“MedFilmFestival 2010”, il Festival che porta il Mediterraneo nei cinema di Roma

Articolo pubblicato il 01 dicembre 2010
Articolo pubblicato il 01 dicembre 2010
Cafebabel Roma ha seguito per voi il “MedFilmFestival 2010”. La kermesse cinematografica, giunta alla decima edizione, è stata ospitata nella “Casa del Cinema” della capitale dall'11 al 21 novembre 2010. Il Festival ha proposto come sempre una selezione del meglio del cinema mediterraneo ed europeo, tra lunghi, corti e documentari.

di Marta Vigneri

Bal.jpg Yusuf è un bambino di sei anni che ha appena iniziato la scuola. E' introverso, non legge, e non beve mai il bicchiere di latte che la madre puntualmente gli prepara, aspetta che il padre lo beva per lui. Il padre è l'unica persona a cui riesce a raccontare,"sussurrare" i sogni che fa. Lo guarda produrre il miele sugli altissimi e pericolosi alberi dell'Anatolia, regione turca dalla natura immensa e sconfinata, in cui l'uomo si perde senza far più ritorno. "Bal", in arabo, significa miele.

Una scena tratta da "Bal"

Rachid, Nasser e Imène sono tre ragazzi algerini che partono dal porto di Mostanagem per attraversare il Mediterraneo e arrivare in Spagna. Rachid porta il suo vestito migliore, che indosserà appena varcata la soglia di quel sognato confine dove "anche il sole profuma di paella". Nasser porta Imène, donna coraggiosa che come tutti vuole tagliare e bruciare ogni legame con la prigione che è per lei l'Algeria. "Harraga" in Arabo significa "colui che brucia", "Harragas", sono i bruciatori. Cosa hanno in comune Nasser, Imène e Yusuf?

Casa_del_Cinema.jpg Sono solo alcuni dei protagonisti del "MedFilmFestival", che dal 13 al 21 novembre, nella Casa del Cinema di Roma, ha cercato di legare e raccontare tutte le diversità provenienti da ogni parte del mar Mediterraneo, dalla sponda nord della Spagna a quella sud del Libano, Paesi ospiti d'onore quest anno. La più longeva delle manifestazioni della città di Roma, giunta alla sua ventesima edizione, svolge un ruolo importante anche per la capitale, rendendola più che mai città aperta all’altro che, nel cuore di Villa Borghese, si fa luogo di scambio e tappeto di culture. In un via vai di registi, giornalisti, membri della giuria e organizzatori, ma anche di joggers, turisti, e personaggi di passaggio, ci immergiamo in una zona franca, non perché staccata dalla realtà cittadina, ma perchè, tra via Veneto e Piazza di Siena, ci fa calare con la naturalezza e la semplicità del Cinema nel vivo del Mediterraneo: si parlano tante lingue, si osservano volti, espressioni, vestiti e colori diversissimi, amalgamati con un pubblico capitolino aperto e appassionato.

''La "casa del Cinema" a Roma

''Quello del festival è un vero e proprio viaggio, nel tempo e nello spazio. In un’Europa dall’identità sempre più composita, che reagisce allo spostamento dei migranti al suo interno a volte con tolleranza, più spesso con violenza; un viaggio aldilà del mare, dove, quasi sempre, qualcuno è costretto ad attraversarlo. A Teheran, dove la poetessa di “My Teheran for sale” lavora con la sua poesia d’avanguardia nascondendosi dalle autorità che la vietano; in Marocco, dove una donna innamorata si trova costretta a scappare per raggiungere il fidanzato in Belgio e ad abbassarsi a una vita di prostituzione; in Libano, dove la guerra civile travolge la bellissima città di Beirut, vista attraverso gli occhi dei ragazzi di “Beyrout al Gharbyya” che vivono il pericolo come avventura, o del gruppo di musicanti di “Bosta”, che vi torna dopo l’esilio per riprendere a ballare. Ancora, è un viaggio tra passato e presente, dove le due dimensioni sono quasi sempre in lotta. Se gli "Harragas" vogliono scordare la miseria del passato e bruciare ogni legame, le prostitute Marocchine emigrate in Belgio sono “Les Oubliés de l’histoire”, dimenticate dalla storia; Yusuf, alter ego del regista Semih Kapanoglou, con "Bal", il passato vuole ritrovarlo: il film è l'ultimo di una trilogia che, passando per “Yumurta” (uova) e “Surt” (latte) (e per i festival di Cannes e Venezia, prima di aggiudicarsi l’Orso d’oro alla Berlinale), racconta la storia di Yusuf partendo dall'età adulta per arrivare all'infanzia, perché "solo attraverso questa ho potuto capire quello che sono adesso", ci spiega sul palco inaugurale del Festival lo stesso autore.

Korkoro_di_Tony_Gatlif.jpg E’ nella tensione di questi conflitti, interni ed esterni ai personaggi, che pulsa un messaggio unico e solo, quello della vita, dell’urgenza di viverla e della tenacia di andare avanti. I bambini di “Mind Dìt” (film vincitore del festival), rimasti orfani a Duyarbakir, nel cuore del Kurdistan turco, sono soli in un luogo a loro ostile, muoiono di fame e sono sporchi. Eppure con il dolore addosso e negli occhi continuano a lottare, cercano di sorridere e di stringere relazioni alternative, cercano di vendicarsi dell’assassino dei loro genitori, per poi spostarsi ad Istanbul sperando in un’infanzia migliore. E i rom del gitano Tony Gatlif, in “Korkoro” (film vincitore del premio “Menzione speciale”) lottano per la libertà perseguitati nella Francia di Vichy, da cui scappano persino quando trovano un posto sicuro, perchè troppo forte è il richiamo della terra, dell’acqua, degli alberi, della (loro) vita..

''Una scena tratta da "Korkoro"

'' La vita è il filo che lega tutte le terre del viaggio, non nel senso di uniformarne le diversità, ma di mostrare la loro universalità. Il festival, raccontandoci storie che difficilmente potremo rivedere in Italia, seduti nelle intime sale della Casa del Cinema, ci fa sentire l’appartenenza a un mosaico che si compone di tutte le musiche, gli sguardi, i mari, le terre, le guerre, le arti, i dolori, gli amori, le infanzie di Mediterranei distanti e contrapposti, ma storicamente e indissolubilmente legati da un unico Mare. Che è tutto da (ri)scoprire…