Macedonia: una stabilità ingannevole

Articolo pubblicato il 12 ottobre 2004
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Articolo pubblicato il 12 ottobre 2004

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La Macedonia è l’ultimo stato pienamente multietnico dei Balcani. Ma i risentimenti interetnici non sono finiti. Quanto durerà la stabilizzazione made in Europe?

Tutta la Macedonia è tappezzata dal logo dell’Unione Europea: dalla missione militare Concordia, oggi sostituita dalla forza di polizia Proxima, all’Università dell’Europa del Sud-Est fino alle numerose strade asfaltate di fresco. Non solo. Per la prima volta nella tormentata storia recente dei Balcani, Bruxelles ha saputo reagire in tempo nel 2001 per porre fine ad una guerra civile tanto breve quanto violenta. Un successo per una diplomazia, quella europea, che la Ue tenta strenuamente di perpetuare con queste diverse missioni e una tutela onnipresente, concretizzatasi dalla candidatura all’adesione depositata dalla Macedonia presso Bruxelles nel febbraio 2004. Una prova, questa, dell’importanza che riveste il paese per l’Unione in quanto laboratorio e vero e proprio test della capacità di quest’ultima di esportare pace e stabilità fuori dalle sue frontiere: nation-building, peace-building e aiuto allo sviluppo, direbbero gli esperti.

Pilastri di questa politica sono gli Accordi di pace di Ohrid del 13 agosto 2001, che prevedevano un rafforzamento della protezione dei diritti della comunità albanese in cambio dello scioglimento della guerriglia guidata dall’UCK (Esercito di Liberazione nazionale) e della riaffermazione dell’integrità territoriale della Macedonia. Preludio alla ricostituzione della coesistenza multietnica, questo compromesso doveva permettere di imporre il circolo virtuoso “stabilità politica, investimenti stranieri, crescita”.

La vita sul terreno? Non è cambiata

Eppure, oggi più che mai, questo progetto è minacciato. In realtà le motivazioni della crisi del 2001 non erano dovute tanto a un conflitto intercomunitario, quanto dall’incontro tra una degradazione forte e continua della situazione socio-economica e la possibilità politica di tradurre in un registro “etnico” queste frustrazioni. Da questo punto di vista, oggi la situazione è peggiorata: le privatizzazioni hanno gravato sui macedoni, che beneficiavano ampiamente di posti di lavoro nel settore pubblico. Quanto agli albanesi, la vita sul terreno non è cambiata per niente: le principali forme di sussistenza restano diaspora e giri d’affari spesso illeciti. Per quelli che vivono nelle zone rurali come a Metjce, niente è cambiato rispetto al periodo di guerra: la moschea è distrutta, il lavoro manca e i graffiti a favore dell’UCK pullulano. Infine, visto che secondo gli Accordi di Ohrid il 20% degli impieghi pubblici sono riservati agli albanesi, le pressioni del Fondo Monetario Internazionale per una riduzione del personale amministrativo rischiano di rendere la medicina ancora più amara per dei macedoni che si sentono ormai vittime della discriminazione positiva.

Il 2,5% del budget dello Stato per le collettività locali

Eppure la Ue rimane fiduciosa, convinta che la decentralizzazione, vero e proprio baricentro degli Accordi di Ohrid, permetterebbe alla Macedonia di progredire verso la democrazia e il buon governo, condizione sine qua non di un’economia di mercato dinamica e dell’afflusso di investimenti stranieri sinonimo di stabilità. Ma la realtà è ben diversa. La legge finanziaria votata quest’estate che prevede la decentralizzazione, alloca solamente il 2,5% del budget pubblico alle collettività territoriali. Con il 40% di disoccupazione e un tessuto industriale in frantumi, sarà dunque difficile sviluppare le regioni. Perché allora la coalizione tra gli albanesi del DUI (Unione per l’integrazione democratica ex-UCK) e i macedoni dell’SDSM (Alleanza Social-democratica, sinistra post-comunista) ha dunque avallato un tale compromesso? Perché questa suddivisione territoriale, ispirata agli Accordi di Orhid, consiste in una spartizione del potere tra comunità che rappresenta comunque un’evoluzione rispetto al passato.

Tuttavia, sulle cartine, aeroporti, università, strade di frontiera, antenne televisive – insomma tutte i territori dotati di risorse strategiche – rimangono compresi in territorio macedone. Lo spazio albanese a ovest del paese, è diviso in due tronconi per evitare qualsiasi continuità territoriale. Ma ognuno vi trova il proprio tornaconto con la prospettiva di decidere in merito all’attribuzione degli appalti pubblici, delle nomine ai posti di potere, e delle altre decisioni che saranno possibili a livello locale e permetteranno ai partiti in carica profitti succulenti. Grazie a questo gerry-mandering gli albanesi del DUI potranno quindi consolidare un’influenza mai avuta fin’ora e quindi escludere i loro concorrenti albanesi radicali del PDSH (Partito Democratico Albanese).

Verso uno stato binazionale

E’ già in atto una logica di sviluppo separata. Oggi, sul posto è grande la tentazione di cercare di mitigare le tensioni con la compartimentazione. Ne è testimonianza la segregazione sempre più evidente dell’educazione dove le evoluzioni del mercato immobiliare a Skopje, a Tetovo e in alcune cittadine del nord dove gli edifici distrutti nel 2001 sono stati ricostruiti prima di essere ceduti dai loro proprietari e dai rappresentanti della comunità di maggioranza presente in città. La decentralizzazione, pragmatica, non rallenterà questo processo. Al contrario, invece. Consapevoli di questa realtà, i macedoni temono che questa suddivisione non comporti la formazione di uno stato binazionale e di fatto inatteso, l’opposizione macedone è riuscita a raccogliere un numero di firme sufficienti ad organizzare un referendum sull’organizzazione territoriale previslto il 9 novembre.

Una cosa è certa: in caso di successo, la coalizione esploderà, e mentre si andrà verso una crisi politica. In caso di fallimento, saranno le frustrazioni comunitarie ad ingigantirsi. Fatto unico per una consultazione referendaria, saranno spiegati degli osservatori dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo in Europa. Nell’attesa, il 1° ottobre è arivato a Skopje Romano Prodi che, davanti a tutti i parlamentari, ha consegnato al presidente Crvenkovski un questionario di “candidatura” alla Ue.