Maudit, i "poeti maledetti" che cantano le contraddizioni della Milano a due facce

Articolo pubblicato il 23 maggio 2015
Articolo pubblicato il 23 maggio 2015

Vengono dalla periferia, ma vivono la città di Milano. E ne cantano le sue contraddizioni, i suoi lati positivi  e negativi. I Maudit sono arrabbiati e vogliono farlo sentire. In attesa che arrivino Tempi migliori...

Il loro primo disco, Maudit come il nome della band, è uscito il 24 marzo. Da allora sono in giro nei locali di Milano e provincia a urlare la loro rabbia e di dare la sveglia al panorama underground. I Maudit sono Davide Carrone (voce e chitarra), Rino Cipollaro (chitarra), Andrea Vernò (basso) e Jgor Beni (batteria) e martedì 27 maggio saliranno sul palco del Magnolia per la serata Linoleum.

cafèbabel: Maudit, come i poeti maledetti o come la canzone dei Litfiba? Tutte due. Nella band convivono due aspetti differenti: uno un po’ più intellettuale, l’altro caciarone, da periferia. È nata per un felice idillio, tra i Litfiba e i poeti maledetti, in particolare Baudelaire. I nostri testi sono ispirati anche dalla canzone dei Litfiba, canzone che parla di poteri nascosti, la sala dei bottoni in cui si decide tutto e che sostanzialmente te la mette nel sedere…

cafèbabel: Nelle vostre canzoni c’è molta rabbia. In Milano dite «anche se non vuoi ascoltare, sapremo sempre come farci sentire». Si sente una voglia di urlare, ma anche di dare un sveglia. Cosa volete far passare?

Troviamo che ci sia un’aria stantia a livello musicale. La nostra generazione, quella dei 25 anni di media, si è adagiata in una situazione di totale acquiescenza della realtà, accetta tutto quello che arriva. Questo per noi è inaccettabile, perché se non hai voglia di costruire niente, non ti puoi neanche permettere di criticare e dire che le cose non funzionano. I nostri testi sono incazzati, è vero che le cose non funzionano, ma siamo i primi a voler fare un passo in più.

cafèbabel: Come nome del disco avete scelto lo stesso nome della band per far passare questo messaggio? Sì, è un disco eponimo. I poeti maledetti nel 1800 scrivevano di cose scabrose, che non si potevano dire e che la società non accettava di sentirsi dire, ma che esistevano. Cercavano di far affiorare quello che c’era di vero. E noi cerchiamo di fare lo stesso, mettere di fronte all’ascoltare una canzone che dica: “la realtà è questa, l’amore c’è e esiste, però sbattiti per trovare”.

cafèbabel: In Milano cantate: «dentro le vie della mia città si vuole cambiare aria», poi «Milano crede in noi». Cos’è per voi questa città?

È una città di contraddizioni, e come tale la vediamo feconda di idee e ispirazioni. Come dice la canzone, Milano è la città che ti prende e ti sembra offrire il paradiso terrestre. Ma poi questo paradiso di cosa è fatto? Di gente impazzita, ritmi frenetici, una società che mastica le persone e le risputa subito. Milano è piena di alimenti antitetici: una città estremamente pensata per il business, ma fortissima sul volontariato; una città che invita gli immigrati, molto tollerante e accogliente, ma dall’altra parte li lascia per strada; attira i giovani con le promesse del lavoro e dello stage, ma poi non li retribuisce. La canzone è un inno alla città e questa sua visione bicefala.

cafèbabel: E tutte queste contraddizioni si riflettono nel panorama underground della musica milanese…

Dal nostro punti di vista . Secondo noi c’è una sensazione di stantio a livello di underground, forse perché ci sono persone più sensibili che recepiscono determinati stimoli, e altre che si affidano e vivono con maggiore passività anche il mondo musicale. Vediamo un fiorire di band con i nomi inglesi che fanno quello che chiamano “indie”, ma che poi non hanno niente di originale, che è l’unica cosa che ti si chiede a fare l’artista. Non è un modo per screditare gli altri, ma noi abbiamo visto questo ed è per questo che siamo così incazzati e abbiamo questa energia che ci trasporta. Il panorama musicale di Milano per fortuna è vivo e attivo, ci sono tanti artisti molto validi. Per esempio ci piacciono molto i Fitzcataldo & The Trivettes.

cafèbabel: Come sta andando il disco?

Abbiamo avuto riscontri super positivi. Molte recensioni da varie testate. Non abbiamo avuto stroncature, abbiamo anzi ricevuto molti suggerimenti su come sviluppare il prossimo lavoro. Abbiamo già deciso che a metà del 2016 registriamo il prossimo album. Adesso continueremo con i concerti, poi verso ottobre/novembre ci rinchiudiamo in eremitaggio fino a marzo 2016.

cafèbabel: Com’è nata la collaborazione con Maurizio Merluzzo, star di YouTube con la web serie Cotto&Frullato? Ha spinto molto la sua figura nel video di Tempi migliori?

Conosciamo Teo Youssoufian, il direttore alla fotografia di Cotto&Frullato. Si è subito reso disponibile a darci una mano per il primo nostro video, registrato a Consonno. Ci è stata fatta questa proposta di inserire una trama romanzata, una storia vera e proprio. È uscito che Maurizio era disponibile a farla e quindi abbiamo detto subito di sì.

cafébabel: Quali sarebbero i primi brani del vostro repertorio che consigliereste di ascoltare a qualcuno che ancora non vi conosce?

Alta tensione e Juliet. Sono due brani che rappresentano due facce nostre. Juliet è una delle prime canzoni fatte insieme, che si è evoluta nel tempo: ha inglobato un senso di tradizione ed evoluzione del gruppo. Alta tensione è invece quella che apre i nostri concerti, e parla del fatto che anche nella quotidianità dei rapporti bisogna metterci energia e passione, per poter arrivare a qualche cosa di concreto.