L'Ungheria sospesa di Orbán: da Győr a Budapest in treno

Articolo pubblicato il 16 maggio 2013
Articolo pubblicato il 16 maggio 2013
Le critiche dell'Unione Europea, un’economia che avanza a fatica, studenti in protesta e una società civile disillusa: è l’Ungheria di Orbán. Prima tappa di un viaggio in treno tra città e campagna, lungo una nazione in cerca di una rinnovata identità civica e politica.

Mentre salgo sul treno a Györ, Rita mi parla della politica ungherese: “Orbán sta cercando di tenere sotto controllo la situazione. Voglio dire: abbiamo avuto la crisi più importante del secolo e il nostro paese non ne è certo passato indenne. In quattro anni non puoi cambiare il paese: serve più tempo. Se cambi continuamente casacca e annulli i provvedimenti passati solo perché hanno un colore diverso non si va da nessuna parte”. Rita ha studiato in Italia e si è laureata a dicembre in un corso di laurea specialistica in lingua inglese presso l’Università statale di Milano. Da un anno è tornata in Ungheria, dove ora lavora per la Tata Group, una grande multinazionale indiana che recentemente ha stretto un accordo con il governo di Orbán. Il colosso si è impegnato a dare lavoro a circa 1000 persone solo a Budapest. Con lo stipendio che guadagna, Rita riesce a permettersi un appartamento nel quartiere Citadella, uno dei più belli della capitale magiara. La vista sul Danubio e sulla città, a pochi passi da casa sua, è uno spettacolo mozzafiato. Per dare l’idea: sarebbe un po’ come se un neolaureato italiano, appena uscito dalla Sapienza di Roma, abitasse al Gianicolo.

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Rita però non è nata a Budapest. Viene da Györ: terza città ungherese per numero di abitanti e una delle zone più ricche del paese insieme alla capitale. Il giallo, il rosa e l’azzurro delle case di questa piccola cittadina sono un tripudio di colori che si abbinano all’aria gioiosa che si respira per le strade. Qui è stata inventata la szóda, quella che si versa negli Spritz a Milano, come anche la dinamo: quella dell’energia elettrica.

A pochi chilometri da casa sua, prima dell’altura di Pannohalma, dove è situato un collegio per soli studenti maschi, un monumento ricorda una battaglia combattuta dall’esercito napoleonico. Dal collegio si può godere di una vista spettacolare sull’intera valle e i tetti delle migliaia di piccole case si stagliano sul tramonto primaverile. Molti crocifissi sparsi lungo le strade dimostrano come l’Ungheria sia ancora un paese profondamente religioso. Rita sta per compiere 26 anni e immagina il suo futuro in Ungheria: “I giovani di questo paese vanno a fare i camerieri all’estero, a Berlino o chissà dove, solo perché pensano che sia più figo, ma potrebbero farlo benissimo anche qua”, mi racconta mentre torniamo in treno verso Budapest.

Le palazzine bianche sono state costruite in maniera identica le une vicino alle altre: “Anche architettonicamente siamo stati pensati per essere tutti uguali".

Eppure c’è qualcosa che stona. C’è una campagna che è diversa dalla città, sintomo di uno sviluppo squilibrato. Infatti, tornando in treno da Györ verso la capitale, i colori lasciano presto il posto a vecchie zone industriali tinte di grigio. A metà viaggio il treno si ferma a Tatabánya. Rita guarda fuori dal finestrino e a bassa voce con un misto di sarcasmo e rabbia sussurra: “Potrei mettere la mano sul fuoco che qui tutti votano ancora comunista”, e non riesce a nascondere un sorriso beffardo. Se c’è una cosa che salta agli occhi sono le palazzine bianche costruite in maniera identica le une vicino alle altre: risalgono all’era sovietica. “Anche architettonicamente siamo stati pensati per essere tutti uguali – continua – ci sono anche a Budapest, in fila indiana lungo una delle colline della città”. Poco dopo, una schiera di baracche di legno in fila, quasi fosse un lager, si appoggiano a una grande fabbrica.

“I giovani di questo paese vanno a fare i camerieri all’estero, a Berlino o chissà dove, solo perché pensano che sia più figo, ma potrebbero farlo benissimo anche qua

Le chiedo se questa è gente povera. Lei annuisce. L’Ungheria è un paese ambivalente e le statistiche della Commissione Europea lo dimostrano: il tasso di disoccupazione è al di sopra della media europea e si aggira intorno all’11%, mentre il tasso di occupazione è fermo al 60% rispetto a una media del 68%. La percentuale di popolazione a rischio di povertà però è al di sotto dei valori italiani per tutte le fasce d’età. Solo il tasso di rischio per i minori risulta più alto della media Eu. Anche la disuguaglianza dei redditi percepiti dalla popolazione è inferiore alla media Eu e a quella italiana. La percentuale di persone tra i 30 e i 34 anni che hanno conseguito un titolo di laurea, sebbene inferiore alla media europea, è di otto punti sopra alla prestazione italiana. In cambio, l’inflazione è al 5,6%: tre punti sopra la media degli altri paesi europei (statistiche Eurostat, ndr). 

Passata Tatabánya, dopo quaranta minuti si arriva a Budapest: ai lati del treno, nella zona industriale, si vedono sfilare i grandi magazzini e i negozi delle multinazionali tedesche, tra le altre Aldi, Audi e Obi.

Se Györ e la vasta campagna magiara mostrano il passato, l’Ungheria di oggi si può capire soltanto camminando per le strade della capitale. Sono le voci raccolte per strada, nei pub e nei corridoi delle università che spiegano come, per l’opinione pubblica, lo sviluppo sbilanciato causato dall’economia di mercato coincida con una classe politica corrotta e mai veramente rinnovata. Questo binomio però, invece di alimentare una pressione democratica verso il rinnovamento, ha portato parte dei cittadini magiari a nutrire una crescente disaffezione verso l’impegno politico. Studenti a parte.

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Foto: © Alexander Damiano Ricci.