Michelle Demishevich, la giornalista trans contro la transfobia e l'ipocrisia della società 

Articolo pubblicato il 04 maggio 2016
Articolo pubblicato il 04 maggio 2016

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Michelle Demishevich è "nata donna nel corpo di un uomo". Da allora i media le affibbiano l’etichetta di "prima donna trans giornalista della Turchia". Tra marginalizzazione, violenze fisiche e verbali, ipocrisia della società e dei media, Michelle ci racconta la sua storia all’insegna di una lotta continua.

Seduta a un bar, a due passi da piazza Taksim, Michelle, "nata donna nel corpo di un uomo" spiega di aver scelto il suo nome facendo riferimento alla canzone dei Beatles, molto ascoltata durante la sua infanzia. Cresciuta in una famiglia di origine macedone, ha scelto di riappropriarsi del suo cognome originale, modificato dallo Stato turco quando la sua famiglia, fuggendo la Seconda Guerra Mondiale, è giunta in Turchia: «Mi premeva recuperare questo cognome perché è una parte di ciò che sono». Michelle spiega di essere nata nel 1999, data della sua operazione per la riassegnazione di genere.

Se accetta e sembra fiera di essere "una donna trans giornalista", se ne infischia di queste identità alle quali viene associata: «L’identità non è niente, prima di tutto sono un essere umano. Poi sono una giornalista, una donna, una trans, sono Michelle che fa i migliori carrot cake del mondo, che ama i fiori, che nutre gli animali…».

«Una pistola puntata alla tempia»

Sigaretta in mano, questa bella donna dai lunghi capelli biondi evoca la stigmatizzazione, le aggressioni verbali e fisiche di cui è stata vittima quotidianamente. «Vivendo come donna trans, mi sento minacciata tutti i giorni, come se avessi una pistola puntata alla tempia». Questo senso di insicurezza si traduce per Michelle in una limitazione della sua libertà: «Tra di noi, quando sono insieme ad amici trans, ci facciamo discreti, spegniamo le luci di notte, mettiamo i telefoni in modalità silenziosa, parliamo a bassa voce per paura di essere attaccati…».

Vestita con un lungo abito verde e una giacca di jeans aggiunge: «Faccio di tutto per non farmi notare per strada, in autobus, quando sono fuori». E precisa: «Non mi metto il rossetto, porto dei vestiti ampi, ma mi piacerebbe truccarmi, mostrare le gambe, indossare dei tacchi, sentirmi sexy, femminile…».

Michelle ripensa alle osservazioni quotidiane, agli sguardi delle persone… Di recente, mentre dava da mangiare ai gatti vicino a casa sua, un bambino le ha sputato sul viso. «Sono rientrata a casa in lacrime, mi sono lavata il viso e sono tornata a dare da mangiare agli animali. Non voglio che delle cose del genere mi impediscano di fare ciò che per me è importante».

In Turchia le aggressioni verbali e fisiche nei confronti delle donne trans sono all’ordine del giorno. In effetti Michelle ha vissuto un calvario quando nel 2006 la polizia è entrata a casa sua e l’ha portata in centrale senza nessun motivo apparente. È stata torturata e violentata prima di essere stata gettata sul marciapiede… Questa violenza a volte arriva fino all’omicidio. Il primo incontro organizzato con Michelle è stato annullato in seguito all’uccisione di una delle sue amiche. Il sospettato è stato arrestato, ma Michelle aspetta ancora la sentenza perché nei tribunali la discriminazione verso le trans è molto presente. Capita che i giudici applichino la circostanza attenuante della "provocazione" alle violenze o ai crimini commessi verso le trans, diminuendo quindi la pena degli accusati. «Questa società è ipocrita», spiega Michele. Evoca anche la condanna verso la società, delle lavoratrici sessuali trans che sono per altro molto desiderate.

«Viviamo in una società che rifiuta le donne trans». Eppure queste sono prima di tutto delle donne, insorge Michelle. In Turchia le donne transessuali sono percepite come dei rifiuti della società, delle persone perverse, non rispettabili. La società vi vede un rifiuto dell’identità maschile e il fatto di rifiutare il sesso maschile per diventare donne è vissuto come un tradimento verso la mascolinità, aggiunge. La canzone di James Brown, It’s A Man’s World, descrive bene, secondo lei, il sistema patriarcale che vi predomina. «In Turchia lo Stato è uomo, la giustizia è uomo e i media sono uomini. L’identità dell’uomo è diventata un’istituzione sacra».

Un reportage di Michelle Demishevich per IMC TV.

«Ho cambiato tutto della mia vita, tranne il mio lavoro»

Nella sua "vita passata", come dice lei stessa, Michelle era già giornalista: «Ho cambiato tutto della mia vita, tranne il mio lavoro». E precisa: «Ho unito la mia anima al mio corpo, i miei talenti giornalistici sono sempre qua». Eppure, quando lascia Smirne e arriva a Istanbul nel 1999, non è la benvenuta nelle redazioni. Per sette anni lavora come assistente artistico nelle discoteche, manager, impiegata amministrativa…

Dopo aver lavorato per quasi due anni per il canale turco IMC TV, è stata licenziata in seguito a un cambio di direzione. Il motivo del suo licenziamento resta vago. Michelle oggi è una giornalista freelance. Su Facebook e Twitter condivide quotidianamente degli articoli che testimoniano la violenza verso le donne, le persone LGBT, i Curdi… Si batte per i diritti di tutte le identità marginalizzate e violentate.

La giornalista critica il peso che gli uomini hanno nei media: «In Turchia i media appartengono agli uomini. Avete mai visto nei principali media una donna direttrice generale? Non esiste». Se la situazione è un po’ cambiata in Turchia, Michelle ripensa a quelle giornaliste donne troppo spesso relegate a rubriche dedicate alle donne o che lavorano per dei giornali di pessima qualità.

Senza peli sulla lingua, parla di un giornalismo turco nazionalista, razzista, transfobico, sessista. Secondo lei i giornali turchi parlano molto poco - e spesso male - degli omicidi delle donne trans. Ha spesso letto articoli in cui i giornalisti menzionano i nomi e i cognomi di nascita delle donne trans assassinate, sottolineando che i nomi scelti da queste donne sono degli pseudonimi. Agendo così, i giornalisti negano loro l'identità di donna e le uccidono una seconda volta, precisa Michelle.

Nel suo piccolo, Michelle cerca di cambiare il linguaggio maschile dei media. Non esita infatti a contattare i media turchi quando legge nei loro giornali notizie transfobiche, ma le sue lettere restano spesso e volentieri senza risposta.

Oggi Michelle non ha più sogni, o meglio, desidera vivere la sua vita senza essere l’oggetto di abusi verbali quotidiani, o ancora tenersi per mano con il suo ragazzo per strada senza paura o vergogna. La sua volontà di combattere l’ipocrisia della società è infallibile. Spiega: «Ho paura di morire, di diventare vittima di un crimine di odio, c’è questa possibilità nella mia vita». Poi aggiunge: «Faccio quello faccio per aprire la strada alle altre Michelle».

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Traduzione dell'intervista dal turco di Muhsin Doğu Yüceil.

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Mind The Gap presenta #Sheroes, una serie di ritratti di giovani europei che difendono la parità di genere e lottano contro le discriminazioni.