L’oro nero del Caspio ridisegna le geopolitiche

Articolo pubblicato il 04 novembre 2005
Articolo pubblicato il 04 novembre 2005

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Nuove basi per l’estrazione del greggio potrebbero dominare in meno di cinque anni la regione caucasica del Mar Caspio e intorno al Mar Nero. Il loro sottosuolo è infatti un enorme serbatoio di petrolio e gas: che li rende attori geopolitici cruciali.

I totem della religione del petrolio potrebbero innalzarsi sempre più fitti nella regione del Caspio, per poi ramificare i loro lunghi tentacoli tubolari fino al Mar Mediterraneo. Solo nel sottosuolo di Uzbekistan, Turkmenistan, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan scorre il 30% del fabbisogno mondiale di petrolio e gas. Un tesoro immenso con un solo difetto: la distanza dai mercati. Alla luce della nuova crisi petrolifera in corso, il tesoro del Caspio entra ora con più forza nelle dinamiche mondiali. Scombiccherando il tableau geopolitico degli ultimi trent’anni.

E si sa: chi gestirà l’estrazione e il trasporto degli idrocarburi dell'Asia post sovietica, disporrà di un potere enorme. A meno che qualche avveduto e illuminato imperatore moderno non decida d’intraprendere il cammino dell’energia alternativa.

Quale longa manus sui nuovi transiti?

La partita aperta dall’11 Settembre vede ora in netto vantaggio gli Stati Uniti. Vantaggio raggiunto subito dopo l’uragano Kathrina, che ha innescato una sorta di turbo reattore nelle relazioni tra Usa e Medioriente. Nello scacchiere mondiale che segna le mosse verso l’accaparramento del greggio, gli Usa entrano a pieno titolo nella ruota dell’oro nero del Caspio. Con un progetto tra tanti, ma significativo e delicato per l’Europa soprattutto a livello strategico.

Si chiama Ambo, è acronimo di Albanian, Macedonian and Bulgarian Oil ed è un lungo oleodotto di 890 chilometri. Partendo da Bourgas attraverserà Bulgaria, Macedonia – regione nella quale la Nato è presente con circa 450 unità – e fino Vlore, in Albania, per poi imbarcarsi in petroliere made in Usa che da Rotterdam lo porteranno al porto di New York/New Jersey. Il progetto è ambizioso e finora ha incontrato difficoltà dovute ai costi e alla delicata situazione balcanica e caucasica. Ma ora, dopo le ultime catastrofi naturali e la perdita di competitività del dollaro, ci sono tutti i presupposti per premere l’acceleratore.

Ambo è un consorzio con sede legale negli Stati Uniti ed è indirettamente collegato al potere politico-militare statunitense attraverso la società Halliburton, di cui è stato amministratore il vicepresidente statunitense Dick Cheney, e ditta già appaltatrice, tramite l'associata Brown & Root, delle forniture e della stessa costruzione della base di Camp Bondsteel. Ed ora anche appaltatrice di tutta l’enorme “torta” irachena. Gli interessi che gravitano intorno alla mega oleodotto hanno i nomi dei giganti americani del petrolio: Bp-Amoco-Arco, Chevron e Texaco.

Ambo intanto ha già ricevuto 900 milioni di dollari di investimenti da un’agenzia di sviluppo americana, la Overseas Private Investment Corporation (Opic) e da Eximbank and Credit Suisse First Boston. Quando la pipeline sarà terminata si conta che trasporterà 750.000 barili di greggio ogni giorno.

Risiko 2005: dai carrarmati alle petroliere

In questo nuovo Risiko mondiale, l’importanza geostrategica di Bulgaria e Romania – invitate ad unirsi all’Unione Europea nel 2007 –, oltre all’Albania e alla Macedonia, è molto rilevante. Romania e Bulgaria occupano un posto strategico nel Mar Nero e rappresentano un potenziale, significativo transito per l’esportazione di petrolio dal Caspio all’Europa. Ora più che mai. Dal momento che l’amministrazione Bush ha stabilito di fare dipendere sempre meno gli Usa dal petrolio dei Paesi che fanno parte dell’Opec, e puntare, oltre che su quelle della Russia, soprattutto sulle risorse del Mar Caspio e del Mar Nero. Nel cui sottosuolo potrebbe giacere il prossimo futuro energetico degli Stati Uniti.

Il bacino del Caspio rappresenta infatti una delle maggiori fonti di greggio del mondo, dopo l’Arabia Saudita, la Siberia e forse anche prima dell’Iran. Secondo una relazione della Unocal Corporation statunitense, una delle principali compagnie al mondo per le risorse energetiche e lo sviluppo di progetti, «le riserve petrolifere totali della regione del Caspio potrebbero ammontare a oltre sessanta miliardi di barili di petrolio. Alcune stime arrivano fino a duecento miliardi di barili. Nel 1995 la regione produceva solo 870.000 barili al giorno. Entro il 2010 le compagnie occidentali potrebbero aumentare la produzione fino a circa 4,5 milioni di barili al giorno: un aumento di oltre il 500% in soli quindici anni».

Una quantità tuttavia molto ingente, se paragonata alla superpotenza incontrastata rappresentata dall’Arabia Saudita, che possiede riserve vicine ai duecentosessanta miliardi di barili: il doppio, peraltro, del suo diretto concorrente, l’Iran, che ne ha “solo” 133 miliardi (Peter Maas , “The Beginning of the End of Oil”, New York Times Sunday Magazine, agosto 2005).

E se la Chevron, la seconda compagnia petrolifera americana, avverte che «l’era del petrolio facile è finita», le compagnie petrolifere americane giocano segretamente, intavolando per il momento accordi informali con le università balcaniche per la ricerca avanzata di nuove tecnologie di estrazione e trasporti in quei territori.