Londra: Affrontare i pregiudizi del mercato del lavoro

Articolo pubblicato il 21 maggio 2015
Articolo pubblicato il 21 maggio 2015

Nell'UE un giovane su cinque – circa 5,5 milioni di cittadini – non riesce a trovare un'occupazione mentre un numero ancora più alto svolge un lavoro per il quale è troppo qualificato. In Europa la disoccupazione giovanile finisce spesso in prima pagina, ma quali sono le storie dietro alle statistiche? Il quarto articolo di un'inchiesta in più parti, con testimonianze da Bucarest e da Londra.

Nonostante la sua lunga storia legata all'immigrazione e alla massiccia diversità che continua anche oggi, con oltre un terzo di residenti nati all'estero, la tua apparenza e il tuo nome possono impedirti di trovare un lavoro a Londra; o meglio, questo è quello che pensano molti giovani immigrati.

«Faccio fatica a trovare il mio percorso lavorativo per via del mio background», dice Abshir Ahmed, 24 anni, cittadino inglese di origini somale e per questo membro della più grande comunità etnica presente nella capitale. Si è laureato l'anno scorso in ingegneria chimica, ma non è riuscito ad entrare nel settore, e sta attualmente lavorando nella logistica. «Non è una scusa, ma ho avuto chiari esempi di persone che mi guardavano e pensavano che io non potessi far parte di questa società o del gruppo che avevano loro». E questo, aggiunge, non si tratta nemmeno di un caso isolato.

«Un sacco dei miei amici [Somali] che hanno finito l'università insieme a me hanno difficoltà a trovare un lavoro. Quando vai ai colloqui, le persone sono abbastanza riluttanti perché pensano: 'Ha un nome musulmano, potrebbe non integrarsi nel gruppo'». Si riduce tutto, secondo Abshir, a chi conosci piuttosto che a cosa conosci, ed è un qualcosa che mette la sua comunità in una posizione di svantaggio. «È tutta questione di agganci, [ma] molti dei membri della mia famiglia o della comunità non lavora».

VIDEO Abshir (24), un somalo di seconda generazione a Londra, laureato un anno fa in ingegneria chimica, ma non riesce ad entrare nell'industria. Ci spiega perché:

Faisa Abdi, 22 anni, studentessa di politica africana, concorda: «Siamo i primi ad andare all'università – dice – Tutti gli altri hanno famiglie con buone conoscenze». Kafia Omar, 25 anni, è contenta del suo lavoro in un'organizzazione per i diritti umani, ma sa che ci sono «tante persone che hanno lottato per molto tempo per trovare qualcosa, ma che hanno la sensazione che il loro background o la percezione che gli altri hanno di loro, li blocchi».

Per alcuni giovani somali, ci sono da superare anche le aspettative dei genitori. Iqraa Mohamed, 19 anni, vuole studiare politica, ma i suoi genitori non sono “contenti” all'idea: un po' perché «il Parlamento è per la maggior parte governato dai bianchi e dagli uomini della classe media»; un po' anche per via delle sue origini: «[Perché] vengo da un paese in guerra, [i miei genitori] pensano che io sia privilegiata a stare qui e a ottenere un'educazione, per cui dovrei cercare di approfittarne ed entrare in politica non è approfittarne. Inoltre lo stipendio non è poi così alto».

VIDEO  Iqraa (19), una ragazza somala di seconda generazione cresciuta a Londra, parla delle aspettative dei suoi genitori per la sua carriera lavorativa, e spiega come mai entrare in politica sembra difficile:

Faisa, anche lei di origini somale, sente la stessa pressione. «Ho studiato politica internazionale, e ogni giorno i miei genitori me lo rinfacciano!», ride. «Mi dicono: c'è ancora tempo per cambiare e prendere Medicina. Persino quando dico loro che farò un master in politica mi dicono: ‘Sei sicura di non voler diventare un'ostetrica?’ Odio il sangue!».

«Senza dubbio alcuni immigrati pensano di dover cambiare il proprio nome per ottenere un colloquio», dice Anne Stoltenberg, una project manager presso l'ONG Migrant Voice che ha sede a Londra. Persino la parola ‘immigrato’ in sé ha una connotazione negativa (in parte perché gli ufficiali dell'UE preferiscono parlare di ‘mobilità’ piuttosto che di immigrazione). Però, dice Anne, «la realtà è che in Europa c'è un primo e un secondo strato...va bene se vieni dalla Danimarca, ma non dalla Romania. In Europa non c'è una mobilità equa».

JobHunters

Non perdetevi la prossima parte di questo approfondimento realizzato da Anna Patton e Lorelei Mihala, perché nel prossimo capitolo si parlerà di come i giovani londinesi si rapportano con gli ostacoli per la ricerca di un lavoro! Leggete le prima, la seconda e la terza parte adesso.