Michael Johansson: l'arte di spogliare gli oggetti della loro funzione

Articolo pubblicato il 14 novembre 2014
Articolo pubblicato il 14 novembre 2014

Non è forse vero che tutti gli oggetti hanno una propria vita, una storia cui è legato un flusso infinito di associazioni? Sicuramente la pensa così l'artista svedese Michael Johansson, specializzato in installazioni. Le sue opere stimolano il pubblico a vivere un'immaginaria realtà conglomerata di associazioni e memorie, in forma di scultura tridimensionale.

Michael Johansson è cresciuto a Trollhättan, una città di circa 50mila abitanti raggomitolata non lontano dalla costa occidentale svedese. Fin dalla giovane età ha dimostrato un profondo interesse per il disegno ma le sue idee su come dovesse essere l'arte lo limitavano. Voleva che i suoi dipinti sembrassero realistici, che si avvicinassero quanto più possibile alla fedeltà visiva. Questo si è trasformato in una sfida quando si più tardi si è scritto all'accademia d'arte. La sua produzione attuale, che si basa su oggetti reali, tangibili, sembra non solo incarnare il suo desiderio giovanile di realismo, ma produce anche un contesto totalmente diverso e dichiaratamente surreale attraverso cui vedere tali oggetti.

Liberarsi dello stampo

A 19 anni Johansson si è iscritto a una scuola preparatoria all'accademia prima di immatricolarsi a una serie di università e scoprire il suo stile. «Ho provato diverse tecniche e mezzi, come la scultura e la fotografia». Ma Johansson aveva un approccio conservatore nei confronti dell'arte e non riusciva a superare gli ostacoli legati a ciò che nel campo della scrittura si definisce “trovare la propria voce”. Solo dopo aver iniziato a lavorare alla sua tesi del Master alla Malmö Art Academy (Svezia) ha cominciato a trasformarsi nell'artista che è oggi. «Se avessi dovuto confrontarmi con l'arte che faccio adesso, ai miei inizi, non penso che l'avrei apprezzata. Credo anzi che avrei perfino trovato difficile considerarla arte». Verso la fine della sua istruzione post-universitaria, Johansson aveva già partecipato ad alcune esposizioni ma per il suo progetto finale voleva fare qualcosa di diverso. È a quel punto che si è immerso veramente in ciò che fa oggi: creare delle opere a partire da diversi oggetti comuni, familiari, che comunicano a chi li vede qualcosa sul rapporto che noi esseri umani abbiamo instaurato con gli oggetti. Ma per poterlo fare, Johansson ha dovuto rompere con quello che sinora aveva creato. «Volevo provare qualcosa di nuovo per il mio progetto del Master, finché avevo la possibilità di farlo con la rete di protezione dell'università. L'unico rimorso riguardo alla mia educazione è non aver preso maggiori rischi». Prendere questi rischi si è dimostrato essere estremamente fruttuoso e guardando il risultato si capisce che prendere dei rischi dovrebbe essere al centro del processo creativo di ogni artista.

Nuove funzioni, composizioni insolite

Con la sua esposizione finale Johansson ha trovato qualcosa con cui sentiva di potersi immedesimare, un progetto da portare avanti; mettendo insieme oggetti familiari, di uso quotidiano, Johansson li spoglia delle loro normali funzioni e dei loro contesti e gliene offre di nuovi. “Se una scultura è formata da un centinaio di oggetti differenti, questi provengono da cento case diverse e sono stati utilizzati da centinaia di persone diverse. Ma ora sono uniti in un'unica scultura, un'unica installazione. In altre parole, le vite si sono unite a formare una falsa identità che non è mai esistita”. La sua opera The Move Overseas è un ottimo esempio. È stata realizzata per una mostra in Belgio e ha richiesto una particolare pianificazione prima della sua esecuzione per superare difficoltà tecniche e strutturali. «L'idea iniziale era creare un container invisibile attraverso il quale si potesse vedere per dare un'occhiata agli oggetti che erano stati costruiti oltreoceano e poi caricati su una nave per essere portati altrove». Johansson sa bene che la sua interpretazione dell'opera non è necessariamente l'unica, né quella corretta. In altre parole, non crede che il suo punto di vista sia più importante di quello del fruitore, perché sono i fruitori a portare con sé le associazioni con gli oggetti che sono messi in mostra. «Ovviamente non voglio che le persone affermino che volessi dire una determinata cosa anche se non è così, ma se è un'interpretazione privata, va bene».

Invertire la linea di produzione

Un altro approccio alle opere di Johansson è quello di riportare gli oggetti al loro punto d'origine. Le rappresentazioni di queste origini riportano alla mente ricordi vividi in chiunque sia cresciuto montando modellini di auto, barche, treni, aerei, carri armati e qualsiasi altra cosa con cui le aziende produttrici di modellini giocattolo pensano che i bambini si possano divertire, se rimpicciolita a misure maneggevoli. Ma le opere di Johansson sono diverse. Invece di creare versioni in miniatura degli oggetti, ha sviluppato un approccio differente. «L'anno dopo il Master ho vinto una residenza a Stoccolma. Ero in treno per andare a un incontro e stavo sfogliando degli album di schizzi di sette anni prima». In quel momento ha riscoperto un'idea che aveva avuto all'inizio dei suoi studi: fare dei kit per modellismo in scala 1:1. «Ovviamente non avevo la minima idea di come realizzarli. Il budget era molto limitato e in treno ho capito che se avessi usato degli oggetti reali e li avessi trasformati in kit per modellismo, avrei potuto abbattere le spese». È così che sono nate opere come Manual Lawn Mower Assembly Kit (2011) e Assorted Garden Assembly (2010). «Volevo spogliare gli oggetti della loro funzione e avviare una sorta di processo costruttivo inverso. È stato importante per me mantenere lo stesso approccio utilizzato nei lavori precedenti, quello di spogliare gli oggetti delle loro funzioni e dei loro significati».

Tuttavia c'è un kit per modellismo per il quale Johansson ha dovuto modellare le parti da utilizzare a partire dagli oggetti reali prima che fossero forgiati in bronzo. L'opera Hard Hat Diving (2011) è stata realizzata per una base navale della costa svedese orientale, specializzata in immersioni e tattiche sottomarine. Essendo nata come installazione permanente da esporre all'esterno doveva resistere alle intemperie. «La marina mi ha permesso di prendere in prestito tutti i materiali e gli indumenti di gomma e poi questo fantastico atelier di Malmö ha fuso le parti in bronzo». 

Ancora una volta tutti questi kit per modellismo puntano a invertire la linea di produzione degli oggetti per osservare le loro diverse parti divise in compartimenti e separate, come quando un giovane meccanico smonta un motore per capire meglio come funziona. In queste opere gli oggetti sembrano più banali e materialistici di come sarebbero nella loro forma completa? Privare della sua funzione un oggetto lo rende insensato o semplicemente valorizza la sua esistenza? Che lo spettatore osservi questi kit per modellismo o le opere in cui oggetti familiari sono uniti a formare cubi tridimensionali, non potrà fare a meno di porsi domande filosofiche come queste, domande che vanno al cuore del rapporto che noi esseri umani abbiamo instaurato con gli oggetti. 

Se desiderate vedere altre opere di Michael Johansson, questo è il suo sito!