Lo show parigino di Gheddafi

Articolo pubblicato il 30 dicembre 2007
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Articolo pubblicato il 30 dicembre 2007
10/12/2007, Aeroporto di Orly – Occhiali scuri, capelli impomatati, una sagoma spunta fuori dal jet privato appena atterrato. Dietro il balletto delle sue guardie del corpo, si scorge appena l’uomo che si infila dentro una lunga limousine bianca.
Viso senza età, gonfiato dal botox, capelli corvini,       non si tratta tuttavia di un vecchio cantante stanco, ma di Mouammar Gheddafi, la Guida della Rivoluzione Libica, in visita ufficiale a Parigi.

Gheddafi sfrutta la tempesta politico-mediatica

Ancor prima di aver piantato la sua tenda nei giardini di palazzo Marigny, il colonnello Gheddafi fa già soffiare un vento di panico dentro il governo francese.

Le clamorose dichiarazioni del giovane segretario di Stato per i diritti umani, Rama Yade, che ha accolto il suo arrivo dichiarando alla stampa che la Francia non è “uno zerbino sul quale un leader, terrorista o meno, può venire a pulirsi i piedi del sangue dei suoi crimini”, o quelle del Ministro degli esteri Bernard Kouchner, che ha salutato la “fortunata coincidenza” che lo ha trattenuto a Bruxelles la sera del ricevimento di benvenuto della Guida, alimentano la polemica e trascendono la spaccatura destra/sinistra della scena politica francese. Una polemica che rispecchia abbastanza bene il sentimento di disagio dei francesi (l’80% della popolazione dichiara di condividere l’opinione di Rama Yade) dinnanzi a un tale dispiego di fasti e onori repubblicani per un leader che, fino a ieri, era il nemico pubblico n. 1.

A Parigi Gheddafi terrorizza il capo del protocollo dell’Eliseo con 1001 capricci, accusa la Francia di maltrattare gli immigrati davanti a una platea dell’UNESCO sbalordita, e nega di aver avuto la benché minima conversazione con Nicolas Sarkozy a proposito di diritti umani, sottintendendo che il Presidente avrebbe mentito. Al contrario delle carceri libiche, l’incoerenza e il ridicolo non uccidono. E’ ospite della Francia e ha intenzione di godersi con comodo il suo soggiorno: bateau mouche, visita al Louvre e alla Galleria degli Specchi a Versailles. Il governo sembra contare i giorni che mancano alla sua partenza.

Dalla realpolitik della Francia…

Bisognava ricevere il Colonnello Gheddafi? Questa visita strappata durante i negoziati per la liberazione delle infermiere bulgare la scorsa estate suscita mille indignazioni nel “paese dei diritti umani”. La storia del dittatore pentito e assolto dai suoi pari è tuttavia un ritornello classico. Il Presidente Mitterrand, che aveva incontrato Gheddafi a Creta nel 1984, diceva: “Se ricevessimo solo i democratici e le persone che ci piacciono, saremmo molto soli”.

L’idea della mano tesa a colui che “imbocca alla fine la strada della democrazia”, fortemente difesa da Sarkozy, è lodevole. Michel Charasse, ex consigliere di François Mitterrand ha anch’egli difeso l’atteggiamento del Presidente Sarkozy, dichiarando che “ciò che conta in politica estera sono i piccoli passi verso la libertà”.

La Francia avrebbe dunque più difficoltà degli altri paesi ad accettare le regole del gioco diplomatico? La visita di Gheddafi in Spagna, questa settimana, non ha suscitato nessuna ondata di proteste. Perché la pillola sembra così amara per i francesi?

Innanzitutto perché è difficile credere alla veridicità dello slancio democratico avviato dalla Guida in un paese dove non esistono partiti politici, elezioni, e dove le violenze contro gli immigrati (la Libia non ha firmato la convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati) sono denunciate da anni da Human Rights Watch o Amnesty International. Gli ci vorrà ben più che gli assegni alle vittime degli attentati del DC10 e di Lockerbie per risultare credibile.

Inoltre, le reazioni francesi sono sintomatiche di un riflesso auto difensivo di fronte all’importante  svolta fatta da N. Sarkozy per la conduzione di una politica estera pragmatica dove i risultati (la liberazione delle infermiere bulgare, i miliardi di euro di contratti commerciali firmati, la costruzione di un’Unione Mediterranea, etc.) contano molto più dei mezzi utilizzati. Il concetto non è nuovo, ma la realpolitik di Nicolas Sarkozy è così semplicistica da essere imbarazzante. D’accordo ricevere Gheddafi, ma probabilmente ci saremmo potuti risparmiare il tappeto rosso. Fra tendere una mano e ricevere un dittatore come fosse un amico con tutti gli onori della Repubblica c’è una differenza tutt’altro che simbolica.

…a quella della Libia!

Ad un’analisi più accurata, ciò che il soggiorno europeo di Gheddafi ha permesso di mettere in luce è la volontà della Guida libica di avvicinarsi alle democrazie occidentali, senza tuttavia aver l’aria di volersi a queste sottomettere. Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, Gheddafi ha capito che il primo pericolo che deve affrontare sul suo territorio è l’avanzata dell’estremismo islamista. Ha optato per un reale cambiamento di strategia, iniziando a collaborare alla lotta contro il terrorismo e abbandonando il suo programma sulle armi di distruzioni di massa.

Buoni propositi che non potrebbero però fare a meno di riscontri tangibili. I mesi a venire saranno decisivi per stabilire se la Francia ha avuto ragione – secondo la formula di B. Kouchner – ad accettare la “scommessa” dell’evoluzione positiva del regime libico.

Se no i francesi dovranno vivere a lungo con l’amaro in bocca.

Laura Sevenier

Traduzione : Laura Bortoluzzi