Mercato del lavoro: la cortina di ferro che "deve" restare

Articolo pubblicato il 12 marzo 2004
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Articolo pubblicato il 12 marzo 2004

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Il cinismo di alcuni Stati sta mettendo in pericolo l'effettiva riunificazione dell’Europa. L’Erasmus generation non può accettarlo.

Che confusione questa nuova Europa! Da una parte Bruxelles che si contende i cittadini dell’Est europeo per farli lavorare nella sua superstruttura burocratica, dall’altra gli Stati membri che chiudono le frontiere a lavoratori disponibili. Le decisioni prese da Regno Unito e Irlanda sono l’ultimo atto di un trend di politiche restrittive con le quali tutti gli Stati Europei, uno dopo l’altro, hanno eretto barriere per impedire la libera circolazione. Proprio nel momento in cui, almeno simbolicamente, avebbero dovuto abbattere queste barriere.

Anche se la maggior parte di questi progetti non sono ancora stati finalizzati, Germania ed Austria sembrano ormai in procinto di mantenere chiuso il proprio mercato del lavoroper i prossimi 7 anni, cioè il periodo di transizione massimo proposto dalla Commissione alla metà degli anni ’90 e accettato come parte dei “Trattati di Adesione”; Svezia e Danimarca rifiuteranno il diritto a benefici per i nuovi cittadini europei ma potrebbero comunque concedere residenza e permessi di lavoro se gli immigrati troveranno un impiego entro 6 mesi; quanto a loro, Belgio, Finlandia e Olanda permetteranno di lavorare solo ai possessori di un permesso di lavoro: ciò equivale a tagliare fuori quanti non riusciranno a trovare un lavoro prima di arrivare nei paesi in questione.

Portogallo e Spagna: la storia insegna

Certo, questo allargamento potrebbe non avere precedenti nella storia dell’Unione Europea, ma la storia dell’immigrazione durante l’allargamento o, piuttosto, la storia del conseguente panico, la conosciamo. Eccome. Nel 1986 quando Spagna e Portogallo entrarono nell’Unione, enorme fu la preoccupazione per gli immigrati che si sarebbero dovuti riversare sulle nostre coste.

Come oggi, anche allora si decise un periodo transitorio di 7 anni di restrizioni sul mercato del lavoro con la spiegazione che, a seguito di questo periodo, il nuovo Stato membro avrebbe superato il gap economico e quindi non vi sarebbe stato più bisogno e desiderio di migrazioni. Ma, soprattutto grazie alla velocità della rimonta economica, le ondate prospettate non sono mai arrivate e quindi il periodo di transizione è stato rapidamente ridotto. Anzi, in seguito all’adesione del proprio paese, un certo numero di lavoratori iberici è persino tornato in patria dall’Europa del Nord per la prospettata possibilità di uno standard di vita migliore.

Quelli che conducono campagne contro l’immigrazione mascherano il razzismo con le vesti dell’econometria, argomentando che non c’è alcuna necessità delle migrazioni ed evidenziando la presenza degli immigrati (il 29% della popolazione londinese, ad esempio) alle porte del proprio paese. Secondo uno studio della Price Waterhouse Coopers, i “fatti” sono ingannevoli: sappiamo che il 40% dei polacchi vorrebbero vivere e lavorare in un altro paese dell’Europa. Quello che non ci dicono è che il 75% degli ungheresi non immaginano nemmeno di lasciare il loro paese per il forte senso della famiglia che hanno.

Ora, la Commissione ha risposto citando un recente studio, proveniente da Dublino, che dipingerebbe un quadro differente della situazione post-allargamento, in cui le cifre suggeriscono che l’immigrazione crescerà solo dell’1% circa nei prossimi 5 anni. Questa percentuale corrisponderebbe a 220.000 immigrati all’anno, distribuiti tra i 15 Stati membri.

Al di là dei miti numerici

Comunque si vogliano leggere questi dati, chi continua a giocare al gioco dei numeri non afferra la questione. Il fatto è che l’immigrazione, in quanto realtà del sistema globalizzato, è fatto reale ed inevitabile tanto quanto il commercio internazionale. Dobbiamo aspettarci numeri di persone fluttuanti, visto che ci aspettiamo mercati fluttuanti. Senza dimenticare che l’immigrazione è anche la risposta al declino della popolazione europea.

Gli immigrati sono una fonte di manodopera, ci riforniscono della forza-lavoro che spesso ci manca, accrescono la produttività. Essi riempiono infatti i posti vacanti nel mercato della manodopera specializzata, oppure si adattano a posti di lavoro non specializzati che la popolazione del paese-ospite magari nemmeno prenderebbe in considerazione; gli immigrati non hanno in definitiva un effetto di per sé negativo sui livelli di occupazione della popolazione esistente. Gli immigrati non portano nemmeno effetti negativi sulle retribuzioni o sulla società civile. In alcune parti d’Europa lo spirito imprenditoriale degli immigrati ha diversificato e ringiovanito interi settori produttivi.

Più opportunità che rischi

Forse l’aspetto più importante della migrazione di lavoro legale è il fatto che indebolirà il flusso di immigrati illegali dagli stessi paesi, consentendo alle persone di contribuire pienamente allo sviluppo economico-sociale del paese ospitante. In questo senso gli immigrati legali sono una risorsa e non un “fardello”, non sono consumatori di ricchezze altrui, come alcuni propagandisti anti-immigrazione credono, ma veri e propri creatori di ricchezza.

Un recente studio della Price Waterhouse avvalora questa ipotesi. Mostra come quelli che sono stati i più pronti ad emigrare dall’Est , sono gli stessi che oggi ricoprono le posizioni migliori. Lo studio conclude che l’UE si può aspettare “una riserva di manodopera di alta qualità che dovrebbe migliorare la sua situazione economica a breve termine, ed allo stesso tempo la situazione socio-economica a lungo termine, con una struttura demografica più attiva”. Insomma, per i vecchi Stati Membri ci sono più opportunità che rischi.

La “fortezza Europa” è costruita sulla base di un mito: che, stretta tra mura di acciai, la libera circolazione possa realmente esistere. La diffidenza che è alla base di questa politica vede degli stati che erigono frontiere tra di loro per bloccare gli immigrati. Proprio nel momento di allargarsi ad Est, il sogno di un’Europa unita grazie ad un mercato interno di persone è in pericolo. Se siamo davvero l’Erasmus generation, non possiamo non vederlo.