L’università come nuova agorà

Articolo pubblicato il 03 ottobre 2003
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Articolo pubblicato il 03 ottobre 2003

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Che università vogliamo per la nostra società europea in divenire? Questa dovrebbe essere la domanda centrale da porre durante il processo di Bologna.

Come molti progetti europei, il processo di Bologna parte da buoni intenti. Si tratta di armonizzare i sistemi universitari d’Europa (nell’UE e al di fuori di essa) per permettere l’emergere di un vero e proprio spazio europeo dell’insegnamento superiore. Niente da criticare dunque nei principi, è per questo motivo d’altronde, che i ministri dell’educazione nazionale di sinistra come di destra di 29 paesi europei hanno firmato senza esitazione la Dichiarazione di Bologna nel 1999.

Armonizzazione e diversità: un’ardua scommessa

Da allora, sostenitori ed affossatori di questo testo si sono duramente confrontati. Alcuni denunciano la mercificazione dell’insegnamento superiore che ne conseguirebbe, altri vedono in questo processo la sola opzione che consentirebbe di salvare l’università, se non addirittura di costruire veramente l’Europa (argomentando che finché l’educazione resterà di dominio nazionale, non si potrà costruire realmente l’Europa).

Ci si affronta a colpi di cifre: negli Stati Uniti (dove le iscrizioni all’università sono molto care) più del 60% delle persone dai 24 ai 34 anni sono diplomate, mentre in Francia (dove i costi d’iscrizione sono molto più contenuti) il tasso supera appena il 40%. Rendere autonomi e privatizzare i licei dunque non porterebbe necessariamente ad un minore accesso allo studio.

Allo stesso tempo però, dobbiamo constatare che la ricerca delle università pubbliche europee lotta per il primo posto accanto a quella americana. A riprova del fatto che servizio pubblico e competitività costituiscono un binomio solido. Ma cosa deduciamo da tutto questo? Serve un insegnamento superiore pubblico, privato, 50/50?

Queste sono domande senza dubbio essenziali, ma ponendocele si occulta spesso la domanda più importante: quella del progetto. L’università ci sembra così familiare che non si pensa a quello che è e a quello che vorremmo che fosse. Che università vogliamo per la nostra società europea in divenire? Quali compiti sociali vogliamo che adempia?

Studenti o cittadini?

Come mostra bene lo studio “EuroStudent 2000”, gli studenti europei hanno vite molto diverse. Essere un giovane e a maggior ragione uno studente non significa la stessa cosa a seconda del paese in cui ci si trova. Nel sud dell’Europa, gli studi costituiscono per la maggioranza una formazione iniziale che viene seguita seriamente senza attività parallele, mentre nel Nord molti giovani iniziano a studiare dopo aver avuto esperienze professionali e continuano a lavorare durante il percorso studentesco. Dietro ad una stessa parola si nascondono altrettante situazioni quanti sono i paesi. Non si ha a che fare con lo stesso pubblico, gli insegnamenti non si svolgono allo stesso modo e l’università non ha di fatto in ogni contesto lo stesso scopo sociale.

Sta a noi tutti di costruire una università nuova e propriamente europea, adatta a questa nuova società europea che progettiamo insieme. Un’università che sarà un luogo di ricerca, di trasmissione del sapere e di eccellenza accademica (come auspica la Dichiarazione di Bologna) ma che sarà anche un luogo di formazione del cittadino.

Certo serve un’università accessibile al più grande numero di persone, nella quale ognuno abbia la sua opportunità. In molti istituti, un sapere troppo teorico limita le prospettive reali di inserimento professionale. Oggi sono tutti concordi sul fatto che ci sia bisogno di una formazione che sia teorica e pratica al tempo stesso.

In un ambiente in perenne mutazione, una formazione continuativa nel corso della vita, permette di rimanere competitivi sul mercato del lavoro. Questo aspetto è al centro della riflessione portata avanti nel quadro del Processo di Bologna e porta con sé i germi di una rivoluzione delle mentalità. Infatti questa idea di formazione durante tutto l’arco della vita significa che abbiamo continuamente cose da imparare. Che un concorso per l’insegnamento secondario o un Ph. D. non sono più degli assoluti insormontabili. Lo studente non è più un giovane uomo o una giovane donna in formazione, è un cittadino come gli altri, mentre ogni cittadino diventa un potenziale studente.

Due proposte

Facciamo che l’università europea di domani sia filosofica nel senso etimologico del termine. Facciamo che susciti l’”amore per la saggezza”, la curiosità e la partecipazione cittadina.

Perciò, due punti potrebbero essere aggiunti alle dichiarazioni d’intenti dei paesi:

1) Facciamo entrare la democrazia nell’università.

Impegniamoci affinché ovunque in Europa, in ogni istituto, studenti, corpo insegnante e personale non insegnante abbiano veramente voce in capitolo. La Dichiarazione di Bologna auspica di fare di ogni università la scuola della democrazia, impariamo con la pratica!

Poniamo fine al closed-shop sindacale dei paesi anglosassoni, mettiamo in luce le scadenze elettorali tenendo al corrente gli elettori delle elezioni future, della posta in gioco e dando alle organizzazioni i mezzi giuridici e materiali di portare avanti delle vere campagne.

2)Facciamo largo alla vita studentesca in ogni università.

Le lezioni danno il sapere, gli stages danno la pratica, il volontariato e la militanza insegnano la partecipazione cittadina.

Preparare un progetto, impegnarsi in una associazione sono delle attività formative. Perciò è essenziale far loro posto nel cuore di ogni università, perché riempiono anch’esse una funzione essenziale. Mettiamo per legge dei locali a disposizione delle organizzazioni studentesche, sistematizziamo il diritto di prendere in prestito delle aule e delle aule magne.

Se vogliamo tornare in contatto con il gusto della democrazia, se vogliamo che gli studenti non siano più soltanto dei consumatori del sapere, lasciamo loro costruire, lasciamoli appropriarsi dello spazio universitario. Diamo alle associazioni i mezzi per le loro ambizioni ( e non più le ambizioni per i loro mezzi), creiamo più spazi dello “stare insieme” nei campus invece di separarli per paura di movimenti studenteschi. Invece di dare crediti agli studenti che si impegnano (come prevede la riforma ECTS), diamo loro lo spazio e i mezzi per impegnarsi.

Facciamo la scommessa di un’università partecipativa e democratica, facciamo dell’università europea la nuova agorà!