L’onda: a scuola di nazismo

Articolo pubblicato il 26 gennaio 2009
Articolo pubblicato il 26 gennaio 2009
Il film tedesco Die Welle, (L’onda), di Dennis Gansel, descrive e mette in scena i meccanismi della formazione di una dittatura. Presentata al Torino Film Festival, la pellicola tedesca in Germania è portata nelle scuole.

Rainer Wenger (Jürgen Vogel) sta davanti ai suoi studenti. La camera filma da dietro la sua testa un gruppo di giovani vestiti di bianco, che insieme accolgono il loro professore con una ola. Non ci sono più differenze tra loro e il paragone con un’organizzazione giovanile di una qualsiasi delle dittature che conosciamo è voluto. Il film Die Welle di Dennis Gansel, ha come modello il libro dell’autore statunitense Morton Rhue basato su una storia realmente accaduta nel 1967 in una scuola di Palo Alto in California: un professore tenta un esperimento sociale: oggi è ancora possibile la dittatura?

Un professore anarchico

Dopo poche scene, nel film torna la stesa scena solo che questa volta Rainer Wenger sta davanti a una classe totalmente diversa: secchioni, punk, hippy, e fan di hip-hop sono seduti davanti a lui, in parallelo e in obliquo. Tutti diversi, uniti solo dalla comune iscrizione al corso “autocrazia” progetto settimanale del loro professore preferito, che è la personificazione dell’anti-autorità. Perché? Per cinque anni ha vissuto nelle case popolari a Kreuzberg, quartiere di Berlino, il diploma l’ha ottenuto alla scuola serale e, sulla sua cassetta della posta, un’etichetta dice “Fuck Bush”. E gli studenti? Vivono in una società in cui le parole più cercate su internet sono “Paris fucking Hilton” e in cui ognuno, sostanzialmente pensa al proprio piacere. Si chiedono contro cosa oggi possano ribellarsi e sono felici quando gli si evita qualcuna delle innumerevoli decisioni che a scuola devono prendere. Il senso di comunità è debole: durante le prove teatrali, nessuno riesce ad imparare il testo, il gioco della pallamano viene rovinato. Nonostante il totale abbandono, tutti sono d’accordo sul fatto che oggi, in Germania, non sarebbe possibile una dittatura: «su questo stiamo tranquilli».

E la domanda: può ritornare una dittatura?

Rainer Wenger allora prende quest’affermazione e ne fa un esperimento di gruppo. Il progetto prevede che ogni giorno un “elemento della dittatura”: stesso abbigliamento, stesso saluto, un nome per il movimento, una figura portante (che gli studenti hanno individuato in lui). Inizia la dinamica del gruppo: alcuni studenti vengono esclusi, quelli poco sicuri di sé prendono coraggio dal gruppo, “Potere attraverso disciplina”, “Potere attraverso comunità” e “Potere attraverso gli affari” sono le tre frasi su cui tutti sono d’accordo. Gli studenti sono felici che le loro vite abbiano un senso, cosa che va a coprire i problemi personali. Solo Caro si ribella.

Il film resta vicino ai giovani e alla subcultura giovanile: il logo della Welle viene spruzzato in tutta la città, c’è un party della Welle durante la quale si ascolta musica hip-hop e si fuma, si spaccia e si beve. Attraverso una successione di montaggi e alcune scene girate con la macchina a spalla, si ha l’impressione di trovarsi in un video hippy di Mtv. Queste scene mostrano che, se tutti si lasciano soggiogare dalla Welle, mantengono un carattere anarchico, e non autoritario. Per questo, alla fine, la conclusione di Reiner Wenger – propone la Welle come una contro-corrente alla globalizzazione che «fa i ricchi sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri» – suona un po’ falso. E così vediamo applaudire calorosamente Marco, diventato un traditore sotto l’influenza di Caro: solo a questo punto l’esperimento si blocca, quando l’autorità della Welle, è già diventata parte integrante della personalità di alcuni studenti. Va veloce.