Macedonia: la rivoluzione delle donne

Articolo pubblicato il 24 agosto 2016
Articolo pubblicato il 24 agosto 2016

Rossetto sugli scudi antisommossa, abbracci agli ufficiali di polizia: nel 2015 la Macedonia ha assistito alla prima "rivoluzione delle donne", che ha dimostrato la volontà del cosiddetto "sesso debole" di un cambiamento positivo della società.

In passato la Macedonia era la repubblica più pacifica della Federazione Jugoslava. Negli anni Sessanta abbandonò il "regno" socialista senza che neanche una pallottola fosse sparata, evitando qualsiasi agitazione cittadina. Negli ultimi anni però il malcontento sociale è cresciuto, e ha portato a un'insolita ondata di sommosse. E ad essere in prima fila erano proprio le donne.

Nel 2013 le modifiche alle legge sull'aborto fecero scendere nelle piazze di Skopje centinaia donne e giovani. Nella Jugoslavia di Tito era sufficiente andare da un ginecologo per parlare di aborto, ma questo è durato fino a quando poi il Parlamento approvò un progetto di legge molto restrittivo proprio sull'interruzione della gravidanza, mettendo a rischio i diritti delle donne macedoni.

Questo fu un vero scandalo per Savka Todorovska, presidente dell'Unione delle Organizzazioni delle Donne di Macedonia. Secondo lei, in epoca comunista i diritti delle donne venivano maggiormente tutelati. «Esisteva un tribunale del lavoro associato, ad esempio. Se in determinati settori i diritti delle donne venivano violati, queste avevano il diritto di andare in giudizio, e il tribunale le appoggiava sempre. Quando ripenso a quell'epoca mi rendo conto che le donne macedoni godevano di pieni diritti, pur senza rendersene conto». 

«Oggi i diritti delle donne esistono solo su carta» aggiunge Todorovksa, «ma in questo sistema capitalista gli impiegati si preoccupano solo dei loro interessi. Le donne spesso sono svantaggiate, lavorano la notte e durante il weekend, ed ovviamente in queste ore non possono contare sui servizi di assistenza per l'infanzia. Durante il regime comunista era molto più facile conciliare lavoro e famiglia. A quei tempi alla donna non era permesso di lavorare più di otto ore al giorno, e poteva ridurre le ore di lavoro per allattare i figli». Stranamente però questa discriminazione non si riflette sulla politica. Nel 1991 vi erano solo cinque donne in Parlamento, ora ce ne sono 42. Secondo il Report Annuale dell' Ombudsman, dei 108.848 impiegati dall'amministrazione governativa il 52% sono uomini mentre il 48% donne. Ma il numero di uomini che ricopre ruoli manageriali è ben maggiore rispetto al numero delle donne, benché ci siano più donne con lauree specialistiche: secondo l'articolo "20 anni di Macedonia indipendente", pubblicato dall'Ufficio Statistico di Stato, il numero delle donne con un master o un PhD sarebbe superiore a quello dei loro colleghi uomini.

Un altro scandalo ha poi colpito il Paese all'inizio del 2015. Secondo le accuse riportate dell'opposizione, i telefoni di più di 20.000 cittadini macedoni sarebbero stati messi sotto controllo. Ma non era la prima sollevazione: a fine 2014 era già scoppiata una delle proteste più grandi della storia dell'indipendenza macedone, che aveva avuto come protagonista la cosiddetta "riunione plenaria degli studenti" a Skopje, alla quale poi si erano uniti centinaia di cittadini e membri di altri movimenti, per poi raccogliersi tutti dietro ad uno striscione che recitava "Protestiram!"

La 30enne Jasmina Golubovska è diventata l'icona delle proteste del 5 maggio, quando una foto di lei in piedi tra la folla mentre provava a baciare uno degli scudi antisommossa di un ufficiale di polizia finì su tutte le prime pagine dei giornali. «Rimanemmo in piedi per quasi cinque ore davanti alla sede del governo» dice. «Parlavamo continuamente con i agenti, cercando di persuaderli a mettere giù gli scudi. Il poliziotto davanti a me era molto arrabbiato. Gli chiesi se potessi disegnargli un cuore sullo scudo, lui disse di no e minacciò di arrestarmi. Dopo aver provato per un po' a disegnare qualcosa, gli chiesi se potessi mettermi il rossetto, e poi baciai lo scudo. La folla identificò subito il rossetto rosso, tra le altre cose, come il sangue versato durante tutti questi anni". 

Golubovska ha studiato in Italia, e dopo il master a Bologna nel 2009 è tornata in Macedonia. Dice che da allora non ha mai più smesso di protestare. «La chiamiamo rivoluzione delle donne. Le donne portano questo fardello, anche se la misoginia è uno degli strumenti usati da questo governo per ridurre i loro ruoli e la loro importanza. È venuto fuori che le donne sono più coraggiose degli uomini quando si tratta di dare risposte a domande delicate che il pubblico non è ancora pronto ad ascoltare, come quelle sulla comunità LGBT. Le donne si sono dovute prendere questa responsabilità, visto che esse sono state attaccate in prima persona» dice Golubovska. 

Il modo in cui le donne hanno assunto il controllo della protesta non ha precedenti in Macedonia. E hanno utilizzato "armi" diverse: hanno abbracciato i poliziotti, hanno baciato gli scudi antisommossa e si sono tenute per mano davanti al cordone della polizia. «Le donne hanno partecipato alla maggior parte delle proteste politiche» dice  Uranija Pirovska, direttore esecutivo dell'Helsinki Committee della Repubblica di Macedonia, che si è battuto contro la nuova legge restrittiva sull'aborto. «Il punto è che sono una donna anch'io, e non accetto più l'idea di farmi da parte per il mio bene. Le donne al contrario hanno mostrato di avere la stessa importanza degli uomini quando si tratta di combattere il regime». 

Le minoranze che vivono in Macedonia poi sentono ancora di più  il problema della discriminazione femminile. Dal censimento del 2002 ad esempio è emerso che la minoranza albanese rappresenta il 25% della popolazione. Secondo la leader del Women's Forum di Tetovo – Xane Kreshova, nella comunità albanese le donne non hanno ancora la stessa importanza degli uomini. «Quando sono arrivata a Tetovo nel 1983, le donne non potevano mostrarsi in pubblico: era impensabile vedere una donna seduta da sola al tavolino di in una pasticceria. Quando esisteva ancora la Jugoslavia alle donne albanesi non era permesso lavorare» dice Kreshova, che prima di diventare avvocato del Women's Forum faceva la casalinga. «Dovevano sposarsi, fare figli e prendersi cura della famiglia».

Kreshova sostiene che la situazione delle donne albanesi è cambiata da quando a Tetovo ha aperto la South East European University, da quando cioè Tetovo è diventata una "città aperta". Secondo lei se adesso non esiste più la percezione che le donne albanesi debbano rimanere a casa è solo merito dell'istruzione. "Sono felice che oggi le donne vogliano lavorare" dice. "Anche gli uomini cercano lavoro alle mogli. Vogliono vivere una vita migliore e garantire un futuro più roseo ai loro figli – fatta eccezione, forse, per chi vive in campagna".

La 31enne Mersiha Smailovikij, attivista per i diritti umani ed impegnata da tempo per aver dato assistenza ai rifugiati, ha partecipato a quasi tutte le proteste degli ultimi anni. «Devo impegnarmi, perché ci sono tantissimi problemi nella nostra società». Tutto è iniziato nel 2007 quando Smailovikij, studentessa anziana e musulmana, non ha potuto indossare il foulard in testa quando è andata a fare la foto per la carta d'identità. «Visto che porto il foulard dal 2005, ed è stata una mia decisione, mi sono rifiutata di toglierlo e ho detto che era un mio diritto costituzionale. Ho chiesto una conferenza stampa e dopo poco la legge è cambiata» dice Mersiha. «In quel momento mi sono resa conto del potere delle nostre voci».

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Testo: Zaklina Hadzi-Zafirova

Foto: Tomislav Georgiev

Oltre i cliché. Oltre l'odio. Oltre il passato. 25 anni dopo l'inizio della guerra nei Balcani, il progetto editoriale Balkans&Beyond di cafèbabel Berlin presenta le storie che illustrano la vita e la politica in Bosnia Erzegovina, Macedonia, Croazia, Kosovo, Slovenia, Serbia, e Montenegro. Questo progetto è finanziato dall'Allianz Kulturstiftung e da Babel Deutschland, con il sostegno morale di tutta la comunità di Babel International.