Michael Kohlhaas, Un documentario del secolo XVI

Articolo pubblicato il 11 dicembre 2013
Articolo pubblicato il 11 dicembre 2013

“Un documentario del secolo XVI”, così è come definisce questo film il suo regista, Arnaud des Pallières, che ci parla di giustizia e del prezzo da pagare per ottenerla. Basata sul romanzo omonimo di Heinrich von Kleist, “Michael Kohlhaas” è un film atemporale, sobrio ed elegante che rompe gli schemi del film storico. 

Sche­da tec­ni­ca

Ti­to­lo: Mi­chael Ko­hlhaas

Anno: 2013

Du­ra­ta: 125'

Paese: Fran­cia

Re­gi­sta: Ar­naud des Pal­liè­res

Sce­neg­gia­tu­ra: Chri­stel­le Ber­the­vas e Ar­naud des Pal­liè­res

Cast: Mads Mik­kel­sen, Mé­lu­si­ne Ma­yan­ce, Del­phi­ne Chuil­lot, David Kross, Bruno Ganz,

Denis La­vant, Ro­xa­ne Duran, Paul Bar­tel, David Ben­net, Swann Ar­laud, Sergi López, Amira Casar, Jac­ques Nolot, Chri­stian Chaus­sex, Ri­chard e Ni­co­las Ca­pel­le e Guil­lau­me De­lau­nay

Casa pro­dut­tri­ce: Co-pro­du­zio­ne fran­co-te­de­sca: Les films d'ici, Looks Film­pro­duk­tio­nen, Arte Fran­ce

Ci­ne­ma, ZDF/Arte, Rhône-Al­pes Ci­ne­ma, Hé­ro­dia­de e K'ien Pro­duc­tions

Ge­ne­re: Dram­ma epico

Ci sono altri modi di rac­con­ta­re “sto­rie d’e­po­ca”. Ce lo di­mo­stra Ar­naud des Pal­liè­res con que­sto me­ra­vi­glio­so film che, in­ten­zio­nal­men­te, a dif­fe­ren­za di ciò a cui siamo abi­tua­ti, pre­sta mi­no­re at­ten­zio­ne ai co­stu­mi e alla sce­no­gra­fia, “en­tram­bi spes­so di­ven­ta­no il cen­tro del film e come cura a que­sta ma­lat­tia dei film d’e­po­ca, io pro­pon­go di fare una spe­cie di do­cu­men­ta­rio del se­co­lo XVI, ma non sul se­co­lo XVI," assicura.

La so­brie­tà, l’im­por­tan­za della na­tu­ra e l’as­sen­za di ar­ti­fi­ci fanno di que­sto film un’in­te­res­san­te pro­po­sta che ci in­vi­ta a ri­flette­re sul senso della giu­sti­zia.                                       Mi­chael Ko­hlhaas, ba­sa­to sul­l’o­mo­ni­mo ro­man­zo di Hein­ri­ch von Klei­st, ci rac­con­ta la sto­ria di un ne­go­zian­te di ca­val­li che un gior­no vede vio­la­ti i suoi di­rit­ti da un feu­da­ta­rio. Da­van­ti al­l’im­pos­si­bi­li­tà di ri­ce­ve­re giu­sti­zia nei tri­bu­na­li, de­ci­de di ot­te­ner­la da solo.

Però, così come dice lo stes­so Ar­naud des Pal­liè­res, “la sto­ria di Mi­chael Ko­hlhaas non è la sto­ria di un ri­vo­lu­zio­na­rio, è la sto­ria di un uomo che si ri­bel­la e che non è con­sa­pe­vo­le della parte po­li­ti­ca della sua ri­vol­ta; è una spe­cie di ani­ma­le pre-po­li­ti­co, pre-ri­vo­lu­zio­na­rio”.

Ko­hlhaas, in­ter­pre­ta­to da un ec­cel­len­te Mads Mik­kel­sen, pa­ghe­rà un alto prez­zo per fare quel­lo che la sua co­scien­za gli detta.

Una sto­ria che ci parla della no­stra pri­mor­dia­le presa di con­sa­pe­vo­lez­za po­li­ti­ca e del senso di giu­sti­zia che vive in ognu­no di noi. Alla fine, ci dice il re­gi­sta, il se­co­lo XVI non è la cosa im­por­tan­te, “im­por­tan­ti sono i per­so­nag­gi, i sen­ti­men­ti, le emo­zio­ni e il tema della giu­sti­zia”. Il se­co­lo XVI non è altro che una scusa “per rac­con­ta­re una sto­ria di caste e ca­pir­ne bene la dif­fe­ren­za”.

Una sto­ria che ha cat­tu­ra­to il re­gi­sta al­l’e­tà di 25 e che ha ma­tu­ra­to per al­tret­tan­ti 25 anni in modo tale da far di­men­ti­ca­re allo spet­ta­to­re che siamo nel pas­sa­to. Un modo di­ver­so di rac­con­ta­re “sto­rie d’e­po­ca”, cen­tra­to in ciò che è uni­ver­sa­le, in ciò che tutti gli es­se­ri umani pos­so­no ca­pi­re, spe­ri­men­ta­re e sen­ti­re dal­l’i­ni­zio dei tempi fino ad oggi.

An­to­nia Ce­bal­los