L'orso se ne va in cina: i vincitori della berlinale 2014

Articolo pubblicato il 16 febbraio 2014
Articolo pubblicato il 16 febbraio 2014

Con oltre 330.000 bi­gliet­ti ven­du­ti, il 64e­si­mo Fe­sti­val In­ter­na­zio­na­le del Ci­ne­ma di Ber­li­no ha sta­bi­li­to un nuovo re­cord  di vendite. Cafébabel è andata alla sco­per­ta dei vin­ci­to­ri.

Alla fine la feb­bre della Ber­li­na­le è pas­sa­ta: gli Orsi sono stati con­se­gna­ti, la giu­ria è sod­di­sfat­ta, i vin­ci­to­ri si scam­bia­no ab­brac­ci e il pub­bli­co è con­ten­to. Il 15 feb­bra­io 2014, alla se­ra­ta di gala per la chiu­su­ra del fe­sti­val, te­nu­ta­si pres­so il Ber­li­na­le Pa­la­st, si è ca­pi­to su­bi­to che la giu­ria in­ter­na­zio­na­le ha ap­prez­za­to tanto i film po­li­zie­schi ci­ne­si quan­to le opu­len­te com­me­die sto­ri­che; si è inol­tre con­fron­ta­ta con i temi della fa­mi­glia e ha pen­sa­to molto al­l'A­sia.

Il prin­ci­pa­le vin­ci­to­re della Ber­li­na­le di que­st'an­no è stato Bai Ri Yan Huo (Black Coal, Thin Ice, 2014) del re­gi­sta ci­ne­se Diao Yinan. Que­sto film noir, astru­so e a trat­ti in­cre­di­bil­men­te co­mi­co, rac­con­ta la sto­ria del com­mi­sa­rio di po­li­zia Zhang Zilli, il quale prima trova dei resti umani in una fab­bri­ca di car­bo­ne, prima di in­na­mo­rarsi della prin­ci­pa­le so­spet­ta­ta. Solo anni più tardi, quan­do la sua vita la­vo­ra­ti­va e pri­va­ta sono ormai ri­dot­te in ma­ce­rie, l'or­ren­da ve­ri­tà sul cri­mi­ne co­min­cia a ve­ni­re a galla. Per l'in­ter­pre­ta­zio­ne del com­mi­sa­rio Zhang, po­ten­te e sul­l'or­lo della fol­lia, l'at­to­re ci­ne­se Liao Fan ha ot­te­nu­to un Orso d'ar­gen­to come mi­glio­re in­ter­pre­te.

PIC­CO­LE CASE E GRAND HOTEL A BU­DA­PE­ST

L'A­sia si è anche ag­giu­di­ca­ta l'Or­so d'ar­gen­to per la mi­glio­re at­tri­ce pro­ta­go­ni­sta: la giap­po­ne­se Haru Ku­ro­ki, che in Chi­saii Ouchi (The Lit­tle House, 2013) di Yoji Ya­ma­da in­ter­pre­ta il ruolo della gio­va­ne do­me­sti­ca Taki, ha con­vin­to la giu­ria gra­zie alla sua in­ter­pre­ta­zio­ne fine, oscil­lan­te fra calma e si­len­zio. Il gran­de Pre­mio della Giu­ria, un altro Orso d'ar­gen­to, è an­da­to all'ec­cen­tri­co mondo di im­ma­gi­ni di Wes An­der­son, con The Grand Bu­da­pe­st Hotel (2013) che ha aper­to il fe­sti­val. Anche il pub­bli­co si è la­scia­to con­qui­sta­re dalla soria del cer­vel­lo­ti­co con­sier­ge, Mon­sieur Gu­sta­ve – le pro­ie­zio­ni hanno re­gi­stra­to il tutto esau­ri­to nel giro di poche ore.

L'ame­ri­ca­no Ri­chard Lin­kla­ter ha im­pres­sio­na­to la squa­dra di James Scha­mus, pre­si­den­te della giu­ria, con il suo rac­con­to d'in­fan­zia Boy­hood (2013), ot­te­nen­do il tanto am­bi­to Orso d'ar­gen­to per la mi­glior regia. La sua pel­li­co­la ac­com­pa­gna il gio­va­ne Mason di Au­stin, per­so­nag­gio prin­ci­pa­le, dalla culla al col­le­ge. Il fran­ce­se Alain Re­snais, con Aimer, boire et chan­ter (Life of Riley, 2014), apre pro­spet­ti­ve to­tal­men­te ine­di­te per il ci­ne­ma, in quan­to mezzo di co­mu­ni­ca­zio­ne, ed è stato in­si­gni­to del pre­mio Al­fred Bauer.

AN­CO­RA UNA VOLTA LA CINA, POI LA GER­MA­NIA

Per chi non aves­se an­co­ra fatto i conti con la Cina c'è una sor­pre­sa: l'Or­so d'ar­gen­to per la fo­to­gra­fia è an­da­to Zeng Jian per il film Tui Na (Blind Mas­sa­ge, 2013), con la regia di Lou Ye. Il film ha let­te­ral­men­te ra­pi­to la giu­ria. Le im­ma­gi­ni im­pres­sio­nan­ti sco­pro­no la vita delle per­so­ne non-ve­den­ti in un modo del tutto par­ti­co­la­re. Se molti Orsi sono stati as­se­gna­ti a re­gi­sti, at­to­ri e di­ret­to­ri della fo­to­gra­fia che ven­go­no da lon­ta­no, ce n'è uno che è ri­ma­sto in Ger­ma­nia. L'Or­so d'ar­gen­to per la mi­glio­re sce­neg­gia­tu­ra è infatti an­da­to a Anna e Die­tri­ch Brügge­mann che, in Kreu­z­weg (2013), esplo­ra­no il do­lo­re della gio­va­ne Maria, cre­sciuta con­tem­po­ra­nea­men­te in due mondi dia­me­tral­men­te op­po­sti: al­le­gra tee­na­ger a scuo­la, ri­gi­da cat­to­li­ca in casa. 

CA­FE­BA­BEL BER­LIN alla 64e­si­ma ber­li­na­le

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