Lo spirito di Cannes in 7 film

Articolo pubblicato il 24 maggio 2017
Articolo pubblicato il 24 maggio 2017

Se il festival di Cannes è sinonimo di tappeto rosso, abiti corti e perline, i suoi film abituali sarebbero sinistri e a volte molto sanguinosi, presentando un cinema che oscilla tra genio artistico e seghe mentali. Piccola selezione personale, ma senza Michael Haneke.

All'indomani del discorso di apertura dei 70 anni del festival di Cannes si è commentato tanto il vestito di Monica Bellucci invece che chiedersi che cosa abbia voluto dire veramente. Avvolta nelle pieghe del suo abito blu notte, l'attrice italiana ha reso omaggio a uno dei più grandi eventi del cinema mondiale, snocciolando parabole e battute criptiche. Mélange saporita di un luogo che rivendica allo stesso tempo il glamour dei people e la profondità di campo di una settima arte molto particolare.

Come descrivere un festival che si situa tra la realtà sociale e allo stesso tempo un tappeto rosso? Tra Pedro Almodóvar e allo stesso tempo Emily Ratajkowski ? Tra paia di tette e allo stesso tempo la mise en abyme? Non è facile. Eppure, dopo una quindicina di tentennamenti, ecco che il festival di Cannes consegna alla storia del cinema ancora una volta lo stesso identico regalo: film particolari che alcuni considerano geniali, altri insopportabili. E se esistesse un algoritmo per creare il film perfetto di Cannes la cui parola d'ordine fosse #autore #sociale #lungo #sinistro? Per il meglio o per il peggio, la redazione vi presenta dei film che non hanno mai vinto la palma d'oro ma che ciononostante rappresentano molto bene lo spirito del festival di Cannes. 

The Lobster di Yorgos Lanthimos (2015)

Un gruppo di attori – John C. Reilly, Colin Farrell, Rachel Weisz e Léa Seydoux – un regista greco, uno scenario distopico. Queste sono le basi. Ma la caratteristica più cannois di The Lobster è la sua trama completamente folle, che parla della solitudine di un uomo moderno condannato a essere reincarnato in un animale se non riesce a ritrovare l'amore entro 45 giorni. E poi, ad ogni modo, è già tutto nel titolo. Scopriamo così che un uomo giunge alla conclusione che passare il resto della propria vita nel corpo di un gambero non è poi così male. 

Mustang di Deniz Gamze Ergüven (2015)

Fa caldo fuori, dentro si soffoca e le ragazze sono stravaccate per terra. Quasi come in Virgin Suicides, Mustang riprende cinque sorelle orfane che vivono in un villaggio sperduto nel nord della Turchia. Dopo le lezioni, passano i loro pomeriggi in spiaggia e si divertono a fare dei chicken flights sulle spalle dei ragazzi. La leggerezza lascerà però presto spazio al messaggio che la regista Deniz Gamze Ergüyen vuole trasmettere sulla libertà, la sessualità e l'emancipazione. L'algoritmo del festival comincia ad inserirsi lentamente nelle immagini di questa generazione di ragazze, che si dibattono tra la ribellione della gioventù e l'universo conservatore di cui fanno parte. Ogni scena è un quadro di Botticelli dove ogni sorella posa come una Venere apatica. So Cannes. 

La Vénus à la Fourrure di Roman Polanski (2013)

Concentrazione concentrica su un gioco di specchi, libertini borghesi, mise en abyme... Tutto lo zucchero di Cannes contenuto nelle piume della Venere in Pelliccia. Diluitelo nella coppia francese Emmanuelle Seigner/Mathieu Amalric e otterrete la formula perfetta della palma d'oro. Incluso ufficialmente nella competizione di Cannes del 2013, il film perderà all'ultimo scontro con La Vie d’Adèle di Abdellatif Kéchiche. Ma che importa, Roman Polanski si rifarà al premio César ottenendo il premio di miglior regista e il suo film resterà come un film nel film, un adattamento di una pièce teatrale nell'adattamento di un romanzo, un certo sguardo nello sguardo, un'istituzione nell'istituzione.

45 anni di Andrew Haigh (2016)

A bruciapelo, 45 anni avrebbe potuto essere un film sulla famosa mid-life crisis degli anni 2010, dove dei quarantenni in piena crisi adolescenziale decidono di regalarsi un ultimo giro di sesso, drammi e avventure. Invece no. 45 anni è l'anniversario di matrimonio di una coppia britannica che lascia lentamente passare il tempo nel cottage di città portuaria. I protagonisti (Charlotte Rampling e Tom Courteney) si avvicinano agli 80 anni e portano a spasso il cane Max pensando che, forse, hanno dimenticato il forno acceso. Finché improvvisamente Geoff (Courteney) scopre grazie a una lettera che le autorità svizzere hanno ritrovato il corpo di una sua vecchia fidanzata, intrappolata nel ghiaccio. Geoff partirà alla sua ricerca? Farà le valigie per scoprire tutto? Si arrampicherà sulle vette per sapere la verità? No. Resterà a badare all'orto, lasciando Kate (Rampling) a liberare la mansarda dei vecchi ricordi. Cannes I Kick It?

Les Herbes Folles di Alain Resnais (2008)

Un film di Alain Resnais.

La piel que habito di Pedro Almodóvar (2011)

Il film aveva tutti gli ingredienti per trionfare sulla Croisette. Sesso esoterico, una cabala, Pedro Almodóvar e la solitudine. Tanta solitudine. Nonostante i numerosi sviluppi dello scenario, le due ore di film passano al ritmo di Jean-Louis Trintignant (cf Amour), tra rumore e silenzio. In gara per la Palma d'Oro del 2011, La piel que habito non ha vinto. Ma Pedro Almodóvar è presidente della giuria quest'anno, ed è pronto a vendicarsi. Scorrerà sangue.

 

Mia Madre di Nani Moretti (2015)

Una regista un po' nevrotica cerca di filmare la vita di operai la cui fabbrica sta per chiudere. Nel frattempo, sua madre è in fin di vita in ospedale. E allo stesso tempo, l'attore che ha ingaggiato per fare il primo ruolo del padrone è un gran coglione. In più, lei ha appena divorziato ed è preoccupata per sua figlia adolescente che vuole lasciare la scuola. Fortunatamente c'è suo fratello ma la sua calma, i suoi maglioncini con le camicie a quadretti e il fatto che sia interpretato da Nanni Moretti la mandano ai matti. Insomma, Mia Madre è un film sulla loose. Ma è una loose borghese che si ubriaca di Romanée-Conti perché si è una donna divisa tra l'ossessione del cinema e il dovere imperioso di essere madre. Tristezza contemporanea, vertigini esistenziali, ricco abbandono: tutto un festival.

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