Marocchini, voi non siete Charlie

Articolo pubblicato il 15 gennaio 2015
Articolo pubblicato il 15 gennaio 2015

Ripubblichiamo, con la loro gentile autorizzazione, un editoriale che la redazione del giornale marocchino Nss Nss ha pubblicato il giorno dopo la strage di Charlie Hebdo, il 7 gennaio. Nabil cerca di capire le reazioni dei propri concittadini al dramma e li invita a superare, tra le altre cose, «la paura di ritorsioni».

L’attentato di mercoledì 7 gennaio, avvenuto nella sede di Charlie Hebdo, è un dramma. Un dramma prima di tutto umano, dal momento che vi hanno trovato la morte 12 persone. Poco importa che si trattasse di giornalisti, di disegnatori, del direttore della redazione o di un "semplice" cittadino di passaggio. Non può esserci logica di priorità o di gerarchia di fronte alla morte di un individuo. Questa non è più grave per l'uno o per l'altro.  

Tuttavia si tratta di un dramma che ha anche carattere socio-politico. Ci sono infatti alcuni idioti illuminati che hanno il coraggio di dire che questo triste capitolo della storia della Francia non ha nulla a che fare con la religione. All'altro estremo, altri idioti illuminati, non ne fanno che un caso religioso.

Insomma, una goccia d'acqua che fa traboccare il vaso già pieno di rabbia, odio e rifiuto dell'altro, del musulmano francese e, per estensione, dell’arabo, del nero, di quella maggioranza che viene trattata ancora come minoranza. Una manna dal cielo per i sostenitori dell'isolazionismo identitario, proprio a qualche mese dalle prossime elezioni. Un dramma socio-politico in quanto la Francia, con un atto simile, viene toccata nel più profondo dei suoi valori repubblicani di libertà, soprattutto di libertà d’espressione. Ed è là che risiede, probabilmente, il più grande sbaglio dei barbari che hanno commesso questo massacro: hanno voluto punire Charlie Hebdo con la morte ma in realtà gli hanno offerto la fama e, ancor più, l'immortalità.

Le reazioni sono state quasi immediate e sono arrivate da tutto il mondo. Diplomatici, giornalisti, disegnatori, la vox populi facebookiana e quella della twittosfera: tutti hanno espresso il proprio parere. Il Marocco non è sfuggito a questo movimento e i nostri media nazionali hanno dato grande rilievo all'evento.

Si sono viste reazioni di sdegno e di sostegno alle famiglie dei defunti - concretamente inutili ma simbolicamente necessarie - e, invece, reazioni da far vomitare. E non parlo di qualche fanatico senza cervello a cui i social network danno il diritto di parola per gridare la propria gioia a colpi di «gli sta bene». Quelli non sono né giusti né coerenti con la propria stupidità. No, i commenti più disgustosi sono quelli che hanno mischiato il rammarico e l'indignazione all'erronea convinzione che si trattasse di un dramma già annunciato. Una sorte di relativismo religioso e politicamente corretto che appartiene ai più  "educati" di noi.

Nulla di nuovo sotto il sole, dunque. Un atto tanto barbaro suscita e susciterà sempre polemiche, dibattiti, dolori e incomprensioni, nel cuore come nello spirito. 

Ed è proprio sullo spirito vorrei soffermarmi qualche istante in più, con particolare riferimento alle reazioni del nostro paese.  E, per una volta, le più interessanti da analizzare sono proprio le reazioni di quelle persone e di quei media che, con convinzione e sincerità - su questo non ho dubbi - hanno (con)fuso, attraverso i propri hashtag, il proprio essere con lo spirito di Charlie Hebdo: #jesuischarlie. Il caporedattore di un giornale on line titola il suo editoriale: «Siamo tutti Charlie». La redazione di NssNss, anch'essa scioccata, ha fatto un disegno in segno di solidarietà e con un senso di appartenza autodichiarata : #Mootestcharlie.

Avrei voluto dare ragione a questo titolo. Avrei voluto dare ragione al Marocco (Moot) che cova dentro ciascuno di noi. Avrei voluto trovare una ragione oggettiva al raduno previsto per questo sabato (ormai sabato scorso, ndr) a Casablanca. Ma il fatto è che noi marocchini, cittadini o residenti tra i quali dei giornalisti, non siamo Charlie. Nel peggiore dei casi non vogliamo esserlo. Nel migliore speriamo di poterlo essere un giorno. 

Permettersi di dire che siamo Charlie vuol dire confermare la nostra adesione e il nostro attaccamento incondizionato al principio della libertà di espressione nella sua accezione più forte e in valore assoluto. Quella libertà che giustifica l'offesa agli uni per far ridere gli altri. Quella che usa specialmente la satira per dire, informare, divertirsi e denunciare allo stesso tempo. 

Quanti tra di voi, giornalisti compresi, si astengono ancora dal parlare male del re, dei suoi discorsi, della sua posizione o di una delle sue decisioni? Quanti tra di voi non esitano a ridere di questo o quell'ebreo avaro ma si sentono offesi alla prima rappresentazione di un profeta la cui parola viene violata quotidianamente o occasionalment al bar, in un bordello o durante un pranzo top secret in un giorno soleggiato di  ramadan?

Essere liberi non è esprimersi di nascosto, o farlo per delega del dramma di un popolo che non è il nostro né nell0 spirito, né nei valori. Essere libero significa vivere la propria libertà e rispettare quella altrui sempre e comunque, contro ogni previsione. E vi prego di risparmiarmi obiezioni attraverso discorsi futili e poco seri. Non mi dite che «non è la stessa cosa». Non può esserci differenza nell'adesione ad un principio universale. Non ditemi che «è la legge e noi non abbiamo scelta». Fareste rivoltare nella tomba tutti e tutte coloro che hanno sfidato leggi draconiane affinché i loro discendenti non dovessero più tormentarsi prima di dire o di fare quello che pensavano. Non mi dite che «bisogna distinguere i moderati dagli estremisti». Si tratta di un discorso di facciata che permette di sentirsi meglio con se stessi ma che non migliora le cose. Riporto le parole di un amico che illustrano bene questo concetto: «Non ci sono musulmani, ebrei o mormoni moderati. Ci sono gli Uomini e ci sono i pazzi. E sugli spalti, una legione di idioti che guardano a bocca aperta».

No, quaggiù, nel più bel paese del mondo, non siamo Charlie. Se aspirate ad esserlo, allora utilizzate le parole giuste: quelle del desiderio, della speranza che il Marocco diventi il paese che voi vorreste vedere e vivere. Moltiplicate le prese di posizione, agite. Andate oltre il determinismo nel quale cercano di bloccarvi. Andate oltre la paura delle rappresaglie, della prigione e della morte stessa. Se non lo desiderate, o se non avete abbastanza volontà o coraggio, permettetemi la scortesia di dirvi di chiudere il becco e di smetterla di esprimere la vostra solidarietà e il vostro sostegno alle famiglie delle vittime di questo terribile dramma di cui solo l'umanità è colpevole.

#iononosonocharlie ma #speroungiornodiesserecharlie nel mio paese. 

Di Nabil Sebti per Nss Nss

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta sul sito marocchino Nss Nss, il giorno dopo dell'attentato di mercoledì 7 gennaio alla redazione di Charlie Hebdo.