L'urgenza alla vita pubblica di Simona Mafai

Articolo pubblicato il 15 aprile 2016
Articolo pubblicato il 15 aprile 2016

In occasione del settantesimo anniversario del suffragio universale, cafébabel Palermo propone un ciclo di interviste in cui donne palermitane raccontano loro stesse attraverso l'impegno sociale e culturale e il rapporto instaurato con diversi ambienti della vita cittadina. Questa settimana abbiamo conversato con Simona Mafai sui suoi intensi anni di lotta politica e civile.

Una donna d’altri tempi. Grande impegno civile, passione per la politica e aspirazione alla libertà sono il filo conduttore di una vita vissuta in funzione dell’emancipazione femminile italiana e dell’affermazione dei diritti civili. Simona Mafai, nata a Roma ma adottata, per amore, dalla città di Palermo dove vive ormai dal 1967, ha raccontato ai nostri microfoni i lunghi periodi di battaglie, resistenze in anni caldi e difficili: dalle lotte per le leggi sul divorzio e sull’aborto ai primi movimenti di ribellione studentesca. Inevitabile in Sicilia lo scontro con la mafia. È il 1980 quando viene eletta consigliera al Comune di Palermo. Tra le fila del PCI, non si esime dal denunciare le collusioni tra politici e criminalità organizzata, in quegli anni bagnati di sangue in cui un suo caro amico e segretario regionale del PCI, Pio La Torre, perde la vita crivellato dalle pallottole di un mitra. Col passare degli anni non viene certo meno il suo attivismo politico e l’impegno per l’affermazione di determinati ideali. Attualmente, insieme a Letizia Battaglia e ad un organico composto da circa dieci donne, è componente del direttivo dell’Associazione donne siciliane contro la mafia e fondatrice della rivista tutta al femminile, Mezzocielo.

cafébabel: 10 marzo e 2 giugno 1946: cosa rappresentano per gli italiani ma soprattutto per le italiane queste due date?

Simona Mafai: Due date importantissime che ricordo con grande emozione. La prima ha segnato una svolta per il nostro paese: le donne, finalmente, potevano essere considerate cittadine con pieni diritti. Per arrivare a questo punto furono necessari anni di grandi battaglie e sofferenze. Il 2 giugno partecipai a quella meravigliosa convocazione popolare che decise per la Repubblica e seppure molto giovane – non potei votare perché non avevo ancora 18 anni – ero molto attiva dal punto di vista politico. In quel periodo mi trovavo in Umbria. Ricordo la felicità di tutti coloro che avevano votato per la Repubblica, ma ricordo anche un particolare clima di paura. La notte dei risultati temevamo ci potesse essere qualche scontro armato, una reazione da parte dei monarchici, dell’esercito, che per fortuna non ci fu.

cafébabel: Come ricorda quegli anni di lotte e resistenze?

Simona Mafai: Come un periodo bellissimo, di rinascita, speranza, un movimento con alle spalle grandi dolori. Dedicarsi alla vita pubblica, impegnarsi nella politica era una cosa quasi naturale, dovuta alle grandi sofferenze che avevamo vissuto e che non potevamo accettare. C’era un richiamo alle responsabilità che oggi, indubbiamente, viene meno. Oggi la situazione è completamente diversa: la scelta di dedicarsi alla vita pubblica è molto meno pressante. Non c’è più la necessità. In quegli anni era proprio un’urgenza. I giovani di oggi non seguono la politica, ne sono distaccati e poco attenti e non credo sia tutta colpo loro. L’atmosfera è proprio cambiata.

cafébabel: Ha scritto un libro dal titolo: “Essere donna in Sicilia”. Com’è cambiato il ruolo della donna in Sicilia?

Simona Mafai: Sono ottimista. Credo che la presenza, sempre più crescente, del mondo della donna nelle sfere del lavoro, della politica, della sanità, delle istituzioni, sia un fatto nuovo, positivo, che caratterizza in meglio la situazione d’oggi rispetto a quella del passato. Detto ciò, essere donna non significa essere più onesta, più leale, non corrotta. Pensavamo che le donne entrando in politica avrebbero portato più moralità, avrebbero cambiato le cose, purtroppo non è stato così. Certo, la presenza di molte donne nelle sfere istituzionali ha sensibilizzato la società civile, ha saputo decifrare i bisogni delle donne che gli uomini, fisiologicamente, non avrebbero mai potuto capire. Ma purtroppo non è stato sufficiente.

cafébabel: È d’accordo, dunque, con Letizia Battaglia che spesso ha dichiarato che le donne stanno perdendo grande parte della propria poesia?

Simona Mafai: Si è vero, ma è importante non generalizzare. Non certo come allora, ma oggi esistono delle donne che per il Paese stanno facendo tanto.

cafébabel: Lei ha detto: “se si distrugge la politica generalizzandola come un fenomeno di corruzione, si lascia la strada aperta al totalitarismo, mascherato da un comico”. Chi sono i comici d’oggi?

Simona Mafai: C'è un fatto. Oggi i comici dominano la politica. Salvini può sembrare un comico, Crozza fa satira, Grillo addirittura lo fa di professione. La degradazione, la svalutazione della politica sono pericolosi. Tuttavia, ciò, non dipende dal governo. La svalutazione della politica potrebbe fare sì che questa venga dominata da pochi personaggi, da piccoli gruppi più o meno carismatici. Questo è il deperimento della vita politica. Occhio però a generalizzare: è sbagliato parlare di ‘politici’ come se fossero una setta, come se fossero un’etnia, non sono una categoria generalizzabile o unificabile.

cafébabel: Ha condotto tantissime battaglie contro il fenomeno mafioso in Sicilia, soprattutto quando nel 1980 è stata eletta consigliera al Comune di Palermo: oggi cos’è, per lei, l’antimafia?

Simona Mafai: È una domanda appassionante per me. Ricordo quegli anni come consigliera con grande emozione. Ricordo i miei interventi politici che costruivo con irruenza verbale e durezza tese a denunciare le connessioni tra mafia e politica. Lo facevo con molta convinzione e credo che pur con tutte le tragedie vissute in questa bella e sfortunata città, le lotte della buona politica hanno portato ad una presa di coscienza generale sul male della mafia. Quando venni a Palermo nel ’67 le vicine di casa mi dicevano: “A Palermo si sta bene, è una città tranquilla”. Altre mi dicevano: “Qui c’è qualcosa che non si può neanche pronunciare”. C’era un’atmosfera di grande paura e accondiscendenza. Corso Vittorio Emanuele era deserto e così tante vie della città. Oggi non è più così fortunatamente. Ma sul movimento antimafia c’è ancora molto da fare. Dopo le stragi nacquero molte associazioni, però poi con gli anni, c’è stato un eccesso di partitizzazione del movimento antimafia. Come se ogni parte politica volesse mettere il cappello sull’antimafia. Dunque il movimento, in quanto tale, è in crisi. Non è riuscito ad essere unitario.

cafébabel: Parlando di sé, ha detto che “ha fatto qualcosa di buono e molto di inutile”. Cosa ha fatto di buono e cosa d’inutile?

Simona Mafai: Ho fatto qualcosa di buono perché non ho fatto nulla di male e questo è già tanto. Ho creduto nelle donne, senza illudermi, nella possibilità che le donne esprimessero un valore di rinnovamento e libertà nella società italiana. L’ho fatto con i miei libri e con le assemblee che ho organizzato. Il movimento delle donne è una strada sempre in salita, non è mai lineare. Ci sono stati momenti di grande emozione e partecipazione e poi cadute e addormentamenti. Di buono ho fatto questo, credere nelle donne, dare loro fiducia. Ho creduto nella possibilità di una società migliore e forse ho fallito, o meglio non è bastato. Troppo utopistica e a tratti deludente. Di inutile ho fatto troppe riunioni, interventi, pezzi di carta, appunti, che potevo anche evitare. Ho perso di vista alcune cose, pur di fare politica, che sicuramente erano più importanti. Ma non rimpiango nulla.

cafébabel: Ha combattuto per gli ideali di libertà, di rinnovamento sociale soprattutto per quanto riguarda il mondo femminile. Quanto le fa rabbia sapere che in molte parti del mondo, la donna conta meno di un paio di scarpe rotte?

Simona Mafai: È tremendo. A volte mi domando se questa divaricazione della condizione della donna da una parte e dall’altra del mondo, non sia un elemento che alimenti il conflitto invece che ammorbidirlo. Ma rispondo a me stessa che è una domanda che non si deve fare. Come mai le donne sopportano tutto questo? A volte abbiamo contezza di qualche ribellione del mondo femminile allo strapotere maschile. Mi dicevano che in Libia durante Gheddafi, c’erano molte donne che insegnavano nelle scuole, scrivevano articoli. In Marocco ci sono state registe cinematografiche molto valide. La violenza degli islamisti sulle donne è terribile, inqualificabile. Il valore dell’Europa, dell’Occidente è la capacità di critica e di autocritica. A volte, però, c’è un eccesso di complesso di colpa. Non che non si abbiano delle colpe nei confronti dell’Africa o del Medio Oriente, ma a volte mi pare che sia esagerato, questo indebolisce l’Europa. Spesso si dice, ma l’Europa cosa fa nei confronti di questi abomini? Non cospargiamoci di cenere il capo, nella nostra storia c’è una fierezza che non possiamo dimenticare, tanto che l’Europa è meta bramata dagli altri. Riflettiamo su questo discorso. Ci vuole autocritica ma anche fierezza di quello che abbiamo conquistato con grandi sofferenze.