"Marius", pièce dell'amore paterno

Articolo pubblicato il 26 luglio 2013
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Articolo pubblicato il 26 luglio 2013

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I Marsigliesi si domandano se sono veramente come vengono descritti da Pagnol, oppure se dovrebbero essere come Pagnol li descrive. Una cosa, però, è certa: i Marsigliesi sono diventati lo specchio delle immagini dipinte da Pagnol. È per questo motivo che Marius, così come il resto della trilogia, fu un trionfo. Perché Marius è, prima di ogni altra cosa, la storia di César e di Marius; la storia di una rottura che avviene, sempre, tra il figlio che è diventato un uomo, ed il padre che continua a considerarlo come un bambino. È la pièce dell’amore paterno: un sentimento universale, comune a tutti gli uomini, di tutte le nazioni e di tutte le tribù del mondo intero. Un sentimento di tutti i tempi. Le sue pièces rivelano la preoccupazione di un uomo di cuore, che crede profondamente in ciò che di eterno esiste nell’uomo, come l’amore o i sentimenti paterni. E Marcel Pagnol ha dato la prima definizione dei Marsigliesi. Ha portato i suoi compatrioti a conformarsi all’immagine che aveva dipinto.

            Se gli spettatori di Los Angeles ridono per cinque minuti quando il César americano dichiara “you broke my heart”, è perché si rivedono, attraverso gli eroi di Pagnol, nelle loro fortune, piaceri, ma anche miserie. Marcel Pagnol crea esseri viventi, con semplicità e chiarezza, senza concessioni, debolezze o imprecisioni. I personaggi che ha creato, César, Panisse, Escartefigue, etc., non sono caricature dei Marsigliesi, ma sono persone vere, reali, che si potrebbero incontrare per strada; sono dei personaggi universali.

            Quando si pensa a Marius, bisogna immaginare Marsiglia negli anni ’20, porta trionfale dell’Impero coloniale francese all’apice della prosperità, uno dei più grandi porti al mondo; la Canebière, il quai des Belges, il Vecchio-Porto, la Joliette, e la stazione Saint-Charles che fa bella mostra del suo scalone monumentale. Tutto un universo cosmopolita, che attraversava uno dei periodi più malsani della sua storia. Il gangsterismo regnava, all’epoca, su questa città. L’opinione pubblica ne aveva una visione di considerevole degrado. In questo contesto, i personaggi di Pagnol (César, Marius, Fanny, Panisse), danno un’immagine gioviale e piena di gentilezza dei marsigliesi. Sono eroi che rappresentano le virtù della brava gente. Ed in un mondo che ha perso i propri punti di riferimento, Pagnol evoca dei valori sicuri: la famiglia, l’onore delle giovani donne, il giusto ritorno all’ordine delle cose. Il tutto nell’umore gioioso, caustico ed ironico dei marsigliesi, con le loro esagerazioni ed i loro narcisismi, che seducevano non poco Pagnol.

In effetti, egli non sapeva fino a che punto amasse Marsiglia, fino a quando non la lasciò. In gioventù questa città non aveva esercitato nessun fascino su di lui. I moli del suo porto erano sporchi e rumorosi. I bar, il cui ingresso era chiuso da una tenda di perle contro il caldo e le mosche, non erano un luogo piacevole in cui sorseggiare un’anisetta o un “picon-limone”. Il Vecchio Porto diventa a poco a poco un caro amico di cui Pagnol aveva sottostimato il fascino e la vitalità. La leggenda criminale di Marsiglia era diventata un vero cliché, nato agli inizi degli anni ’20, che Pagnol voleva ad ogni costo esorcizzare, così come gli usi, i costumi e le false idee galvanizzate. Lui stesso, però, cadde nella trappola facendo dire ad uno dei suoi personaggi che non c’è niente di più fastidioso del lavoro. Ma Pagnol sapeva presentare questi cliché in modo davvero delizioso. L’attenzione che dà ai dettagli domestici è formidabile nella sua minuziosità; e quasi sempre il melodramma è attenuato da giri di parole comici, ed il sentimentalismo da uno spirito coriaceo.

            Quando nel 1929 Marius calca per la prima volta le scene del Théâtre de Paris, un critico che assiste alle prove dichiara: “Credo che quest’opera mi piacerebbe se capissi ciò che gli attori dicono. Vi sono dei giri di parola poco corretti, e poi, quest’accento che deforma le vocali… Faccio molta fatica a seguirlo”. In realtà, però, quest’accento è accentuato solo all’orecchio degli “stranieri”, perché è semplicemente il tono naturale della meravigliosa lingua provenzale.