Martin Schulz: «Gli irlandesi ci hanno impedito di presentare candidati alla Presidenza della Commissione»

Articolo pubblicato il 05 giugno 2009
Articolo pubblicato il 05 giugno 2009
Il presidente dei socialisti al Parlamento europeo delinea la sua strategia di fronte alle europee di giugno 2009. Come vincere le elezioni? Intervista.

Ha appena pronunciato di fronte a mille persone un discorso piuttosto demagogico saltando da una lingua all’altra, ostentando una completa dominanza dell’ars oratoria. Siamo a Madrid, al Consiglio dei Socialisti europei. Quasi tutti i leader si concentrano sulla vittoria alle elezioni e per la prima volta nella storia dell’Ue ci sarà un partito con un manifesto-programma elettorale. I socialisti cercano di non apparire ripetitivi, ma parlano di New Social Europe (La nuova Europa sociale) come se si parlasse di New Labour, e insistono in coro da un capo all’altro sul «Yes we can» di Obama. Il loro grido di battaglia per giugno? People first. Le persone innanzitutto. Rimane da vedere se sono capaci di presentare una persona per contendere la Presidenza della Commissione al conservatore Barroso.

Crede che i socialisti europei otterranno più seggi alle europee di giugno del 2009?

Foto, PES«Ho due motivi per essere ottimista. Noi socialisti abbiamo appena approvato un manifesto-programma che risponde alle necessità immediate e al dibattito a lungo termine sull’Europa. D’altra parte in 20 paesi governa la destra o il centrodestra, e non navigano certo in buone acque. Quindi i socialisti aumenteranno i propri deputati. Sono anche cosciente del fatto che qualcosa perderemo ».

Lei presume che i Tories (conservatori inglesi) e l’Ods della Repubblica Ceca si separeranno dal Partito Popolare europeo e che così i socialisti riusciranno ad essere il partito con più seggi. Però oggi manca Gordon Brown: crede che il laburismo inglese sia solidale con la politica europea e con il socialismo europeo?

«Brown ha avuto problemi di agenda e ha mandato in sua vece due ex ministri: Dennis MacShane e Caroline Flint, di massimo livello. La coerenza della famiglia socialista è più grande che mai».

Ci dà un esempio di questa coesione?

«Il Manifesto appena approvato…»

Ed un esempio parlamentare?

Foto, Commissione europea«La famosa Direttiva di Servizi (comunemente nota come Direttiva Bolkenstein) fu rigettata dal partito socialista europeo in blocco. Il gruppo socialista in blocco ha negato la fiducia alla Commissione di Durão Barroso quando si è costituita. Inoltre, siamo stati i promotori della direttiva Reach sull’uso dei prodotti chimici nell’industria. Questo prova la coesione dei socialisti…»

Una coesione che si è incrinata negli ultimi mesi con il voto della Direttiva sul Ritorno degli Immigrati e la Direttiva delle 65 ore di lavoro settimanali…

«Sì, ma questo è normale. Nella votazione della Direttiva di Ritorno c’è stata coerenza di voto, eccetto che per due delegazioni, tra le quali figura la mia, quella tedesca. Ma non è rappresentativo. La Direttiva sul Ritorno o quella sul Lavoro sono diverse dalla Reach. Le prime sono più sottomesse agli interessi nazionali. La mia strategia è sempre stata chiara: abbiamo un livello di coerenza nel voto dell’85% dei deputati e siamo un blocco di 201. Quello che ho sempre cercato di fare è raschiare tra le minoranze politiche più vicine a noi per combinare maggioranze al Parlamento europeo. E abbiamo avuto molto successo!»

Di che minoranze parla?

Foto, PES«Dei “social democristiani” nel seno del Partito Popolare Europeo. La gente di Jean Claude Juncker. Ci sono tanti deputati del Belgio, del Lussemburgo e dell’Olanda che condividono la sua posizione! E anche l’ala statalista dei gaullisti francesi: sono più o meno sulla nostra stessa onda. Preferiscono allearsi con noi piuttosto che con i Tories britannici».

Durão Barroso merita un secondo mandato a capo della Commissione Europea?

«Ha avuto un inizio molto difficile. Negli ultimi quattro anni ammetto che ha capito come organizzare meglio la Commissione. All’interno della Commissione è diventato un Presidente più efficace. Al contrario, per ciò che riguarda la politica, è una persona molto indefinita. Un giorno è di sinistra, quello dopo è liberale, il seguente è conservatore. Noi vogliamo un socialista a capo della Commissione, ma purtroppo è il Consiglio Europeo che decide il nome…».

Però il Parlamento può non accordare il suo voto di fiducia, no?

«Sì, però prima bisogna aspettare la proposta del Consiglio. Se questo torna a proporre Barroso, lui dovrà evitare di essere il candidato di un partito. Un voto maggioritario nel Parlamento dipende da noi e già abbiamo avanzato delle condizioni. Per il momento un preaccordo tra la Commissione e il Parlamento sugli studi di impatto sociale (Social Impact Assesment) delle politiche che sviluppa».

Ma la democrazia non significa un partito uguale un candidato o una persona che incarni il programma del partito…?

«So che è difficile da digerire, lo è anche per me. La sua domanda descrive la democrazia sulla base di una distribuzione di poteri nel quadro costituzionale di uno Stato sovrano, ma l’Unione è l’unione di Stati sovrani, non un Stato federale. Forse è una federazione di Stati. In ogni caso, non uno Stato sovrano con parlamento bicamerale e governo, ecc…».

E come spiega questo agli astensionisti, che non vedono interesse nella politica europea?

«La gente vota prima di tutto un programma politico e poi un candidato. Se abbiamo una buona combinazione dei due, meglio. Se si approverà il Trattato di Lisbona, nel 2014, potremo avere questa combinazione, e sarebbe il Parlamento a votare il Presidente della Commissione. Sulla base del Trattato di Nizza, il Consiglio propone e il Parlamento dà il suo voto di fiducia o meno. È molto diverso. A me piacerebbe che ci fosse un confronto politico personalizzato per le elezioni, ma gli irlandesi ce lo hanno impedito».

Prima pubblicazione 18 dicembre 2009.