L'oppio degli intellettuali

Articolo pubblicato il 06 marzo 2006
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Articolo pubblicato il 06 marzo 2006

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Il dibattito intellettuale sul concetto di “multiculturalismo” si è aperto negli anni Sessanta. Taluni lo vedono come una possibilità, altri non vogliono credere alla sua esistenza.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’Europa è oggetto di un’ondata di flussi migratori provenienti dalle ex colonie, la Germania e i Paesi bassi stipulano degli accordi sui lavoratori immigrati provenienti dai paesi del bacino del Mediterraneo. Ben presto si fa strada la questione della definizione dell’identità e dell’appartenenza culturali. Nuovi concetti come “transculturalità”, cultura ibrida, differenze interne, interculturalità o ancora creolizzazione dilagano nel dibattito scientifico. È la nascita del multiculturalismo europeo.

Un mosaico di minoranze

Le ondate migratorie successive agli anni Sessanta avanzarono di pari passo con movimenti di natura sociale: le minoranze etniche presero allora a far sentire la loro voce e reclamare i loro diritti. Il dibattito sul tema del multiculturalismo prese dunque vigore, anche stimolato dai politologi canadesi Charles Taylor e Will Kymlicka. Taylor, un comunitarista, riteneva che il concetto di multiculturalismo fosse confrontato a valori a norme sociali inconciliabili. Il suo collega Kymlicka dal canto suo, tentò al contrario di vedere nel multiculturalismo un vantaggio, se legato ad un ambiente di impronta liberale.

Il passaggio al periodo postmoderno e alla globalizzazione porta con sé quello che il filosofo francese Jean-François Lyotard definì nel 1977, un “mosaico di minoranze”. Convinto della basilare pluralità che caratterizza ogni società, Lyotard concepiva il multiculturalismo possibile solo se unito ad una conseguente uguaglianza tra le diverse minoranze.

Nella seconda generazione di immigrati le minoranze svilupparono una nuova coscienza di sé e della loro cultura rispetto a quella che era stata propria della prima generazione. Si poteva guardare alla cultura come ad un’immagine omogenea? Nelle parole del filosofo spagnolo Juan Goytisolos “la cultura è la somma di più influssi esterni”. Oggi non si può più parlare, secondo lui, di una cultura esclusivamente spagnola o francese o tedesca, e nemmeno di una cultura esclusivamente europea. Piuttosto di una cultura meticcia, bastarda, frutto di più “culture” diverse.

Alla base, valori comuni

Tuttavia, eventi come gli attacchi terroristici dell’11 settembre e l’uccisione del regista olandese Theo Van Gogh per mano di un integralista islamico hanno messo in luce che la coabitazione delle culture è possibile solo sulla base di valori comuni. Il multiculturalismo è diventato dunque un concetto poco amato, rimpiazzato presto da quello di “società parallele”. Il filosofo sloveno Slavoj Zizek si spinse addirittura più in là, arrivando a definire il multiculturalismo come una “neutralizzazione delle differenze”, una formula politica, dunque, che risolve la complessità della realtà. Il premio Nobel Imre Kertesz formulò inoltre la convinzione che i conflitti perdureranno finché “non si giungerà alla realizzazione di un solido sistema di valori alla base di una cultura comunemente formata e vissuta.” Allo stesso modo, il filosofo tedesco Habermas ritiene che solo in un contesto democratico è possibile la coesistenza di diversità.

Il multiculturalismo, dunque, è già sorpassato da tempo, come dice il politologo Bassam Tibi? Non ancora. Lo scandalo provocato dalle vignette su Maometto è il segnale che proprio le società democratiche hanno spesso visioni distorte delle altre culture e religioni. Lo spettro del multiculturalismo aleggia dunque ancora, anche nei mass media. E forse il sociologo statunitense Russell Jacoby ha ragione: il multiculturalismo è l’oppio degli intellettuali disillusi.