L'orologio stregato della green economy

Articolo pubblicato il 16 dicembre 2013
Articolo pubblicato il 16 dicembre 2013

Il mondo della green eco­no­my fran­ce­se non è tutto rosa e fiori. Seb­be­ne le start-up che uti­liz­za­no ma­te­ria­li rici­cla­ti si af­fer­mi­no sul mer­ca­to na­zio­na­le, le as­so­cia­zio­ni che le ri­for­ni­sco­no con le ma­te­rie prime lot­ta­no ogni gior­no per ot­te­ne­re un po' più di vi­si­bi­li­tà e crea­re oc­cu­pa­zio­ne. 

Seb­be­ne si trovi nel XVI ar­ron­disse­ment di Pa­ri­gi, uno dei più ric­chi della ca­pi­ta­le fran­ce­se, l’ap­par­ta­men­to di Char­lot­te Ale­xan­dre e An­toi­ne Cou­bron­ne è mo­de­sto. Nien­te gad­get lu­cen­ti, mo­bi­li ikea o lam­pa­de al­l’ul­ti­ma moda: la loro stan­za ospi­ta giu­sto un letto e una scri­va­nia. Sulle pa­re­ti sono ap­pe­se delle ma­sche­re di legno dal mo­ti­vo ca­lei­dosco­pi­co e dello spes­so­re di 1 cm. Sopra alla scri­va­nia una men­so­la ospi­ta una ven­ti­na di mec­ca­ni­che da oro­lo­gio di co­lo­re nero, made in Ger­ma­ny. Com­bi­nan­do que­st’ul­ti­me e il legno, la cop­pia co­strui­sce oro­lo­gi da muro per­so­na­liz­za­bi­li nella forma e nel co­lo­re. Non è un caso che abi­ti­no esat­ta­men­te al­l’in­cro­cio da rue de Com­mer­ce (via del Com­mer­cio) e rue de Abbé de Groult (una via che porta il nome di un frate): la loro star­tup, Sa­per­­lipo­pet­te, ha fuso in­no­va­zio­ne e ar­ti­gia­na­to, com­mer­cio e tra­di­zio­ne.

que­stio­ni di tem­pi­smo

Seb­be­ne siano stati se­le­zio­na­ti da Gla­mour come uno dei pro­get­ti ar­ti­sti­ci del mese, i due ri­man­go­no con i piedi per terra. "Di­ven­ta­re un’im­pre­sa che pro­du­ce oro­lo­gi in serie? Non ci penso nem­me­no!", af­fer­ma Char­lot­te, men­tre i suoi occhi ruo­ta­no come due lan­cet­te prima di fis­sa­re un punto in­de­fi­ni­to sopra alla mia testa. Sor­ri­de, poi con­ti­nua a spie­ga­re: "Al mas­si­mo as­su­me­rei un paio di per­so­ne. Vo­glia­mo che la no­stra at­ti­vi­tà ri­man­ga ar­ti­gia­na­le". Seb­be­ne An­toi­ne sia il de­si­gner e Char­lot­te la mente bu­si­ness della cop­pia, quan­do par­lia­mo di pres­sio­ne fi­sca­le, in­cen­ti­vi e bu­ro­cra­zia, è il primo a ri­spon­de­re. Le tasse sul la­vo­ro sono trop­po alte in Fran­cia? La bu­ro­cra­zia sof­fo­ca le menti bril­lan­ti di que­sto Paese? "Sì e no – ri­spon­de An­toi­ne, – ma sarei un ipo­cri­ta se di­ces­si che senza aiuti da parte dello Stato tutti po­treb­be­ro lan­cia­re la pro­pria star­tup. I ser­vi­zi pub­bli­ci messi a di­spo­si­zio­ne dei gio­va­ni im­pren­di­to­ri fran­ce­si, ci sono e fun­zio­na­no".

An­toi­ne ha la­vo­ra­to a Bar­cel­lo­na pres­so un'im­pre­sa di de­si­gn. Ora, ac­can­to a Sa­per­pi­lo­pet­te, è anche un free­lan­cer e mi spie­ga come in Spa­gna sia molto più dif­fi­ci­le la­vo­ra­re da au­to­no­mo: "A dif­fe­ren­za della Fran­cia, in Spa­gna, a pre­scin­de­re che tu abbia in­cas­sa­to qual­co­sa o meno, sei co­stret­to a pa­ga­re un for­fait an­nua­le per la tua at­ti­vi­tà". Char­lot­te ascol­ta, mi guar­da negli occhi e an­nui­sce. Ogni volta che il suo col­le­ga si in­ter­rom­pe non può fare a meno di ri­mar­ca­re quan­to gli in­te­res­si man­te­ne­re le re­la­zio­ni umane con i loro clien­ti. In­fat­ti, a parte 4 esem­pla­ri ven­du­ti in Israe­le e negli Stati Uniti, si sono crea­ti una nic­chia di mer­ca­to tutta fran­ce­se. Hanno ap­pe­na lan­cia­to il loro se­con­do cro­­wd­fun­ding. L’o­biet­ti­vo? 5000 euro entro 3 set­ti­ma­ne. Solo se riu­sci­ran­no a rac­co­glie­re la cifra, par­ti­rà la pro­du­zio­ne della se­con­da serie.

Una ri­ser­va d'ar­te

In que­sto ri­tor­no del­l’ar­ti­gia­na­to mar­ca­to star­tup, non è sol­tan­to il pro­dot­to fi­na­le a ri­ve­lar­si un og­get­to rein­ven­ta­to. An­toi­ne e Char­lot­te uti­liz­za­no esclu­si­va­men­te ma­te­ria­li re­ci­cla­ti. Li tro­va­no a soli 20 mi­nu­ti a piedi dal loro ap­par­ta­men­to, a Porte de Van­ves. Qui, dove i pa­laz­zi bor­ghe­si fran­ce­si sem­bra­no la­scia­re posto a dei docks ti­pi­ca­men­te an­glo­sas­so­ni, l’as­so­cia­zio­ne Re­ser­ve des Arts, svol­ge la sua fun­zio­ne di di­stri­bu­to­re di "im­mon­di­zia". Dai tes­su­ti alle ver­ni­ci: gli scar­ti di 3 im­pre­se (che pre­fe­ri­sco­no non ri­ve­la­re il loro nome), si tra­mu­ta­no in 10 gamme di ma­te­ria­li, che ven­go­no riven­du­ti a prez­zi cal­mie­ra­ti ad ar­ti­sti, stu­den­ti e ar­ti­gia­ni. Cathy, re­spon­sa­bi­le della co­mu­ni­ca­zio­ne del­l'as­so­cia­zio­ne, mi guida tra i cor­ri­doi stret­ti di que­sto ma­gaz­zi­no, dove la­vo­ra­no 4 per­so­ne e di­ver­si vo­lon­ta­ri. No­no­stan­te lo sfor­zo dei vo­lon­ta­ri sia am­mi­ra­bi­le e la loro at­ti­vi­tà sia più unica che rara, da quan­do è nata, nel 2008,  l'as­so­cia­zio­ne è cre­sciu­ta, "ma a un ritmo lento". Come mai?

Con i piedi per terra

San­dri­ne An­drei­ni, di­ret­tri­ce del­l'as­so­cia­zio­ne, sop­pe­sa ogni pa­ro­la con estre­ma at­ten­zio­ne: "Non siamo in­te­res­sa­ti a cre­sce­re tanto per fare pro­fit­ti, ma per crea­re oc­cu­pa­zio­ne e far cam­bia­re la men­ta­li­tà delle per­so­ne. Mi pia­ce­reb­be poter as­su­me­re tutti i vo­lon­ta­ri che la­vo­ra­no con noi". Quan­do li cita, li va anche a cer­ca­re con lo sguar­do. "Pur­trop­po, nel mondo del no-pro­fit è quasi im­pos­si­bi­le ot­te­ne­re vi­si­bi­li­tà agli occhi delle isti­tu­zio­ni e spazi da uti­liz­za­re se non si for­ni­sco­no ser­vi­zi edu­ca­ti­vi e abi­ta­ti­vi alle per­so­ne in stato di ne­ces­si­tà". Ma San­dri­ne non fa una grin­za e per lei la ra­gio­ne viene prima degli in­te­res­si per­so­na­li: ri­co­no­sce la prio­ri­tà di que­ste at­ti­vi­tà ri­spet­to alla loro.

Se­con­do lei, "l’u­ni­co modo per en­tra­re nelle gra­zie dei po­li­ti­ci e ot­te­ne­re nuovi spazi per la­vo­ra­re, è quel­lo di crea­re oc­cu­pa­zio­ne". In un certo senso però, sem­bra es­ser­ci un cor­to­cir­cui­to: senza oc­cu­pa­zio­ne non si ot­tie­ne vi­si­bi­li­tà e spazi, ma senza que­st’ul­ti­mi è im­pos­si­bi­le cre­sce­re eco­no­mi­ca­men­te e crea­re la­vo­ro. "Que­st’an­no siamo riu­sci­ti a pa­reg­gia­re le 24 ton­nel­la­te di ma­te­ria­le re­cu­pe­ra­to, con al­tret­tan­te di ma­te­ria­le ven­du­to", spie­ga Cathy - anche lei è as­sun­ta a tem­po ­determinato. La green eco­no­my rap­pre­sen­ta un bu­si­ness in Fran­cia? San­dri­ne non ne sem­bra del tutto con­vin­ta: "Svi­lup­pa­re un’im­pre­sa vera e pro­pria è dif­fi­ci­le per­ché ‘ri­ci­clag­gio’ non fa rima con ‘pro­dot­to stan­dar­diz­za­to’"È im­pos­si­bi­le svi­lup­pa­re una pro­du­zio­ne quan­do ogni sin­go­lo pezzo di tes­su­to ce­sti­na­to ha un ta­glio di­ver­so. In­som­ma, per chi si vo­glia im­bar­ca­re nel mondo della green eco­no­my fran­ce­se, die­tro ai cu­mu­li di ma­te­ria­li, si na­scon­de an­co­ra una mon­ta­gna di la­vo­ro da fare.