Lotta LGBT in Lituania: un passo avanti e due indietro

Articolo pubblicato il 07 gennaio 2014
Articolo pubblicato il 07 gennaio 2014

La lotta al­l’o­mo­fo­bia in Li­tua­nia continua. La po­li­ti­ca, i mass media e la Chie­sa nazionali si oppongono al cambiamento. E l’UE non sem­bra es­se­re in grado di influenzare la si­tua­zio­ne. Re­por­ta­ge.

Vilnius, 29 novembre 2013. Dei jeans con una cerniera sul sedere: è con orgoglio che Petras Gražulis me li fa vedere nel suo ufficio del Seimas, il Parlamento lituano. Gražulis, 55 anni e dirigente del partito populista di destra, Ordine e Giustizia, ha fatto realizzare questi pantaloni esclusivamente per esprimere il proprio disprezzo nei confronti degli omosessuali. Lo scorso 12 novembre si è recato di persona all’associazione gay di Vilnius per offrirne un esemplare. “Li farò brevettare, ne venderò tantissimi”, mi assicura, prima di iniziare un lungo discorso, ricco di citazioni bibliche, sul modo di “curare” l’omosessualità, “una maledizione arrivata dall’Ue”. 

L’iniziativa di Gražulis sarebbe solo rimasta uno scherzo di cattivo gusto se non fosse per il fatto che la dice lunga sui diritti degli omosessuali in Lituania, un paese di 3,5 milioni di abitanti. “Tutti hanno sentito parlare di tale gesto, ma nessun politico lo ha condannato”, lamenta Vladimir Simonko, presidente dell’associazione gay lituana

Un paese spaccato a metà

Secondo un'indagine di ombudsman, solo il 52% dei lituani è a favore delle pari opportunità nel mondo del lavoro. Inoltre, il 42% degli intervistati si preoccuperebbe se un professore del proprio figlio fosse omosessuale. Uno studio dell'Agenzia europea dei Diritti Fondamentali di Vienna, mostra che il 61% delle persone LGBT (lesbiche, gay, bisessuali, transessuali, nda.) in Lituania è discriminato o perseguitato. È la percentuale più alta tra i paesi dell’Unione europea

Ben 5 proposte di legge sono in corso d’esame. Si tratta di testi che possono essere facilmente definiti come omofobi o anti-transessuali: riguardano il divieto di cambiare sesso, il divieto di adozione per le coppie omosessuali, la condanna per "denigrazione pubblica dei valori etici costituzionali" (ovvero il matrimonio tra uomo e donna), l’abolizione dal Codice Penale dell’oltraggio all’omosessualità e la mancata copertura delle spese per le manifestazioni pubbliche (ovvero i Gay Pride). Inoltre, sono stati fatti diversi tentativi per modificare la Costituzione al fine di limitare il matrimonio a coppie formate da un uomo e da una donna, così come avviene in Croazia

Qualche mese fa, uno spot d’informazione sul Baltic Pride è stato rifiutato dalla televisione pubblica a causa di una modifica di legge sulla tutela dei minori entrata in vigore nel 2010 e che proibisce “la propaganda a favore delle relazioni omosessuali, bisessuali o poligame”. 

Il Parlamento europeo aveva votato contro la modifica, senza ottenere risultati. Lo spot poteva essere trasmesso esclusivamente dopo le 23:00, riportando l’avviso “contenuto riservato a un pubblico adulto”. Solo un canale privato decise di mandarlo in onda nelle ore diurne. “Qui è come in Russia”, afferma Simonko, riferendosi alla legge russa che proibisce la “propaganda dell’omosessualità”. 

"I No­stri po­li­ti­ci sono il pro­ble­ma prin­ci­pa­le"

Eppure, il Baltic Pride dello scorso luglio è stato un successo, malgrado qualche incidente e il vano tentativo del sindaco di allontanare la manifestazione dal centro città. “Ho la sensazione che ogni volta facciamo un passo avanti e due indietro”, dice Simonko. “In realtà, i nostri politici sono il principale problema. Sono convinti che la maggior parte della popolazione sia omofoba e si comportino di conseguenza per non perdere voti. Secondo un'inchiesta, la maggior parte dei deputati considera l’omosessualità una malattia o una perversione da combattere. Alcuni membri del partito socialdemocratico e liberale sono a favore dei diritti degli omosessuali, ma ‘si contano sulle dita di una mano’. A eccezione del partito liberale (all’opposizione attualmente), nessun altro partito si pronuncia a favore di un Pacs destinato a persone dello stesso sesso. Inoltre, il governo lituano, guidato dal primo ministro Algirdas Butkevičius, è di larga coalizione (Ordine e Giustizia, Partito Socialdemocratico, Partito Laburista e Partito della minoranza polacca). “Insomma, sui diritti degli omosessuali ci si può mettere una croce sopra”, conclude Simonko.

Tuttavia, tra le file dei socialdemocratici si trova una grande militante dei diritti umani: Marija Pavilionienė69 anni, professoressa in filologia e femminista. Peccato che nel suo partito ci siano solo 4 o 5 membri che condividano il suo punto di vista. I jeans di GražulisGražulis la disgustano: “Lui e tanti altri omofobi sono ossessionati dalla sessualità, ma non si tratta di sesso, bensì di diritti umani!”. Molti socialdemocratici non la sostengono. “Cercano di farmi abbandonare le mie idee progressiste”, racconta Pavilionienė in una caffetteria del centro di Vilnius. “Ho fatto pressione sul ministro della Giustizia per creare una proposta di legge sui Pacs. Ho ottenuto una promessa, ma sto ancora aspettando. La proposta c’è, la deve solo tirar fuori dal cassetto! Ha paura. Anche la Presidente della Lituania, Dalia Grybauskaitė, dice che il tempo per i Pacs non è ancora arrivato. Affermando in pubblico che ‘si possono immaginare diversi tipi di famiglia’ farebbe avanzare di molto la situazione”. Per di più, si vocifera che Grybauskaitė, appoggiata dai conservatori, sia lesbica. 

Fino a oggi, un solo uomo politico lituano ha fatto coming out. Si tratta di Rokas Žilinskas41 anni, ex giornalista e presentatore di un telegiornale, attualmente deputato del partito conservatore Unione Patriottica. “Il partito lo usa per far retrocedere i diritti degli omosessuali. Žilinskas si era opposto al Baltic Pride! Crede nella protesta silenziosa e pensa che l’omofobia scomparirà da sola. Ha anche proposto di sciogliere la nostra associazione”, confida Simonko.

- Tutte le di­chia­ra­zio­ni sono state rac­col­te da Ju­dith Sin­nige, a Vil­nius -

Pre­sto tro­ve­re­te la se­con­da parte del re­por­ta­ge, sul­l’in­fluen­za della Chie­sa e dei mass media sulla società lituana.