L'urlo silenzioso per conciliazione dei tempi di vita privata e lavoro  

Articolo pubblicato il 19 maggio 2017
Articolo pubblicato il 19 maggio 2017

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 Ieri durante la sessione costituente del Congresso, uno dei temi maggiormente discussi é e fue la decisión de la diputada de Podemos Carolina Bescansa de acudir con su hijo a la Cámara. Antes que ella, lo hicieron otras políticas, en un gesto que es un grito silencioso por la conciliación laboral y familiar, una de las grandes dificultades de las mujeres que deciden ser madres. 

Si dice che la prima donna si chiamava Lilith e che era fatta di fango come Adán, a immagine e somiglianza di Dio. Si dice inoltre che le piaceva il sesso e un giorno disse ad Adamo: “Perché devo giacere sotto di te? Anch'io sono stata creata con polvere e quindi sono uguale a te”. E questo non piacque molto a Adamo e la costrinse a fare qualcosa che non voleva. Ma Lilith era ció che oggi chiameremmo una donna di carattere e decise di abbandonare Adamo. Raccolse i suoi utensili e se ne andó dal paradiso; il Mar Rosso la catturó e lí generó i suoi figli nella situazione di abbandono in cui ritrovava. “Ritorna immediatamente da Adamo o ti affoghiamo", le dissero. “Come posso morire se Dio mi ha ordinato di farmi carico di tutti i miei figli, per i bambini fino all'ottavo giorno di vita (il giorno della circoncisione) e per le bambine fino al ventesimo giorno?”, rispose loro. E da allora, generazione dopo generazione, noi figlie di Lilith ci siamo fatte carico dei nostri pargoli. E questo é avvenuto fino a quando... Ci hanno raccontato un'altra storia.

Un giorno ci dissero che saremmo state libere, che avremo un  lavoro e la possibilità di “realizzarci come persone”. Ci dissero che ci potevamo inserire nel mondo del lavoro perché siamo uguali ai nostri compagni maschi. Ci hanno anche detto che potevamo dedicarci alla politica in condizioni di uguaglianza con gli uomini alfa del gruppo. Era una bugia.

Sembra che non siamo libere. La pubblicità ci dice como dovrebbe essere il nostro corpo. La religione ci impone cosa dobbiamo fare con il nostro corpo. Le leggi, le stesse che sanciscono che la proprietà privata é  sacrosanta, negano il nostro diritto di decidere che fare con il nostro corpo.

Sembra che non abbiamo lavoro. Studiamo piú degli uomini, otteniamo i migliori risultati, siamo piú preparate; ma é piú difficile per noi trovare un lavoro rispetto ai nostri colleghi maschi. E a questo aggiungiamo il fatto che siamo in condizioni di maggiore precarietà: tre mesi all'anno del nostro sforzo giornaliero non valgono un misero euro se paragonato con quello degli uomini che compiono il nostro stesso lavoro. 

Sembra che non siamo uguali. Quando finiamo il nostro orario di lavoro ci tocca fare la lavatrice, fare la spesa, preparare la cena, pulire e stirare; la stessa concezione di uguaglianza di quando non eravamo né libere né uguali come adesso. 

Sembra che neanche possiamo essere madri.  Ci sono alcune che giurano di divenatre madri in giovane età e nonostante il limite dei 30 anni, continuiamo a posticipare la maternità e la subordiniamo al lavoro che presumibilmente dovrebbe realizzarci. Poi ci sono quelle che sono madri e perdono il loro posto di lavoro o perdono la possibilità di poter avanzare nella carriera lavorativa. Quelle che decidono di non voler essere madri e tutti le guardano in maniera strana perché stanno commettendo un peccato imperdonabile. Quelle che non possono piú avere figli: che lavorano, si occupano dei figli, della casa, a volte anche delle persone anziane e si sentono como se stessero facendo qualcosa di male perché non solo le Wonderwoman che vengono sponsorizzate dalle serie televisive americane. E si potrebbe continuare cosí per ore e ore.

In questo paese, che é poco abituato ai programmi elettorali, ha fatto clamore una madre perché ha portato il proprio figlio al Congresso, quando sembra che la deputata faccia parte di un partito che si é presentato alle elezioni promettendo ai  suoi elettori un “Piano Strategico per il Ricongiungimento della Vita lavorativa e familiare”. Ieri che Carolina Bescansa ha deciso di accettare il suo incarico como deputata di Podemos con la presenza del suo bambino, le é stato detto di tutto:  Demagoga, una madre cattiva, provocatrice, etc.  Ció che i critici non hanno capito é che il gesto di Bescansa é una rivendicazione politica, un gesto di denuncia, una forma per evidenziare un problema invisibile del quale soffrono giornalmente un milione di donne: l'impossibilità di far coinciliare la vita lavorativa e quella familiare e, spesso, la crudeltà atroce di dover decidere tra una delle due.  

Bescansa non é stata la prima. Prima di lei, altre donne hanno avuto il coraggio di gridare in maniera silenziosa nelle aule del Parlamento che é necessario costruire un altro sistema nel quale si possa includere l'altra metà della popolazione.  Nel Parlamento Europeo abbiamo visto crescere il figlio di Lizia Ronzulli. Prima di lei, Hanne Dall ha portato il suo bambino nel cuore della UE. Nel 2012, abbiamo visto a Iolanda Pineda con suo figlio al Senato. Nel 2015 Mónica García e sua figlia presiedettero all' Assamblea di Madrid e la congressista argentina Victoria Donda ha messo il dito in un'altra piaga: l'allattamento in pubblico. 

La polemica che suscita Carolina Bescansa e suo figlio dimostra che ancora la strada é lunga per riuscire ad ottenere questo tipo di società egualitaria. Gli insulti sono la ragione per cui le femministe non smettono di avvertirci che il terrorismo maschilista, che uccide giornalmente le donne, é solo la punta dell'iceberg di un sistema piú  complesso di violenza. E il fatto che i riflettori stiano su una madre che decide di stare con suo figlio e non su un altro deputato come Gómez de la Serna, che si é servito di un posto pubblico per arricchirsi e che ha portato al declino il partito con il quale si é presentato lo stesso giorno in cui ha accettato l'incarico di deputato trasformandosi in un politico corrotto é espressione di come viene visto nella nostra società .