Magdalene: Le perversioni e l'ingiustizia dell'animo umano

Articolo pubblicato il 26 settembre 2002
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Articolo pubblicato il 26 settembre 2002

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Dovremmo continuare a guardare e a rifletterci nell’occhio insanguinato di Bernadette,l’immagine più emblematica e forte del film.

A vincere il Leone d’Oro della 59° Mostra di Venezia è Magdalene, il film denuncia di Peter Mullan, grande personalità polivalente del cinema europeo: prima attore, poi scrittore, ora anche regista.

Già apprezzatissimo nel film del ’98, “My name is Joe”, di Ken Loach nel ruolo di attore-protagonista e nel suo ottimo esordio, “Orphans”, nel ruolo di regista, questa volta Mullan raccoglie testimonianze autentiche di donne vissute nell’Irlanda dei primi anni ’60, persegue una regia tesa alla ricerca della verità e fotografa per noi una realtà agghiacciante e soprattutto, per molti, credo sconosciuta.

Attraverso la storia di tre ragazze, la sua macchina da presa ci porta tra le mura di Magdalene, uno dei tanti istituti religiosi, esistiti per oltre un secolo in Irlanda.

Margharet, Rose e Bernadette subiranno violenze fisiche e psicologiche, come altre migliaia di ragazze, per espiare le loro colpe, i loro peccati perché “cadute dalla grazia di Dio”.

Il reato di Margharet: essere violentata durante una festa nuziale da un parente; quello di Rose: dare alla luce un bambino, dal quale verrà allontanata, senza essere stata prima sposata; infine quello di Bernadette, forse il più assurdo: aver dato confidenza a dei ragazzini che erano fuori al cancello dell’orfanotrofio in cui viveva.

Questi istituti furono trasformati in vere e proprie lavanderie industriali, dove per 365 giorni all’anno le ragazze, in silenzio, erano costrette a lavorare fino allo sfinimento, per alcune, quelle meno forti, fino alla pazzia. La Chiesa Cattolica, aiutata dalla cecità e dall’omertà di famiglie borghesi benpensanti, fecero di questi luoghi strumenti di potere dai quali ricavare massimi vantaggi economici.

Dalle sequenze delle immagini crude e livide traspare la rabbia di un regista che forse chiede un’ammissione di colpa da parte della Chiesa Cattolica. Mette a nudo le debolezze, le perversioni e l’ingiustizia dell’animo umano che non ha confini e che non risparmia nessuno, neanche i diretti apostoli di Dio.

E’ un film difficile da vedere tutto d’un fiato, ma la grande abilità di Mullan è proprio questa, rende lo spettatore partecipe di quella realtà oppressiva e malvagia, al punto tale da fargli provare lo stesso tormento, la stessa impotenza mista ad incredulità e la stessa voglia di giustizia. Tra tutte le grida che si sono levate, grazie a questo film, contro gli istituti delle Maddalene, il più forte arriva proprio da un ex suora che ha scelto di interpretare il ruolo di una donna rinchiusa nell’istituto da oltre 40 anni, incapace ormai di provare qualsiasi sentimento verso chiunque. La forza del film di Mullan è anche questa, raramente gli attori hanno realmente vissuto le storie che interpretano, questo rappresenta l’ennesimo elemento di verità che rende il film veramente eccezionale. L’attrice ha raccontato di essere finita a 17 anni, dopo aver preso i voti, in uno di questi istituti dell’orrore senza essere a conoscenza del tipo di lavoro che l’aspettava. All’età di 22 anni ha scelto di rinunciare ai voti perché annullata da questa esperienza. Oggi è ancora una cattolica osservante ma il segno di quegli anni bui è ancora sul suo volto quando la si guarda. Il bersaglio diretto del regista è la religione e la crudeltà da essa esercitata su persone innocenti in nome di una moralità esasperata, di una paura morbosa per il corpo femminile o più semplicemente in nome del denaro.

Un bersaglio indiretto e ancora più forte è la chiusura mentale delle istituzioni e delle persone, l’intolleranza, la paura del cambiamento e del mondo che vive le sue evoluzioni culturali e sociali. Un film che ha convinto tutti, ha meritato la vittoria liberandoci anche dal silenzio di un orrore che si è consumato per troppo tempo a luci spente.

Dovremmo continuare a guardare e a rifletterci nell’occhio insanguinato di Bernadette, l’immagine più emblematica e forte del film. E’ tutto in quell’occhio, che non vuole farci dimenticare che un dramma come “Magdalene” è finito solo 6 anni fa, nel 1996.