Mateusz Kosciukiewicz: “Voglio essere ciò che mi pare”

Articolo pubblicato il 22 febbraio 2014
Articolo pubblicato il 22 febbraio 2014

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L'astro nascente Mateusz Kościukieiwcz (premiato dalla EFP con lo Shooting Stars Award) è stato il volto della Polonia alla Berlinale dal 2011. Nonostante sia uno dei più promettenti attori del cinema alternativo polacco, Kościukieiwcz evita la vita da celebrità e trova rifugio in posti dove “nessuno lo gradisce”.  Un'intervista.

La fil­mo­gra­fia di Kościu­kiei­wcz era una delle più ric­che tra le Eu­ro­pean Shoo­ting Stars. Ha preso parte nei film di Peter Gree­na­way e An­dr­zej Wajda, ed è stato il pro­ta­go­ni­sta di di­ver­si film ce­le­bri: il con­tro­ver­so In the Name Of diMałgośka Szu­mo­w­ska, che ha vinto il Teddy award l'an­no scor­so, Baby Blues (2012) che ha ri­ce­vu­to l'Or­so d'ar­gen­to e Sui­ci­de Room, no­mi­na­to ai Teddy awards nel 2011.

CA­FE­BA­BEL: MOLTI DEI TUOI FILM SONO STATI, AL­ME­NO PER ME, DE­CI­SA­MEN­TE PO­LAC­CHI – CON UNA STO­RI­CI­TA' PAR­TI­CO­LA­RE, UNA CERTA ESTE­TI­CA, UNA CERTA BRU­TA­LI­TA'. TROVI QUE­STO MOLTO IM­POR­TAN­TE?

Ma­teusz Kościu­kiewicz: La Po­lo­nia è un paese stra­no, un paese di tante di­ver­si­tà, molti cli­ché e op­po­si­zio­ni. E' un paese molto cat­to­li­co che ora tenta di es­se­re più aper­to, ben­ché an­co­ra omo­fo­bi­co, na­zio­na­li­sta, con un piede in Eu­ro­pa, che guar­da avan­ti al fu­tu­ro e non vuole es­se­re la­scia­to in­die­tro, e un piede in­die­tro, nei vec­chi tempi. Molta gente pensa che si stes­se me­glio du­ran­te il Co­mu­ni­smo. Men­tre la vera cul­tu­ra li­be­ra era ob­bli­ga­ta al­l'a­no­ni­ma­to, c'era an­co­ra una rete di as­si­sten­za so­cia­le. Ov­via­men­te que­ste ten­sio­ni hanno un'ef­fet­to su ciò che suc­ce­de nel ci­ne­ma po­lac­co.

Siamo in un pro­ces­so di cam­bia­men­to della so­cie­tà, che è an­co­ra af­fa­sci­na­ta da eroi­ci com­bat­ten­ti che sa­cri­fi­ca­no la loro vita per la na­zio­ne. Ma i gio­va­ni oggi in Po­lo­nia non vo­glio­no mo­ri­re. Vo­glia­mo vi­ve­re. Io vo­glio poter es­se­re quel­lo che vo­glio es­se­re: di ambo i ge­ne­ri, omo­ses­sua­le o meno, tutto.

IL CI­NE­MA PUO' FA­CI­LI­TA­RE QUE­STO CAM­BIA­MEN­TO?

Il ci­ne­ma ha un'in­fluen­za li­mi­ta­ta sulla so­cie­tà. Come le altre forme di espres­sio­ne cul­tu­ra­le, come i libri o il tea­tro, di­pen­de dalla sua espo­si­zio­ne, le­ga­ta per­lo­più alle per­so­ne che abi­ta­no in città. Molta gente non segue il nuovo ci­ne­ma cri­ti­co. O per­ché non ne hanno vo­glia, o per­ché non hanno ac­ces­so a que­sti film.

 Io vengo da Nowy Tomyśl, un pic­co­la città, e vedo che l'in­fra­strut­tu­ra cul­tu­ra­le man­tie­ne la forma che aveva ai tempi del co­mu­ni­smo. Credo che la si­tua­zio­ne al di fuori delle gran­di città sia si­mi­le ovun­que. 

Come fau­to­ri del ci­ne­ma, noi sen­tia­mo che la gente vuole an­da­re al ci­ne­ma, ma non ci rie­sce. La si­tua­zio­ne però, sta mi­glio­ran­do gra­dual­men­te. Ad es­se­re del tutto one­sto, non credo che il ci­ne­ma possa cam­bia­re la so­cie­tà.

CO­MUN­QUE, “IN THE NAME OF” HA AVUTO UN'IM­POR­TAN­TE RUOLO NEL DI­BAT­TI­TO SUL­L'O­MO­SES­SUA­LI­TA' FRA I PRETI IN PO­LO­NIA.

In the Name Of è stato qual­co­sa di forte ed am­bi­zio­so, ed è stato al cen­tro si di­scus­sio­ni in Po­lo­nia ri­guar­do l'o­mo­ses­sua­li­tà e la pe­do­fi­lia nel clero. Forse, è stato la causa sca­te­nan­te, o al­me­no ha coin­ci­so con l'i­ni­zio, dei forti di­bat­ti­ti in ma­te­ria di ge­ne­re di oggi.

Molti opi­nio­ni­sti in TV che par­la­no di que­stio­ni di ge­ne­re non hanno la mi­ni­ma co­no­scen­za del­l'ar­go­men­to.

I FILM COME “IN THE NAME OF” MET­TO­NO SOTTO UNA DI­VER­SA LUCE L'O­MO­SES­SUA­LI­TA' E LE QUE­STIO­NI DI GE­NE­RE?

La sto­ria di un prete coin­vol­to in re­la­zio­ni omo­ses­sua­li, am­bien­ta­to nella real­tà di un pic­co­lo vil­lag­gio po­lac­co era qual­co­sa di ve­ra­men­te nuovo e ri­vo­lu­zio­na­rio. Allo stes­so tempo, era­va­mo pre­oc­cu­pa­ti ri­guar­do il fatto che il film, e ciò che trat­ta po­tes­se­ro non es­se­re nuovi per il resto della so­cie­tà eu­ro­pea.

E' stato molto toc­can­te quan­do la gente ha sco­per­to il film, in par­ti­co­la­re gra­zie al Teddy award, e ci ha visti come com­bat­ten­ti per la li­ber­tà. Credo che lo sopo del ci­ne­ma sia di mo­stra­re altre per­so­ne oltre a noi stes­si.

HAI DETTO CHE SPES­SO IN­TER­PRE­TI PER­SO­NAG­GI TOR­MEN­TA­TI. NON SEI SPA­VEN­TA­TO CHE L'E­TI­CHET­TA DI “MA­SCO­LI­NI­TA' IN DUB­BIO” TI POSSA RI­MA­NE­RE AT­TA­CA­TA? E' STATA UNA PRE­CI­SA SCEL­TA?

Ve­ra­men­te uno dei miei primi ruoli im­por­tan­ti era un ra­gaz­zo sim­pa­ti­co che viene ar­re­sta­to. Il se­con­do in Mo­ther Te­re­sa of Cats era più pro­fon­do, e con quel­lo ho vinto il pre­mio per il Mi­glior At­to­re a Kar­lo­vy Vary nel 2010. Era un per­so­nag­gio sa­di­co, un fi­glio che uc­ci­de la madre. E' stato com­pli­ca­to af­fron­ta­re l'ar­go­men­to e le mie emo­zio­ni al ri­guar­do. Dopo c'è stato un film con una re­la­zio­ne in­ce­stuo­sa tra fra­tel­lo e so­rel­la, poi la sto­ria di un prete e del suo aman­te omo­ses­sua­le. Poi però ho anche re­ci­ta­to una parte in una com­me­dia.

Spes­so i re­gi­sti mi hanno messo di fron­te a delle sfide. Il re­gi­sta mi mo­stra un per­so­nag­gio com­pli­ca­to, dif­fi­ci­le ed a volte per­si­no au­ti­sti­co, poe­ti­co, d'a­van­guar­dia. La pro­fon­da con­nes­sio­ne e l'i­den­ti­fi­ca­zio­ne con loro ha, alle volte,

VEDO DUE PER­SO­NAG­GI CON­TRA­STAN­TI EMER­GE­RE: IL PRIMO PRO­BLE­MA­TI­CO E DI­STUR­BA­TO; L'AL­TRO SO­CIE­VO­LE E PIU' SIM­PA­TI­CO, CHE RI­COR­DA LA POLONIA CO­MU­NI­STA.

Sì. In real­tà ci sono que­ste due fi­gu­re: quel­la a tinte fo­sche e quel­la no­stal­gi­ca. Nel pas­sa­to, l'i­spi­ra­zio­ne ad agire aveva ori­gi­ne nella so­li­tu­di­ne. Ma ora ho su­pe­ra­to quel­la fase. Ades­so ho una tec­ni­ca e non metto trop­po sotto pres­sio­ne la mia psi­che e le mie emo­zio­ni.

I libri spes­so mi ispi­ra­no nel mio la­vo­ro. Di so­li­to, è di­ver­so per ogni ruolo. Sono molto prag­ma­ti­co in que­sto: mi fo­ca­liz­zo su cose spe­ci­fi­che e provo a farle mie per il mio la­vo­ro. Per In the Name Of, per esem­pio, è stato Life and Times of Mi­chael K. di J. M. Coe­tzee, un Pre­mio Nobel su­da­fri­ca­no.

Direi che, in senso ge­ne­ra­le, sono più ma­tu­ro ora e i re­gi­sti mi tro­va­no sem­pre più at­traen­te per­ché sono di­ven­ta­to più pro­fes­sio­na­le. Il mio pros­si­mo pro­get­to è un ruolo pro­ta­go­ni­sta in un film di Jerzy Sko­li­mo­w­ski.

COM'E' STATO LA­VO­RA­RE CON GRAN­DI NOMI COME GREE­NA­WAY E WAJDA?

E' stato stra­no. Men­tre la­vo­ravo su Night­wat­ching di Gree­na­way lo ve­de­vo solo da lon­ta­no e non ho mai avuto l'oc­ca­sio­ne di par­lar­gli. Que­sto suc­ce­de­va al­l'i­ni­zio della mia car­rie­ra, e in­ter­pre­ta­vo uno stu­den­te di Rem­brandt. Ho pas­sa­to una set­ti­ma­na e mezza a gi­ra­re, ma ala fine pro­ba­bil­men­te mi avran­no ta­glia­to dal film. Non l'ho mai visto. Ma la si­tua­zio­ne è mi­glio­ra­ta poi di anno in anno. L'an­no scor­so Wajda mi ha dato una parte molto più im­por­tan­te. (ride)

NON HAI MAI TER­MI­NA­TO UN CORSO PER AT­TO­RI. DICI ANCHE CHE PER TE LA SCUO­LA ERA UN LUOGO DOVE NA­SCON­DER­SI; DA COSA?

Mi stavo na­scon­den­do da tutto: dalla so­cie­tà, dai pro­ble­mi, dalla car­rie­ra, dal la­vag­gio del cer­vel­lo. Da tutto. Le scuo­le erano posti si­len­zio­si dove nes­su­no mi toc­ca­va, nes­su­no mi par­la­va e non pia­ce­vo a nes­su­no.

TU SEI SPO­STA­TO CON LA RE­GI­STA MAŁGOŚKA SZU­MO­W­SKA. negli scor­si anni anche LEI UNA BE­NIA­MI­NA DELLA BER­LI­NA­LE. COME VI SIETE CO­NO­SCIU­TI, E COME LA­VO­RA­RE CON LEI?

Ci siamo co­no­sciu­ti ad un party, e la­vo­ra­re as­sie­me a lei è stato fan­ta­sti­co. Se la­vo­ri con qual­cu­no con cui sei pro­fon­da­men­te con­nes­so, non devi far finta di es­se­re nes­su­no, non devi spie­ga­re tante cose, par­la­re tanto. Basta guar­dar­si negli occhi del re­gi­sta, che ne sa più di te, e hai ca­pi­to tutto. E' molto più fa­ci­le così. Un'at­to­re può la­vo­ra­re più du­ra­men­te e con­cen­trar­si sul  sog­get­to in sé. Mi piace il modo in cui lei mi di­ri­ge. Va tutto bene e non di­scu­tia­mo sul set.

HAI DETTO CHE LA SCENA CI­NE­MA­TO­GRA­FI­CA PO­LAC­CA STA MI­GLIO­RAN­DO. E' UN POSTO IN­TE­RES­SAN­TE PER GLI AT­TO­RI CHE VO­GLIO­NO FARE QUA­CO­SA DI PIU' AM­BI­ZIO­SO?

Mi con­si­de­ro molto for­tu­na­to. Ho co­min­cia­to a la­vo­ra­re quan­do l'I­sti­tu­to del Ci­ne­ma Po­lac­co co­min­cia­va a cre­sce­re e fi­nan­zia­va i pro­get­ti ci­ne­ma­to­gra­fi­ci. Ora, gli at­to­ri della mia ge­ne­ra­zio­ne hanno la chan­ce di la­vo­ra­re in una va­rie­tà di pro­get­ti im­pen­sa­bi­le prima. Sono stato uno dei primi, ma molti altri sono ve­nu­ti dopo di me.

La mag­gior parte sono uo­mi­ni. Non so per­ché le gio­va­ni at­tri­ci non si mo­stri­no. Ce ne sono al­cu­ne come Aśka Kulig cha preso parte in Elles e ora si sta spo­stan­do verso altri pro­get­ti in­te­res­san­ti.

NON SEI TEN­TA­TO DAL MONDO DELLE CE­LE­BRI­TA' PO­LAC­CO?

Io sto la­vo­ran­do al­l'in­ter­no del ci­ne­ma al­ter­na­ti­vo po­lac­co. Non mi fac­cio ve­de­re in TV, non vado alle feste cool. Sono molto fo­ca­liz­za­to sulla mia vita: ho due ba­mi­ni, e sono una per­so­na molto im­pe­gna­ta. Non ho molto tempo per avere una car­rie­ra da ce­le­bri­tà, non mi in­te­res­sa pro­prio.

Ca­fe­ba­bel Ber­lin segue il 64° Ber­li­na­le Film Fe­sti­val

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