire del dopo? Che futuro attende chi riesce a raggiungere l'Europa? Ne abbiamo parlato con Cecilia e Giulia, volontarie di un'organizzazione fiorentina che si occupa del problema.

Cecilia, 36 anni, fa parte l'associazione Medici per i diritti umani (MEDU) da ormai dieci anni. Firenze è una delle principali città dove l'organizzazione opera, insieme a Roma, Torino, Venezia e Brindisi. Se l'attività si è poco a poco incentrata sull'immigrazione, il MEDU, inizialmente, si occupava del diritto alla salute di ogni persona. I trenta volontari dell'associazione hanno tutti tra i venti e i trent'anni. Cecilia, oltre a esercitare come medico, lavora per l'associazione e fa anche parte del consiglio d'amministrazione.

I centri d'identificazione ed il fenomeno del "caporalato"

La prima tematica che presenta riguarda i Centri d'identificazione e d'espulsione dei migranti, sparsi sull'insieme del territorio italiano. Lì vengono mandati i clandestini intercettati dalla polizia per essere identificati e rimandati nel loro paese d'origine. Cecilia ne ha visitati diversi nel nord del paese. «Le condizioni sono orrende. La gente vive l'una sopra l'altra, a volte in stanze senza finestre, con poco da mangiare. Facciamo un relazione all'anno da più di tre anni per avvertire il governo. È stato piuttosto un successo perché siamo riusciti a far ridurre la detenzione dai 18 ai 6 mesi. Ma vorremmo che questi centri chiudessero. Per noi, si tratta di una violazione dei diritti umani. Per di più, costano molto cari all'Italia ed i risultati sono talmente scarsi da non portare nemmeno all'identificazione della metà delle persone».

Altro cavallo di battaglia del MEDU è la lotta contro il "caporalato", molto presente nel sud Italia. Per lavorare nei campi, i migranti si spostano da una regione all'altra, al ritmo delle stagioni e dei raccolti. La maggior parte è sfruttata da reti mafiose ed è sotto-pagata: cinque euro al giorno, a volte meno. Vivono in delle occupazioni abusive dove vengono a cercarli i "caporali", che devono pagare per accedere ai luoghi di lavoro. Il progetto "Terragiusta", terminato solo un mese fa dai volontari del MEDU, narra le condizioni di lavoro e di vita dei migranti vittime di quel sistema. «Abbiamo lavorato per più di un anno con una squadra di medici, di sociologi e in collaborazione con un associazione di avvocati», spiega Cecilia.

Intervento nelle occupazioni abusive

Firenze è famosa per i gioielli rinascimentali che possiede, meno per i suoi alloggi abusivi nei quali vivono persone in condizioni precarie. Cecilia e la sua squadra ci vanno una volta alla settimana per portare farmaci, primi soccorsi e anche per informare sul diritto d'accesso alle cure mediche. Per questi alloggi abusivi, il Comune non fa nulla. Inoltre, nessuna delle attività del MEDU riceve finanziamenti pubblici. Come spesso accade in Italia, sono le istituzioni religiose a pagare. Cecilia non si aspetta dunque molto dalle istituzioni, e tanto meno dall'Unione Europea. Quel che vorrebbe è una rete capcace di mettere in contatto fra loro le organizzazioni dei vari paesi, per condividere le proprie esperienze e avviare iniziative comuni.

Corsi d'italiano e banco alimentare

Giulia ha 28 anni ed ha concluso gli studi due anni fa. Questo pomeriggio tiene un corso d'italiano. In classe vi sono una decina di studenti dalle età e dai percorsi molto diversi. Con una specialistica in letteratura italiana, Giulia mirava all'insegnamento dell'italiano come seconda lingua. Laurea in tasca, non trovando lavoro, ha cominciato a fare volontariato per un'associazione fiorentina che propone corsi gratuiti. Due anni dopo, è stata assunta dall'associazione con un contratto di servizio civile.

L'associazione organizza anche un banco alimentare, oltre a delle attività per favorire l'integrazione dei giovani. Giulia ha appena proposto al responsabile dell'associazione di firmare una convenzione con la sua università, affinché i futuri professori possano allenarsi e perché un maggior numero di corsi siano proposti. Se Giulia dice di non essersi confrontata con situazioni d'emergenza, quest'attività l'ha aiutata a relativizzare le difficoltà della propria vita: «Mi lamento meno», dice. Ma, come per MEDU, anche in questo caso la maggior parte dei finanziamenti proviene da un ente religioso. 

Quest'articolo è stato pubblicato sul sito di Europe next door, un progetto per un tour in Europa per incontrare i giovani europei in 28 paesi diversi.