Malta, la sala d'aspetto dell'Europa

Articolo pubblicato il 16 maggio 2016
Articolo pubblicato il 16 maggio 2016

Malta ricopre una posizione cruciale nella rotta dei migranti e una posizione politica molto particolare nella loro accoglienza. Non esistono infatti centri appositi, ma il primo luogo in cui vengono accolti sono infatti centri di detenzione.

Più di 500mila migranti sono arrivati in Europa nel 2015. La più grande crisi migratoria dai tempi della Seconda Guerra Mondiale è anche la più grande sfida mai affrontata nella storia dell’Unione Europea. Ad oggi stenta a farsi strada una linea comune e ogni stato adotta le politiche che gli sembrano più adatte per gestire l’afflusso via terra o via mare. L’isola di Malta, che è lo stato più piccolo dell’Unione e il più densamente popolato si trova in mezzo al Mar Mediterraneo, fra l’Italia e la Libia: per la sua posizione geografica è l’anticamera dell’Europa, il primo scoglio in cui si imbatte chi arriva via mare dall’Africa. Malta è entrata nell’Unione europea nel 2004 e dal 2008 fa parte dell’eurozona. Chiamata “Melita” dai greci, per via dell’abbondanza di miele, venne assoggettata da Romani, Arabi, Svevi e Normanni. Fece parte dell’Impero spagnolo fino al 1798, quando venne ceduta alla Francia di Napoleone. Due anni dopo divenne colonia della corona britannica, fino al 1964, data dell’indipendenza. L’inglese è lingua ufficiale insieme al maltese, una lingua semitica con una forte presenza dell’italiano nel lessico.

Negli ultimi anni il governo maltese ha gestito l’immigrazione in maniera discutibile, attirando su di sé parecchie critiche. Il sistema di accoglienza maltese è differente da quello degli altri stati europei, per risorse ed impostazione. Non sono mancate nemmeno polemiche con l’Italia, con la quale Malta divide un tratto di mare regolarmente percorso da imbarcazioni cariche di migranti. Amnesty International nel rapporto sul 2015 sostiene che "alla fine dell'anno scorso gli irregolari sbarcati sull'isola erano diminuiti a 104. La maggior parte delle persone soccorse in mare è stata fatta sbarcare su coste italiane."

I “boat people”, come vengono chiamate le persone che arrivano dal mare, vengono visti con diffidenza da parte della popolazione dell’isola e un partito di estrema destra che fa dell’intolleranza al multiculturalismo la propria bandiera ha di recente guadagnato consensi. In questo contesto, numerose organizzazioni non governative si adoperano per favorire l’integrazione dei migranti sull’isola e fornire loro supporto logistico, materiale e morale.

A Malta non esistono centri di accoglienza. Il benvenuto è la reclusione e a Safi Barracks o a Lyster Barracks, i due centri di detenzione dell’isola. Nel 2009 erano quasi 5mila, ben oltre il limite di capienza delle strutture. Il regolamento “Dublino III”, approvato nel 2013 è l’ultimo del Sistema di Dublino e stabilisce che ogni richiedente asilo debba presentare la sua domanda nel primo stato dell’Unione Europea in cui arriva.

In attesa che venga esaminata la loro richiesta d’asilo, i migranti possono attendere in carcere fino a 12 mesi. Chi ottiene lo status di rifugiato, la protezione umanitaria o quella sussidiaria viene rilasciato e può chiedere l’alloggio in un open center. La mancanza di accordi con i Paesi di provenienza degli immigrati rende infatti molto difficile il rimpatrio (solo 460 migranti in tutto il 2013): dopo qualche mese in più di detenzione, se non ci sono possibilità realistiche di rimandarli indietro, i migranti a cui è stata negata la richiesta vengono rilasciati come gli altri. Secondo l’Easo, (European Asylum Support Office), dal 2010 al 2014 le richieste di asilo o di protezione internazionale a Malta sono state 7.740: 5.460 quelle accolte tra status di rifugiato, protezione umanitaria o sussidiaria.

Gli open center sono 11 in tutta l’isola: alcuni sono gestiti da organizzazioni non governative, altri dall’Awas, l’agenzia per il welfare dei richiedenti asilo, che si occupa anche di assegnare gli alloggi in base a criteri predefiniti. A un migrante può andare relativamente bene o molto male, perché gli open center non sono tutti uguali. Quelli piccoli e gestiti da Ong sono i più ambiti, come il Peacelab di frate Dionysius Mintoff. Altri, come l’Hal Far Tent village sono biglietti da evitare nella lotteria della distribuzione. Ovviamente un migrante può rifiutarsi di entrare in un open center, ma deve essere sicuro della sua scelta: non è previsto che, in caso di bisogno, possa cambiare idea. Tecnicamente si può restare in un open center un anno, in pratica, molti dei permessi vengono estesi.

Il report di Amnesty International 2014/2015 afferma che le autorità maltesi violano i loro obblighi internazionali in tema di diritti umani poiché trattengono in carcere fino a 12 mesi i richiedenti asilo e fino a 18 i migranti senza documenti. Lo stesso report definisce “sotto lo standard richiesto” le condizioni di vita negli open center e lamenta il fatto che i bambini e le persone vulnerabili continuino ad essere arrestate nonostante l’impegno del Primo Ministro ad abbandonare questa pratica. Nella Convenzione di Ginevra per i rifugiati, infatti, si fa riferimento ad “accommodation center”, centri d’accoglienza e di un organo di rappresentanza dei migranti, mentre l’Unhcr sottolinea che chi arriva dovrebbe essere informato dei suoi diritti e assistito con programmi educativi e insegnamento della lingua. Condizioni che gran parte degli open center non assicura ai suoi ospiti. Nel rapporto annuale di Amnesty Interantional sostiene che la situazione è migliorata a dicembre 2015 quando la riduzione degli sbarchi in contemporanea alla politica di abolizione della detenzione automatica ha iniziato a favorire un rilascio dopo 3 mesi per gran parte delle persone.

«Il passo più importante è combattere l’idea diffusa che l’immigrazione sia un pericolo. La prima considerazione è sempre la dignità umana» sostiene George Abela, presidente della repubblica maltese fino al 2014. Ciò nonostante, i capricci del mare e delle vicende umane continueranno a portare “boat people” su queste coste. Persone che sperano di aver trovato la porta dell’Europa e non una sala d’attesa.