Lo "sfardo" di Alessio Bondì, tra folk e british

Articolo pubblicato il 31 maggio 2015
Articolo pubblicato il 31 maggio 2015

La nostra seconda puntata musicale è dedicata ad Alessio Bondì, volto giovane della scena palermitana, di cui è da pochissimo uscito l'album di debutto: Sfardo. Nota particolare: tutti i brani sono scritti nel dialetto della sua città d'origine, Palermo. 

«Dopo l'uscita del disco non l'ho ascoltato finché non sono tornato a Roma, città dove vivo da qualche anno. L'ho ascoltato per caso, con un mio amico, nell'assoluto relax di un dopo pranzo. L'ho messo su e siamo rimasti in un silenzio tombale. In quel momento mi sono emozionato tantissimo: dopo aver lavorato mesi mesi e mesi alla registrazione, è stato un momento di realizzazione personale, una sorta di “primo figlio”, il risultato di anni e anni di lavoro, in cui ho messo tutto me stesso, cuore, testa...».

A parlare è Alessio Bondì, volto giovane della scena musicale siciliana, palermitano d'origine ma romano d'adozione, cantautore girovago e musicista atipico: ha solo 26 anni, ha vinto il premio De André nel 2013 e ha già una lunga sfilza di performance live in Italia e all'estero (Parigi, Berlino, Barcellona).

Il disco si chiama Sfardo - “strappo” in palermitano – ed è uscito poco meno di un mese fa, prodotto dalla Malintenti dischi e registrato negli 800A Records Studios, a Palermo.

Per comporre i testi delle sue melodie Alessio Bondì ha scelto il suo dialetto d'origine: il palermitano. Così succede che quando suona in altre parti d'Italia che non siano la Sicilia, molti facciano fatica a capire di che lingua si tratti. «Mi è capitato anche che a Roma mi chiedessero: “Ma canti in portoghese?”» - ride.

Però per Alessio la scelta del dialetto è stata quasi una scelta obbligata: «Da tempo – racconta - mi stavo interrogando su quanto l'italiano nella mia musica, non nella musica in generale, funzionasse, su quanto io potessi essere sincero cantando in italiano. Cantare in palermitano risponde come a una ricerca di autenticità e di “unicità”: un cantautore deve scrivere le cose che più gli appartengono, qualcosa che non hanno raccontato altri perché si tratta del proprio vissuto personale».

«Il confine tra sanità e follia è molto molto labile»

 

E quello cantato da Alessio Bondì è un mondo personalissimo, fatto di amori finiti male che “sfardano” ("strappano", appunto) l'anima e di ricordi infantili, di sogni e di richiami nostalgici a una terra che si è lasciata andare. Un mondo che però diventa collettivo nel momento in cui entra in collisione con quello dell'ascoltatore, tanto che, durante i live, «si crea come una “mente comune” col pubblico. Io sono convinto – spiega Alessio - che se dici qualcosa sinceramente non puoi non essere compreso perché nel nostro intimo siamo tutti uguali, anche negli aspetti più “malati”. Abbiamo tutti le nostre manie, le nostre superstizioni, le nostre perversioni. Cose che sembrano gigantesche e “anormali” quando sono dentro di te, ma nel momento in cui le condividi capisci che non sono tutto sto granché: in ognuno di noi il confine tra sanità e follia è molto molto labile».

I brani di Sfardo sono dieci melodie ibride e ispirate, tra folk e panorama più british, tra Rosa Balestrieri e Jeff Buckley. Ma le influenze sono molteplici: dal soul al jazz più “zingaro” di Angelo Debarre e Django Reinhardt. «Debarre ho avuto anche l'occasione di incontrarlo l'anno scorso, in uno di questi seminari intensivi chiamati “clinic” che praticamente non ti insegnano niente ma sono delle occasioni per conoscere gli artisti che ascolti da tutta una vita».

E così, brano dopo brano, la musica di Alessio Bondì arriva dritta all'anima. Da Sfardo, che oltre a dare il titolo all'album è anche la prima canzone ad essere stata scritta, a Rimmillu ru voti, struggente canzone di redenzione - chitarra, voce e armonica - in cui l'autore chiede sommessamente di essere rassicurato (“dimmi cà un mi po' succedere nenti, rimmillu ru' voti”: dimmi che non potrà succedermi niente, dimmelo due volte). Fino ai brani dalle sonorità più movimentate ma anche più strettamente legati a Palermo: da Wild Rosalia, personale inno a una donna che ha lo stesso nome della santa protettrice della sua città d'origine, a Vucciria, cronaca di un “aggaddo” - cioè di una una rissa - in un quartiere popolare, mercato di giorno e ritrovo mondano di notte.

Bisogna rimparare a giocare e rispolverare la propria parte infantile  

Di cu si, singolo di debutto, memoir di quando era “nico” (bambino), e Granni granni sono invece dedicate all'infanzia, anche se la dimensione ingenua di chi sa ancora stupirsi delle cose del mondo permea l'intero album: «Si tratta di una parte importantissima della propria vita. L'ho sollecitata parecchio da quando mi sono trasferito a Roma perché ho iniziato a fare teatro, e per fare teatro una delle cose fondamentali che si deve ricordare è la dimensione del “gioco”. Per me recitare è giocare, fingere di essere qualcun altro credendoci veramente in modo da farlo credere anche agli altri. Bisogna rimparare a giocare e rispolverare la propria parte infantile».

Sì, perché Alessio Bondì è anche un attore. Il 4 giugno uscirà Fuori dal coro, il film in cui ha fatto, ci tiene a sottolinearlo, «soltanto una particina». Ma come vede il suo futuro? «Questo non lo so. In realtà mi sono abbastanza allontanato dal mondo della recitazione. Con la musica è venuto tutto più naturale. Diciamo che, nella frustrazione generale che comporta oggi essere artista, preferisco scommettere sulla musica piuttosto che sul teatro».