Makers: la fabbrica delle idee

Articolo pubblicato il 31 marzo 2015
Articolo pubblicato il 31 marzo 2015

In parte sognatori, inventori e un po' "scienziati pazzi", i makers danno vita agli oggetti dei loro desideri. In Francia, si stanno diffondendo a macchia d'olio e le loro idee hanno tutte le carte in tavola per cambiare il mondo. Mettetevi comodi: il viaggio nella terza dimensione sta per iniziare.

Nel quartiere parigino le Marais, c'è un luogo incantato dove gli oggetti prendono vita come per magia. Benvenuti nella terza dimensione di Maker/Seine dove, a pochi passi dal fiume, una piccola boutique ospita strane creature di ogni forma e colore: polipi, teschi, mezzi busti in miniatura... Come ricorda lo slogan che campeggia sul muro, qui «l'unico limite (è) l'immaginazione». È possibile creare un oggetto partorito dall'immaginazione? Sì, ne è convinto Florian, 24 anni, responsabile commerciale e direttore che ci invita a non trascurare un dettaglio: il prezzo. «Alcune persone pensano che possiamo stampare tutto a buon mercato, ma non è così». La stampa in sé è conveniente ma è tutta la riflessione a monte del prodotto finito, oltre a una certa esperienza, che deve essere valorizzata.

Progetti top secret e un coniglio viola

Un ambiente di trenta metri quadrati tutto dedicato alla creazione. Contrariamente ai FabLabs - atelier aperti al pubblico e votati allo scambio - Maker/Seine si focalizza sugli artisti e ciò gli è valso il nome di «ArtLab». «È meno animato di un FabLab, popolato da molte persone che lavorano insieme ai loro progetti - dichiara Florian -. Qui, le persone che vengono non hanno necessariamente voglia di avere altri artisti intorno che li osservano mentre sono al lavoro.»

Il cuore pulsante dell'attività si trova in quella parte dell'atelier dove un gruppo di artisti prova ogni giorno a stampare l'irreale. A Maker/Seine, ci sono tre "modellisti": François, 23 anni, alias "Stramonium", intento ad ultimare al pc una scultura fantastica, Antoine, 23 anni, diplomato presso una scuola di design in ambito digitale e fisico, indaffarato ad assemblare i vari pezzi di una scultura variopinta, e Cédric, 38 anni, alias "Badmarvel", impegnato a modellare un file 3D di un progetto top secret.

Non lontano, spiccano i macchinari. Da un lato, una stampante di grandi dimensioni che realizza bozzetti, architetture o busti di persone facendo uso di una polvere minerale. Dall'altra, la macchina "plastica" utilizzata per creare gli oggetti più fantasiosi e colorati. Cédric avvia la seconda stampante. Da una specie di ago, esce un filamento di plastica fusa che inizia a dare forma all'oggetto partendo dalla base. Un odore particolare invade la stanza e per 20 minuti si sentono dei rumori simili ai movimenti meccanici di un robot. Al termine, ecco fare capolino un piccolo coniglio viola di appena 4 centimetri. Interessante.

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Molto prima di Internet

I tre modellisti sono stipendiati dal Centro per l'occupazione francese. «Oggi bisogna trovare un modello economico e nessuno c'è ancora riuscito», spiega Florian toccandosi il braccio destro, interamente tatuato. «In Francia, infatti, siamo molto indietro. Negli Stati Uniti, non si parla più di FabLabs ma di vere e proprie industrie!». Oltre Oceano, le prime stampanti 3D sono apparse all'inizio degli anni '80, molto prima che fosse possibile navigare sul web.

In verità, lo stesso concetto di FabLab nascerà solo dieci anni più tardi negli USA, tra i banchi dell'università. «Il FabLab è nato dal corso universitario che l'accademico statunitense, Neil Gershenfeld, ha tenuto per gli studenti del MIT di Boston», racconta Mathilde Berchon, appassionata di questa comunità di inventori che popolano i FabLabs e che vengono definiti «Makers». La sua passione l'ha spinta a creare il sito makingsociety.com per aiutare questi artisti a mettersi in proprio nel mondo dell'Open Harware. «È come un'officina a portata di mano, con una forte dimensione educativa e sociale», aggiunge. Crede che il making unisca creatività, conoscenze tecnologiche e collettive.                                                                                                                       «Parallelamente, sono nati dei luoghi di produzione digitale dove stampanti 3D, macchine laser, plotter, computer, saldatori e forbici fanno da padroni», continua la giovane autrice de "L'impression 3D", primo libro in francese sul tema, pubblicato nel 2013. Il terzo elemento che ha permesso di creare i FabLabs, come li conosciamo oggi, è l'arrivo dell'elettronica a buon mercato. «Moltissimi oggetti elettronici sono stati sviluppati negli ultimi anni e messi a disposizione di tutti», commenta Mathilde. «Questo movimento è completamente legato alla nascita di questo tipo di elettronica [...]. Le stampanti 3D, ad esempio, appartengono a questo mondo».

La cultura dell'oggetto fisico

La Francia ha mantenuto un buon ritmo e conta oggi il maggior numero di FabLab al mondo (82 censiti sul portale dei fablab, ad oggi). Benché il paese non abbia ancora imboccato la strada della prosperità economica, la sua carta vincente è altrove secondo Mathilde: «La condivisione è un principio che ci appartiene. In ogni città, ci sono dei luoghi dove le persone si incontrano per scambiare».

Mathilde ha visto il movimento crescere ed espandersi. «Nell'arco di 10 anni, c'è stato un profondo cambiamento tra gli esordi alla buona, il piacere di creare, di invitare e oggi dove l'idea che i makers possano diventare professionisti non è più così buffa», spiega.

Il making potrebbe rivoluzionare l'insegnamento. La ragazza ricorda i corsi di scienze pratiche e teoriche per i quali le scuole dovranno far nascere dei luoghi di creazione o degli atelier del making. Questa nuova forma di insegnamento sarà un mezzo «per riportare in vita la cultura dell'oggetto fisico, del "come funziona", che abbiamo perso», precisa. Non ovunque. Quà e là, a Parigi, dei gruppi di giovani apprendisti provano quotidianamente a dare realtà alle illusioni; con una macchina, un po' di polvere minerale e molta immaginazione.

Interviste raccolte da Manon Valère e Matthieu Amaré.