Martha Wiessing: ottant’anni d’Europa

Articolo pubblicato il 07 dicembre 2008
Articolo pubblicato il 07 dicembre 2008

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Intervista con una settantanovenne che trasforma ogni sabato la sua galleria d’arte ebraica ad Amsterdam in un “confessionale” multiculturale. Dalla Seconda Guerra Mondiale alla Spagna del Dopoguerra: «Da dove vogliamo cominciare?».

Due anni fa incontrai per la prima volta Martha Wiessing, direttrice e artista della Linka, galleria di pittura e scultura ebraica, situata lungo uno dei canali più importanti di Amsterdam, in Prinsengracht 690. Fui letteralmente conquistata dall’energia di questa signora che, durante un sabato qualunque, alla soglia dell’ottantina, decise di improvvisare nella sua galleria una riunione multiculturale per parlare di problemi quotidiani in una sorta di “confessionale”. In quell’occasione non ero riuscita a scoprire se Martha fosse o no una delle sopravissute di Auschwitz. Oggi, sabato ventidue novembre 2008, mi accingo a conoscere qualcosa in più su questa donna singolare, che mette alla prova l’attenzione del suo interlocutore facendo alcuni disegni nel corso della conversazione. 

È mezzogiorno, la galleria è chiusa, suono il campanello e sento qualcuno fischiare dalla finestra del terzo piano. È Martha che si è affacciata alla finestra, una sciarpa grigia la protegge dalla prima neve di Amsterdam. In inglese m’invita ad aspettarla un istante mentre scende ad aprirmi. Mentre entro in casa sua mi sembra quasi di sentire l’odore dei ricordi accatastati in fondo al corridoio, dove ad attenderci ci sono ritagli di giornale, libri, foto e disegni. Martha sembra dominare alla perfezione tutto questo caos. Il caldo proveniente dal radiatore elettrico acceso da poco mi dà la giusta carica per iniziare l’intervista. Non si può capire la genesi della galleria senza prima aver conosciuto la storia di Martha. Alla domanda «Cosa vuoi che ti racconti?», rispondo: «La tua vita».

«Da piccola ero perennemente malata. Le date importanti me le ricordo perché ero sempre immobilizzata a letto: nel settembre del Trentanove ci fu l’invasione della Polonia; nel giugno del Quarantacinque la liberazione dell’Olanda; mentre io naturalmente ero a letto. Fu penoso essere vista in quelle condizioni dal bel soldato canadese venuto a liberarmi», mi spiega con un sorriso malizioso.

La guerra, un gioco per bambini

«Un gioco per bambini molto divertente»: l’artista descrive in questo modo gli otto mesi vissuti da reclusa in un hotel di Veluwe (paesino a nord dell’Olanda) a causa della guerra. S’intristisce quando racconta del trattamento riservato dai tedeschi al resto degli “ospiti” dell’albergo, ma spiega anche come l’innocenza infantile riuscisse ad evitare il conflitto interno. «L’unica cosa che non sopportavo erano gli urli dei tedeschi. Non sapevano parlare, strillavano e basta». Uno degli inquilini dell’edificio è tedesco, e lei lo supplica, ogni volta che aveva delle discussioni con la moglie e i figli, di uscire dall’albergo perché gli urli in lingua tedesca la turbavano. «Sono molto vecchia e non ricordo più dov’ero rimasta…ah, si! Il gioco dei bambini». Mentre racconta, Martha disegna la scena, per lei quotidiana, di quando andavano a prendere l’acqua dal pozzo dell’hotel. Secondo Martha i tedeschi, in fondo in fondo, «erano soltanto gelosi» delle persone che – come Martha e la sua famiglia – mostravano segni di «intelligenza superiore».

A Toledo

Dopo la guerra Martha e la sua famiglia fecero ritorno nella casa di Huyghenslaan; festeggiarono il compleanno della madre, boliviana, e ricostruirono quello che era rimasto della loro abitazione. «Mio padre riuscì anche a recuperare velocemente la sua fabbrica tessile», aggiunge Martha. Siamo interrotti all’improvviso da suo nipote, Sven, che entra nella galleria per accertarsi che tutto vada bene. Martha, in spagnolo, mi confessa che non sopporta che gente così giovane le faccia da balia. «Ora mi chiamano nonnina». Dopo avergli fatto un fischio, abilità in cui si destreggia sin dalle elementari, Martha prende uno dei ventuno album dove ha raccolto, dalla fine degli anni Cinquanta, tutto il materiale della sua galleria, e inizia a ripercorrere la sua carriera professionale. A diciotto anni, dopo aver terminato gli studi artistici ad Arnhem, Martha, per la prima volta in vita sua, svegliò il padre mentre stava dormendo profondamente per chiedergli il permesso di andare in Spagna. Era il 1948, aveva letto in una rivista cattolica che a Malaga avevano bisogno di una babysitter che parlasse inglese: la colse come un’opportunità per conoscere il mondo. Trascorse cinque anni tra Spagna e Italia, per questo a volte parlando confonde italiano e spagnolo. I mesi più felici della sua vita dice di averli trascorsi a Toledo, in Spagna. Qui, ci racconta Martha, ha conosciuto persone di ogni parte del mondo, culture e punti di vista differenti, in una Spagna dove le uniformi della Guardia Civil le sembravano dei «costumi inquietanti».

«Niente mi può mettere a tacere»

Nel 1958 Martha si stabilì definitivamente ad Amsterdam dove con Silvia Linka, artista israeliana conosciuta a Toledo, aprirono una galleria d’arte. Martha, da buona oratrice, si prese ovviamente cura delle pubbliche relazioni. «Niente mi può mettere a tacere: per questo nel collegio ero sempre in punizione». Dopo aver visto gli album di Martha riesco finalmente a capire perché la galleria è stata per più di cinquant’anni un po’ come la casa di tutti. Nel suo sguardo si può scorgere la ricchezza di chi ha vissuto e si sente in pace con se stesso, troppo socievole per legarsi a dei vincoli familiari. Martha ha vissuto veramente, non ha perso nessuna occasione, soffrendo, amando e odiando. Tutto questo vive nella sua opera, che ne è imbevuta, e ora la Galleria Linka sta per chiudere i battenti.

Prima di congedarsi mi dice che per lei «Internet è tutta un’invenzione», e vuole che le invii questa intervista per posta ordinaria. Dà un consiglio ai giovani europei: «L’Europa non potrà mai essere unica perché è troppo differente, ma i Paesi che ne fanno parte possono avvicinarsi parecchio tra loro. L’importante è non distogliere mai lo sguardo dall’obiettivo finale, e osservare sempre tutto attentamente, come avviene prima della realizzazione di una grande opera d’arte». E continua: «Siate aperti e attenti: il segreto è tutto qui». Prima di abbracciarmi mi dice di non fidarmi troppo dei giubbotti di salvataggio dell’aereo: «questi aggeggi non funzionano», e intona una canzone francese che racconta di un ragazzo restio a fidanzarsi perché le rosse son pericolose, e le more poco affidabili…

Davanti alla galleria trovo suo nipote Sven ad aspettarmi. Mi comunica che non è “autorizzato” a confermarmi se Martha sopravisse o no ad Auschwitz. Dato che lei non ha voluto raccontarmi nulla di più, rimango con la sua avventura nell’hotel di Veluwe.