L'Ungheria di Orbán: destinazione Budapest

Articolo pubblicato il 28 maggio 2013
Articolo pubblicato il 28 maggio 2013
Seconda e ultima tappa del reportage in treno nell'Ungheria di Orbán. L'arrivo a Budapest, le strade attraversate dai tram, il giallo delle insegne del MacDonald, le facciate dei palazzi del quartiere ebraico, ancora segnate dai proiettili della guerra, i giovani della capitale, sempre più lontani dalle ideologie e il fantasma della corruzione.

Il secondo governo Orbán è al centro della critica internazionale e della protesta inscenata qualche tempo fa anche a Strasburgo nella sede del Parlamento Europeo. Diritti civili e libertà fondamentali a rischio: queste le accuse che arrivano sia dalla sinistra riformista europea sia dalla destra liberale. Eppure per le strade della capitale non si respira un’aria tesa: Budapest è in crescita.

Ci sono cantieri aperti un po’ ovunque per i lavori della nuova linea della metropolitana anche se tante persone si spostano in bicicletta: le piste ciclabili accompagnano tutti i principali viali del centro storico, come Andrássy utca. Qui, al numero 60, si può visitare la Terror Haza, la “casa del terrore”: un edificio usato per la detenzione dei nemici politici interni, sia da parte delle Frecce Crociate prima della guerra, che dal partito Comunista dopo il secondo conflitto mondiale. Una visita ai piani sotterranei mostra celle, patiboli e strumenti di tortura. Il peso della storia, delle rivoluzioni incompiute e della recente sbornia laissez-faire post-Urss si può respirare tutto per strada.

Budapest reloaded

Leggi la prima tappa del reportage in Ungheria su Cafebabel.com

Il giallo dei nuovissimi tram è lo stesso delle grandi insegne del MacDonald che si trovano un po’ ovunque: sui tetti dei palazzi che costeggiano il Danubio come di fronte allo storico mercato coperto, chiamato anche “grande salone”. Un cartello alla fermata Deak Ferenc ter indica che a sinistra si raggiunge la fashion street. Le strade sono trafficate, macchine costose e utilitarie si fanno largo tra i bus, modello Ikarus, quelli costruiti durante la guerra fredda, a est della cortina di ferro. I mendicanti si siedono sui gradini della metro o dormono nei sottosottopassaggi: sono invisibili in superficie.

Budapest è un contrasto continuo tra passato, presente e futuro, tra commercializzazione e conservatorismo, tra nostalgia e speranza. Tramite il programma Erasmus ogni anno centinaia di studenti sentono il richiamo di quella che una volta veniva chiamata la Parigi dell’Est. In effetti, il quartiere ebraico somiglia molto a quello della capitale parigina. Quello di Budapest però, oggi, è anche il centro della vita notturna e, per un curioso caso del destino, il locale che va per la maggiore si chiama proprio kolor, ovvero “colore”. Vicino c’è un altro locale: un pub tutto in legno, verniciato di verde e con luci soffuse all’interno. Appartiene a Marta, la figlia più giovane di una famiglia ebrea del quartiere.

Leggi lo speciale "Budapest: libertà cercasi lungo il Danubio" su Cafebabel.com

Marta ha preso in mano gli affari da tre anni. Ha studiato negli Stati Uniti, dove ha vissuto dal 2000 al 2010, ed è tornata perché sua madre aveva problemi con le persone che hanno gestito il locale durante gli ultimi cinque anni. “Questo locale è passato dalle mani di mia nonna a quelle di mia madre. Non potevo non tornare. Ma sinceramente non avrei mai immaginato di dover affrontare quello che ho passato negli ultimi tre anni”, mi racconta una sera di fronte a una birra. Diversi locali del quartiere erano finiti in mano a una rete criminale che ha provato a usurpare le famiglie dei loro locali. "Prima c’era un regolare contratto d’affitto, poi tutto è sfociato in un’occupazione con il rischio di perdere completamente i locali per colpa dell’inerzia del sistema".

Il fantasma della corruzione

Quando le chiedo se abbia ricevuto sostegno da parte di pubblici ufficiali, mi guarda con uno sguardo penetrante, quasi satirico: “Loro stessi erano parte del sistema. Senza l’appoggio di qualcuno ai livelli più alti nessuno avrebbe potuto immaginare di fare cose del genere. E pensare che alcuni erano addirittura ebrei. Ma ora per fortuna, dopo decine di processi, sono scomparsi nel nulla come fantasmi. Si chiama corruzione”.

"Gli studenti hanno cercato di tenere il tutto il più lontano possibile dalla politica. Qui le ideologie non servono, non contano più

Le chiedo cosa pensa del momento politico attuale e del governo e le faccio notare come il primo ministro non faccia altro che criticare gli anni della transizione: i vecchi comunisti rimasti ricchi e nelle posizioni che contano. “È come tutti gli altri. Deve interpretare questo ruolo ora. Sinceramente la gente è stufa, non gliene frega molto. I politici dovrebbero tutti andarsene. Invece se ne stanno andando i cittadini. Gli ungheresi non sono molto combattivi. Aspettano, aspettano e aspettano: poi, quando ne hanno abbastanza, se ne vanno”.

Eppure solo due mesi fa, a fine marzo, gli studenti delle facoltà umanistiche hanno protestato contro il governo e le recenti misure proposte da Orbán. Queste prevedono anche che i laureati presso le università pubbliche debbano rimanere in Ungheria per dieci anni dopo il conseguimento del titolo. All’università però la protesta ormai è stata smontata. Sul cancello dell’entrata un piccolo manifesto di un collettivo ricorda Hugo Chavez. Chiedo a una ragazza se c’è ancora qualcuno che stia protestando. “Nei corridoi non c’è più nulla: no, non credo. È tutto finito da un paio di giorni”. Le chiedo se abbiano avuto un riferimento politico, ma lei risponde lapidaria: “No. Hanno cercato di tenere il tutto il più lontano possibile dalla politica. Qui le ideologie non servono, non contano più”. 

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Foto: © Alexander Damiano Ricci.