Marinaleda, il paese dei balocchi è andaluso

Articolo pubblicato il 30 marzo 2014
Articolo pubblicato il 30 marzo 2014

Un paese di 2.800 abi­tan­ti cerca di te­ne­re alte le ra­gio­ni del so­cia­li­smo. Ac­ca­de in Spa­gna, a Ma­ri­na­le­da. Ma cosa si cela die­tro alle pa­ro­le e agli slo­gan? Viag­gio in foto di un non-luo­go, dove la di­soc­cu­pa­zio­ne è "ine­si­sten­te".

Ma­ri­na­le­da è un luogo uto­pi­co: que­sto pic­co­lo paese dell’An­da­lu­sia, al­me­no se­con­do quan­to ri­por­ta­to dalla stam­pa stra­nie­ra, non co­no­sce di­soc­cu­pa­zio­ne. Ep­pu­re, que­st'ul­ti­ma, in Spa­gna, si at­te­sta al 29%. Ma dove si ferma l’u­to­pia e ini­zia la ve­ri­tà?

Ma­ri­na­le­da è un co­mu­ne an­da­lu­so di 2.650 abi­tan­ti. Negli anni ‘80, l’at­ti­vi­sta Juan Ma­nuel Sánchez Gor­dil­lo – at­tua­le sin­da­co del paese – oc­cu­pa una vasta pro­prie­tà di uno dei più ric­chi la­ti­fon­di­sti della zona in­sie­me ad altri com­pañeros. Così nasce l’at­tua­le Ma­ri­na­le­da, la cui am­mi­ni­stra­zio­ne porta avan­ti un pro­get­to ur­ba­ni­sti­co del tutto par­ti­co­la­re, in un Paese come la Spa­gna, dove la spe­cu­la­zio­ne edi­li­zia è in gran parte re­spon­sa­bi­le del­l’at­tua­le crisi.

Qui la casa non si com­pra con un mutuo, ma la si co­strui­sce da sé. Il ter­re­no viene ce­du­to gra­tui­ta­men­te all’"au­to­-co­strut­to­re" e, gra­zie a una con­ven­zio­ne con il go­ver­no re­gio­na­le an­da­lu­so, il ma­te­ria­le edi­li­zio e al­cu­ni ope­rai ven­go­no messi a di­spo­si­zio­ne gra­tui­ta­men­te. La quota men­si­le da pa­ga­re per di­ven­ta­re pro­prie­ta­rio della casa è di 15 euro al mese. Dato che le case sono "au­to-co­strui­te" (350 in tutto fino a ora), molte sono an­co­ra da fi­ni­re.

La prima tappa della no­stra in­chie­sta è il Co­mu­ne. Il sin­da­co, Juan Ma­nuel Sánchez Gor­dil­lo (che re­cen­te­men­te è stato as­sol­to per man­can­za di prove dalle ac­cu­se di aver gui­da­to cen­ti­na­ia di per­so­ne in una ri­vol­ta per raz­zia­re beni pri­ma­ri da su­per­mer­ca­ti) non è di­spo­ni­bi­le per un in­con­tro. Pren­dia­mo quin­di ap­pun­ta­men­to nel po­me­rig­gio con la vi­ce-sin­da­co. Nel frat­tem­po, ad­den­tan­dro­ci nel pa­laz­zo co­mu­na­le, tro­via­mo una sala com­pu­ter pub­bli­ca.

Un im­pie­ga­to ci spie­ga che l’af­flus­so non è così forte. Gli abi­tan­ti di que­sto pae­si­no sono so­prat­tut­to agri­col­to­ri e con una edu­ca­zio­ne che non va oltre la scuo­la del­l’ob­bli­go. Inol­tre, a Ma­ri­na­le­da non ven­go­no of­fer­ti corsi di for­ma­zio­ne spe­cia­liz­za­ti e l’im­pren­di­to­ria non è par­ti­co­lar­men­te so­ste­nu­ta. Se è vero che il no­stro fu­tu­ro sono i gio­va­ni, una tappa fon­da­men­ta­le del no­stro viag­gio è la scuo­la pub­bli­ca.



Jorge Del­ga­do Martìn, pre­si­de della scuo­la En­car­na­ción Ruiz Por­ras, ci ac­co­glie pron­ta­men­te. È lui a spie­gar­ci che il pro­gram­ma sco­la­sti­co viene de­ci­so dalla re­gio­ne, come in tutta l’An­da­lu­sia.

Le at­ti­vi­tà spe­cia­li ine­ren­ti la scuo­la pub­bli­ca di Ma­ri­na­le­da sono però l’or­ti­col­tu­ra, a cui tutti i bam­bi­ni de­vo­no par­te­ci­pa­re, e un’“edu­ca­zio­ne ci­vi­ca” che ri­spec­chia le norme di una so­cie­tà di stam­po so­cial-co­mu­ni­sta.

Pas­sia­mo da­van­ti a una delle due Casse di ri­spar­mio pre­sen­ti a Ma­ri­na­le­da. Pur­trop­po nes­su­no può ri­spon­de­re alle no­stre do­man­de per mo­ti­vi di pri­va­cy. Quale è la na­tu­ra delle tran­sa­zio­ni fi­nan­zia­rie ef­fet­tua­te a Ma­ri­na­le­da? Chi sono i clien­ti del­l’i­sti­tu­to? Il Mu­ni­ci­pio ha un pro­prio conto? A parte gli sti­pen­di della po­po­la­zio­ne (al­quan­to esi­gui) una parte della li­qui­di­tà che cir­co­la nel ter­ri­to­rio pro­vie­ne dal PER (Plan de Em­pleo Rural, nda.), un sus­si­dio agra­rio (325.000 euro al­l’an­no per il Co­mu­ne di Ma­ri­na­le­da) con­ces­so ad agri­col­to­ri (i be­ne­fi­cia­ri de­vo­no ri­spet­ta­re de­ter­mi­na­ti cri­te­ri) e che aiuta molti abi­tan­ti di Ma­ri­na­le­da nel­l’ac­qui­sto di ma­te­ria­li per la co­stru­zio­ne delle abi­ta­zio­ni. 

Fac­cia a fac­cia

Una volta en­tra­ti negli uf­fi­ci del Co­mu­ne, sen­tia­mo un uomo la­men­tar­si di un furto. Ma come mai non de­nun­cia l’ac­ca­du­to alla po­li­zia? Gi­ria­mo la do­man­da al vi­ce-sin­da­co, Espe­ran­za Saa­ve­dra, che, fi­nal­men­te, ci ri­ce­ve. 

"A Ma­ri­na­le­da non esi­ste la po­li­zia. Cre­dia­mo di più nella co­scien­za ci­vi­ca, non nella re­pres­sio­ne” – spie­ga Espe­ran­za Saa­vedra. – Pre­fe­ria­mo fi­nan­zia­re pro­get­ti che sono al ser­vi­zio del "po­po­lo" come, per esem­pio, una pi­sci­na eco­no­mi­ca”.

Men­tre stia­mo per usci­re dal Co­mu­ne, in­con­tria­mo un ra­gaz­zo sulla ven­ti­na e una si­gno­ra che aspet­ta­no di poter par­la­re con il sin­da­co per chie­de­re la­vo­ro. Ma non si trat­ta­va di un posto uto­pi­co, dove la di­soc­cu­pa­zio­ne è ine­si­sten­te? "Non più", ci as­si­cu­ra­no. Qui la­vo­ra chiun­que, ma in media sol­tan­to 5 gior­ni al mese e per un sa­la­rio to­ta­le di 235 euro. In­som­ma, la crisi ha col­pi­to anche Ma­ri­na­le­da. Inol­tre, gli sti­pen­di non ven­go­no ver­sa­ti su­bi­to, ma tal­vol­ta ar­ri­va­no anche 3 mesi in ri­tar­do.

Il co­mu­ne non ha po­tu­to for­nir­ci dei dati certi sulla di­soc­cu­pa­zio­ne.  Se­con­do quel­li del Ser­vi­cio Público de Em­pleo Esta­tal (Cen­tro per l'im­pie­go na­zio­na­le, ndr.), i con­trat­ti di la­vo­ro re­gi­stra­ti a Ma­ri­na­le­da (tutti di na­tu­ra tem­po­ra­nea e le­ga­ti al­l’a­gri­col­tu­ra) sono solo 199, ben­ché la po­po­la­zio­ne sia di 2.800 abi­tan­ti.

In­con­tria­mo di­ver­se per­so­ne in un bar, so­prat­tut­to agri­col­to­ri ri­tor­na­ti dalla rac­col­ta delle olive. Qui, come al­tro­ve nella città (tran­ne nella banca) chiun­que in­dos­sa una tuta da gin­na­sti­ca, quasi fosse una sorte di uni­for­me. Il ca­rat­te­re so­vie­ti­co di Ma­ri­na­le­da si ri­spec­chia anche nelle di­na­mi­che di “as­sun­zio­ne”: ogni sera un fur­go­ne prov­vi­sto di al­to­par­lan­te passa per le stra­de del pae­si­no e an­nun­cia quale grup­po di agri­col­to­ri – ogni grup­po ha un pro­prio nome – dovrà la­vo­ra­re in quale campo.

Siamo ar­ri­va­te a Ma­ri­na­le­da cre­den­do di poter ve­de­re un’u­to­pia. Nien­te di più lon­ta­no dalla real­tà: Ma­ri­na­le­da è un pae­si­no di agri­col­to­ri e gli abi­tan­ti non ri­ce­vo­no né una  for­ma­zio­ne pro­fes­sio­na­le, né degli aiuti per l’im­pren­di­to­ria. Il sin­da­co, in ca­ri­ca da 35 anni, ha crea­to una mondo a sua im­ma­gi­ne e so­mi­glian­za: un pro­get­to pseu­do-co­mu­ni­sta dove tutto è in­tat­to e nulla si muove.

In que­sto "non-luo­go" alcun in­troi­to del Co­mu­ne viene ge­ne­ra­to dal la­vo­ro delle per­so­ne. Tutto si basa su sov­ven­zio­ni re­gio­na­li, sta­ta­li ed eu­ro­pee.

Ma­ri­na­le­da è stata crea­ta per avere “Paz, Pan y Tra­ba­jo” ("Pace, Pane e La­vo­ro", nda.). Ep­pu­re, il  la­vo­ro che as­si­cu­ri una vita di­gni­to­sa (e il pro­gres­so) non c'è.

Que­sto re­por­ta­ge fa parte della serie di ar­ti­co­li dedicati a Siviglia nel pro­get­to Eu­to­pia - Time to Vote, fi­nan­zia­to dalla Fon­da­zio­ne Hip­po­crè­ne, la Com­mis­sio­ne Eu­ro­pea, la Fondazione Evens e il mi­ni­ste­ro degli Af­fa­ri Este­ri fran­ce­se.