Michelle Demishevich: "Questa società è ipocrita"

Articolo pubblicato il 09 maggio 2016
Articolo pubblicato il 09 maggio 2016

Michelle Demishevich è "nata donna nel corpo di un uomo". Da allora i media le hanno affibbiato l’etichetta di "prima donna trans giornalista della Turchia". Tra marginalizzazione, violenze fisiche e verbali, ipocrisia della società e dei media, Michelle ci racconta la sua storia all’insegna di una lotta quotidiana.

Seduta a un bar a due passi da piazza Taksim, Michelle,  che si definisce «nata donna nel corpo di un uomo», spiega di aver scelto il suo nome facendo riferimento alla canzone dei Beatles, molto ascoltata durante la sua infanzia. Cresciuta in una famiglia di origini macedoni, ha scelto di riappropriarsi del suo cognome originale, modificato dallo Stato turco quando la sua famiglia in fuga dalla Seconda Guerra Mondiale giunse in Turchia: «Mi premeva recuperare questo cognome, perché è una parte di ciò che sono». Michelle spiega di essere nata nel 1999, data della sua operazione per la riassegnazione di genere.

Ma anche se accetta e sembra fiera di essere "una donna trans giornalista", d'altro canto sembra infischiarsene abbastanza di queste identità alle quali viene associata: «L’identità non è niente, prima di tutto sono un essere umano. Poi sono una giornalista, una donna, una trans, sono Michelle che fa le migliori carrot cakes del mondo, che ama i fiori, che nutre gli animali…».

"Una pistola puntata alla tempia"

Sigaretta in mano, vestita con un lungo abito verde e una giacca di jeans con fare tranquillo evoca la stigmatizzazione, le aggressioni verbali e fisiche di cui è vittima quotidianamente. «Vivendo come donna trans, mi sento minacciata tutti i giorni, come se avessi una pistola puntata alla tempia». Questo senso di insicurezza si traduce per Michelle in una limitazione della sua libertà: «Tra di noi, quando sono insieme ad altri amici trans, cerchiamo di essere il più possibile discreti, spegniamo le luci di notte, mettiamo i telefoni in modalità silenziosa, parliamo a bassa voce per paura di essere attaccati…».

Aggiunge: «Faccio di tutto per non farmi notare per strada, in autobus, quando sono fuori. Non mi metto il rossetto, porto dei vestiti ampi, ma mi piacerebbe truccarmi, mostrare le gambe, indossare dei tacchi, sentirmi sexy, femminile…».

Michelle rievoca le osservazioni quotidiane, gli sguardi delle persone. Di recente, mentre dava da mangiare ai gatti vicino a casa sua, un bambino le ha sputato sul viso. «Sono rientrata a casa in lacrime, mi sono lavata il viso e sono tornata a dare da mangiare agli animali. Non voglio che delle cose del genere mi impediscano di fare ciò che per me è importante».

In Turchia le aggressioni verbali e fisiche nei confronti delle donne trans sono all’ordine del giorno. In effetti Michelle ha vissuto un suo personale calvario, quando nel 2006 la polizia è entrata a casa sua e l’ha portata in centrale senza nessun motivo apparente. È stata torturata e violentata prima di essere stata gettata sul marciapiede. Questa violenza a volte arriva fino all’omicidio. Il primo incontro organizzato con Michelle fu annullato in seguito all’uccisione di una delle sue amiche. Il sospettato fu arrestato, ma Michelle attende ancora la sentenza perché nei tribunali turchi la discriminazione verso i transgender è molto presente. Capita che i giudici applichino la circostanza attenuante della "provocazione" alle violenze o ai crimini commessi verso le trans, diminuendo quindi la pena degli accusati. «Questa società è ipocrita» spiega Michelle, che da un lato condanna queste persone, dall'altro fa delle transessuali che si prostituiscono delle lavoratrici molto ricercate.

«Viviamo in una società che rifiuta le donne trans». Eppure queste sono prima di tutto delle donne, insorge Michelle. In Turchia le donne transessuali sono percepite come dei rifiuti della società, delle persone perverse, non rispettabili. La società vede in esse un rifiuto dell’identità maschile, inoltre «Il fatto di rifiutare il sesso maschile per diventare donne è vissuto come un tradimento verso la mascolinità» aggiunge. La canzone di James Brown, It’s A Man’s World, secondo lei il sistema patriarcale che predomina la società. «In Turchia lo Stato è uomo, la giustizia è uomo e i media sono uomini. L’identità dell’uomo è diventata un’istituzione sacra».

Un reportage di Michelle Demishevich per IMC TV.

«Ho cambiato tutto della mia vita, tranne il mio lavoro»

Nella sua "vita passata", come dice lei stessa, Michelle era già giornalista: «Ho cambiato tutto della mia vita, tranne il mio lavoro». E precisa: «Ho unito la mia anima al mio corpo, i miei talenti giornalistici sono sempre qua». Eppure, quando lascia Smirne e arriva a Istanbul nel 1999, non è la benvenuta nelle redazioni. Per sette anni lavora come assistente artistico in discoteche, come manager, come impiegata amministrativa.

Dopo aver lavorato per quasi due anni per il canale turco IMC TV è stata licenziata in seguito a un cambio di direzione. Il motivo del suo licenziamento resta vago. Michelle oggi è una giornalista freelance. Su Facebook e Twitter condivide quotidianamente degli articoli che testimoniano la violenza verso le donne, le persone LGBT, i Curdi, si batte per i diritti di tutte le identità marginalizzate e violentate.

La giornalista critica il peso che gli uomini hanno nei media: «In Turchia i media appartengono agli uomini. Avete mai visto nei principali media una donna direttrice generale? Non esiste». Se la situazione è un po’ cambiata in Turchia, Michelle ripensa a quelle giornaliste donne troppo spesso relegate a rubriche dedicate alle donne o che lavorano per dei giornali di pessima qualità.

Senza farsi troppe remore parla di un giornalismo turco nazionalista, razzista, transfobico, sessista. Secondo lei i giornali turchi parlano molto poco (e spesso male) degli omicidi delle donne trans. Ha spesso letto articoli in cui i giornalisti menzionano i nomi e i cognomi di nascita delle donne trans assassinate, sottolineando che i nomi scelti da queste donne sono degli pseudonimi. «Agendo così, i giornalisti non fanno altro che negare loro l'identità di donna, uccidendole una seconda volta» precisa Michelle.

Nel suo piccolo però Michelle cerca di cambiare il linguaggio maschile dei media. Non esita infatti a contattare i media turchi quando legge nei loro giornali notizie transfobiche, ma le sue lettere restano spesso senza risposta.

Oggi Michelle non ha più sogni. O meglio, desidera vivere la sua vita senza essere l’oggetto di abusi verbali quotidiani, o ancora tenersi per mano con il suo ragazzo per strada senza paura o vergogna. La sua volontà di combattere l’ipocrisia della società è infallibile. Spiega: «Ho paura di morire, di diventare vittima di un crimine di odio, c’è questa possibilità nella mia vita». Poi aggiunge: «Faccio quello faccio per aprire la strada alle altre Michelle».

_

Traduzione dell'intervista dal turco di Muhsin Doğu Yüceil.