Luca Sapio, il soul man italiano che ha conquistato i cuori di tutto il mondo

Articolo pubblicato il 10 marzo 2015
Articolo pubblicato il 10 marzo 2015

Qualcuno lo ha definito un cantante jazz dall'anima punk. Lui è Luca Sapio e i suoi amici fedeli sono il microfono e il mixer: storia di un uomo, di un musicista e di un cuore che batte al ritmo di Soul italian style.

Nel cuore di Luca Sapio convivono più anime, quella del soulman, quella del produttore e, perché no, quella del presentatore radiofonico. E non è certo facile conciliare tutte queste cose con la tournée e la promozione del suo Everyday is gonna be the day. Per questo, quello che avrebbe dovuto essere un incontro faccia a faccia è diventato una rocambolesca chiamata su skype. La prima cosa che sento è la musica. Luca mi spiega che in quel momento ha messo su la sua maschera da produttore e quello che sento, sì, è il suono di una band che è lì con lui per registrare. Cinque secondi: ecco quello che basta per essere catapultati nel mondo soul di Luca Sapio.

cafébabel: C'è una frase del pianista blues americano Memphis Slim in cui ti sei riconosciuto molto, tanto da renderla tua modificandola in «non si può cantare il soul senza aver vissuto il blues».                      Luca Sapio: Esatto, la frase originale dice «non si può cantare il blues senza aver vissuto il blues» e io non avrei potuto trovare parole migliori. Quella sensazione, il blues, è una cosa che deve essere vissuta sulla propria pelle. È un tipo di musica che richiede che chi le si avvicina abbia vissuto veramente, affrontando a testa alta le difficoltà. Senza questi presupposti, al blues si può arrivare molto vicini, è vero, ma non lo si raggiungerà mai. cafébabel: Tu hai dovuto affrontare una malattia durante l'adolescenza, giusto? Luca Sapio: Avevo una grave malattia al midollo spinale. È quello il momento in cui la mia vita è cambiata, in cui sono diventato adulto. Il restare paralizzato a letto, il non poter più giocare ha messo fino alla mia adolescenza, facendomi scontrare con la realtà. E così ho sviluppato una sensibilità diversa, un qualcosa che si è trasformato in quel 'quid in più'. Il mio 'blue' l'ho esorcizzato con la musica, raccontando storie.

cafébabel: I tuoi sono testi chiari, capaci di arrivare dritti al cuore.

Luca Sapio: Less is more! Gli orpelli non sempre sono necessari. In un testo ci si deve subito immedesimare. Quelle parole devono permettere a chi le ascolta di riconoscersi. La nostra è una lingua molto ricca che consente virtuosismi ma che, secondo me, nei testi delle canzoni può risultare fuorviante. Per me l'importante è essere compreso. Hai presente i Public Enemy? Ecco, loro erano stati soprannominati la CNN del ghetto. Chi prova a misurarsi con tematiche sociali deve essere capace di arrivare a tutti. Le metafore e le licenze poetiche hanno poco a che fare con queste storie.

cafébabel: Hai cantato con gli Area e anche con i Quintorigo. Quando è che ti sei sentito pronto per l'esordio da solista?

Luca Sapio: Quella coi Quintorigo è stata una parentesi divertente ma a tempo determinato. Loro cercavano qualcuno che cantasse in inglese per aver un sound più bluesy. Così sono arrivato io. Un'esperienza che ricordo sempre molto volentieri.

cafébabel: E poi è arrivata la consacrazione internazionale.                                                 Luca Sapio: Ero impegnato coi Quintorigo, coi Black Friday (duo formato con Adriano Viterbini) e, tra un viaggio e l'altro, scrivevo canzoni. Così ho ripreso i contatti con i produttori e sono diventato Luca Sapio, il nuovo volto della musica soul italiana. Poi mi sono affermato anche come produttore e in molti sono venuti a cercarmi per poter pubblicare con me. Essere contattato da molti artisti è stato decisamente gratificante. cafébabel: C'è qualcosa di diverso tra il modo di lavorare italiano e quello made in Usa?                                                                      Luca Sapio: Non è tanto una questione di Italia e Stati Uniti quanto una questione di approccio. A me piace registrare dal vivo e su poche tracce. Quando senti un pezzo - e dico un pezzo qualsiasi - per registrarlo sono state usate anche un centinaio di piste. Per me, il risultato è disorientante. Invece, quando sento poche piste, chiudo gli occhi e riesco addirittura a immaginare chi sta suonando!                  

cafébabel: Infatti anche il tuo ultimo disco, realizzato con la tua band The Dark Shadows, è stato registrato dal vivo e in analogico.

Luca Sapio: Sì. Con la band siamo volati a New York e abbiamo registrato seguendo lo stesso approccio di cui abbiamo appena parlato. Con questo presupposto, bisogna avere l'intenzione di suonare bene, dato che l'errore del singolo può compromettere tutto, rovinando il lavoro degli altri. Dall'altra parte, registrare in questo modo ti porta anche a passare oltre l'errore.

cafébabel: E invece per quanto riguarda Letterman? Come hai saputo che una delle tue canzoni, How did we lose it, era arrivata fin negli studi del celebre show televisivo americano?

Luca Sapio: Sapere di essere entrato nella playlist di Letterman è stata una bella sorpresa, non riuscivo a crederci. Sicuramente si à trattato di un'ottima opportunità per il Soul Italian Style, che poi è anche il nome della mia etichetta.

How did we lose it - Luca Sapio and Capiozzo & Mecco band (2012)

cafébabel: A cosa è ispirato il titolo del tuo nuovo album, Everyday is gonna be the day?

Luca Sapio: Viviamo nel costante necrologio del nostro paese, l'Italia. Secondo me, invece, le cose possono essere cambiate dall'interno. In pratica, ogni giorno può essere quello giusto per farcela.

cafébabel: E per quanto riguarda la tua musica, chi ti ispira di più?

Luca Sapio: Sicuramente la creatività italiana e la musica degli anni '70 ma anche il rock progressivo e la lunga tradizione delle nostre colonne sonore dai ritmi afro-americani. In breve, la scuola italiana di armonia, capace di creare qualcosa di magico. Noi italiani siamo riusciti a imporre al mondo, nell'immaginario collettivo, l'immagine dei cavallerizzi western con il fischiettare. Niente country, la musica che poteva sembrare più scontata, ma i fischi di Alessandro Alessandroni. Eccolo il potere evocativo della musica creata dagli italiani. Essere definito come l'anello di congiunzione tra il southern soul americano e il mondo psichedelico italiano degli anni '70 è il più grande complimento che io abbia mai ricevuto. Significa che sono arrivato al cuore del persone, significa che sono stato capito e questa per me, come musicista e come persona, è la vittoria più bella.