Maltus, il dimenticato del summit mondiale dell'alimentazione (e della ragione)

Articolo pubblicato il 25 luglio 2002
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Articolo pubblicato il 25 luglio 2002

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Il summit mondiale dell'alimentazione si è concluso senza raggiungere risultati convincenti. Ancor peggio, la questione demografica resta dimenticata dal dibattito, pur essendo al centro di ogni problema futuro.

Mentre si conclude il Summit sull'alimentazione cinque anni dopo a Roma senza aver prodotto nulla se non l'effimera "Alleanza internazionale contro la fame", dichiarazione di intenti con lo scopo di accelerare i progressi verso l'obiettivo fissato dal primo Summit mondiale, quello del 1996 (ridurre della metà, cioè da 800 a 400 milioni il numero di persone che soffrono la fame nel mondo entro il 2015 e che secondo le proiezioni attuali non sarà raggiunto prima del 2030), bisogna sottolineare una assenza crudele: quella di Maltus, vecchio bastone tra le ruote del produrre e del riprodursi.

La decisione di riunire questo Summiti della FAO è stata presa nonostante le carenze dei risultati ottenuti dal 1996, poichè in cifre assolute il numero di persone affamate è senz'altro diminuito di 40 milioni, ma ad un ritmo troppo lento (6 milioni all'anno). Bisognerebbe attualmente far diminuire quel numero di 22 milioni all'anno per raggiungere l'obiettivo. Si misure la strada da percorrere. Una delle soluzioni proposte fu quella di riunire questo Summit, per rimobilizzare la volontà politica internazionale e assicurarsi che delle risorse sufficienti sarebbero state consacrate alla riduzione dell'insicurezza alimentare, cioè della fame. Si misurera in futuro la pertinenza di questa scelta e la portata dell'"Alleanza Mondiale contro la fame" che ne è il risultato.

Poco cibo o distribuzione diseguale?

In passato, l'abbassamento in termini assoluti del numero di persone sotto alimentate ha nascosto delle disparità, poichè alcuni paesi miglioravano sensibilmente la loro situazione (Cina, Brasile, Indonesia, Nigeria), mentre altri, soprattutto in Africa, vedevano il numero di affamati aumentare. Queste cifre devono evidentemente essere relativizzate in funzione della crescita della popolazione... Inoltre, il fatto che in un solo paese esistano delle zone di abbondanza e delle aree di fame complica la lettura dei dati globali. Resta il fatto che l'accesso al cibo è iniquo, mentre la produzione sarebbe sufficiente in linea teorica a nutrire tutto il pianeta.

Di fronte al fallimento relativo del piano di azione del 1996, quali devono essere i mezzi da impiegare per raggiungere gli obiettivi fissati? Al Summit le risposte sono state diverse. L'approccio sostenuto dalla FAO si fonda sulla crescita della produttività agricola, l'investimento nella ricerca e nelle infrastrutture, insiste sullo sviluppo durevole e sui programmi di prossimità, sull'accesso equo al cibo e sul ruolo delle donne. I paesi in via di sviluppo reclamano l'apertura dei mercati industrializzati, sulla scia della conferenza di Doha. Gli Stati Uniti vedono nella ricerca e nelle biotecnologie la chiave del problema della sotto-alimentazione. Il tutto spolverato da una crescita degli aiuti allo sviluppo basato sull'agricoltura, oltre che di un po' di buona "governance", da parte dell'UE specialmente.

Le ONG, quanto a loro, insistono su temi tanto vari quali la riforma agraria, il diritto al cibo, gli OGM...

Pur lodevoli che siano questi approcci affrontano tutti la questione della fame nell'ottica di una insufficienza dell'offerta nei confronti della domanda. Cosa vera a livello locale, ma falso a livello globale, poichè la quantità di cibo disponibile a livello mondiale sarebbe sufficiente per la popolazione da sfamare. Porre la questione della crescita della quantità di cibo disponibile è una domanda malposta, mentre la questione cruciale resta quella della sua distribuzione. Gli approcci proposti non sembrano dunque rispondere al problema posto.

Inoltre, essi veicolano una concezione pericolosa dell'espansione agricola, fondata su una visione conflittuale del rapporto tra l'Uomo e la natura, che si può estrarre adottando una prospettiva maltusiana.

La demografia galoppante della maggioranza dei paesi in via di sviluppo è stranamente assente dai dibattiti sulla fame. Per nutrire le masse affamate, in una ottica di insufficienza dell'offerta rispetto alla domanda, bisogna produrre di più per ridurre il numero di persone che soffrono la fame. Ma se l'offerta di cibo aumenta, la popolazione aumenta anch'essa, poichè è meglio nutrita. Così, finchè la transizione demografica non si completa, soprattutto poichè il paese non è ancora uscito dal sottosviluppo, la crescita di cibo non risolve il problema della fame, lo mantiene in piedi finchè contribuisce all'espansione demografica.

Quando l'espansione agricola nutre l'espansione demografica

Si possono avere dei dubbi sul carattere implacabile di questa logica maltusiana. Ciò che vogliamo sottolinearne è che la fame è inevitabile, in una ottica di insufficienza dell'offerta quale quella che è stata adottata sino ad ora e nel quadro del sottosviluppo. L'aumento della produzione agricola si accompagnera di un aumento della popolazione più che sensibile.Poichè qualora la logica della crescita della produzione agricola si spingesse fino alle sue massime conseguenze, bisognerebbe trasformare lAsia e lAfrica e forse tutto il pianeta in un immenso campo di grano per nutrire una popolazione che crescebbe senza sosta nel corso del prossimo secolo (tra 7,9 e 10,9 miliardi di individui) e la cui espansione demografica sarebbe parzialmente facilitata da questa logica. E eventualmente possibile, ma al prezzo di una degradazione mostruosa e irreversibile della ricchezza del nostro ambiente.

E pur immaginando che le politiche agricole messe in atto funzionino, che la popolazione cresca e che le economie dei PVD decollino, come si vivrà laggiù?

Cosa resterà oltre ai campi ed il cemento, cosa resisterà alla devastazione agricola - ineluttabile risposta alla fame di 10 miliardi di individui ed allinquinamento industriale - cosciente distruttore di tutto ciò che non sarà coltivabile e corollario dello sviluppo che tutti sperano Non resterà nulla se non città tentacolari ed allucinanti campagne, piantate dalluomo per nutrirsi. Si potrà comprendere che si doveva lottare contro la fame e che il resto (linsieme di un ecosistema costituitosi in 5 miliardi di anni) veniva dopo. In realtà, resterà qualcosaltro dopo?

Per questo, anche se limmediatezza ed il peso degli strascichi della fame ricordano crudelmente portano crudelmente la nostra immaginazione allAfrica australe, anche se dei progetti come quelli difesi dalla FAO possono permettere di alleviare queste sofferenze pur mettendo ancor più laccento sulla sostenibilità e la durevolezza dello sviluppo agricolo, è indispensabile tenere sempre presente lapproccio di Maltus, per ricordare che tali misure di sviluppo agricolo devono imperativamente essere accompagnate da politiche di rigido controllo delle nascite. Il problema della fame oggi non è causato dallinsufficienza dellofferta rispetto alla domanda, ma dalle conseguenze delleccesso di domanda rispetto allofferta.