L’italiano escluso dal brevetto comunitario?

Articolo pubblicato il 15 settembre 2010
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Articolo pubblicato il 15 settembre 2010
Cari Amici L’Unione Europea (UE) sta cercando di creare un proprio sistema unificato di riconoscimento e registrazione dei brevetti: una procedura unica gioverebbe anche alla protezione delle invenzioni e alla risoluzione delle controversie.
Nel dicembre del 2009, i ministri dei 27 Paesi, convenuti a Bruxelles, decisero di limitare il numero delle lingue di registrazione dei brevetti a [cinque: francese, inglese, italiano, spagnolo e tedesco. Si tratta del regime linguistico già adottato dall’Ufficio comunitario per l'Armonizzazione nel Mercato Interno (a proposito di Marchi, Disegni e Modelli) con sede ad Alicante (Spagna), che rappresenta l’agenzia comunitaria preposta alla protezione dei diritti di proprietà industriale che non siano i brevetti.

È notizia del 1 luglio 2010, invece, che il Commissario per il Mercato interno e i servizi, il francese Michel Barnier, ha sconfessato l’accordo di dicembre sostenendo che è necessario ridurre a tre le lingue nelle quali sarà ammesso presentare le domande di deposito dei brevetti: francese, inglese, tedesco. L’argomento è il solito, già adottato per limitare a queste tre lingue le procedure per gli appalti e i concorsi dell’UE: bisogna ridurre ulteriormente le spese per le traduzioni.

Si tratta tuttavia di un argomento criticabile, perché i costi di traduzione in sé non sono necessariamente “troppo alti”. Tutto dipende dai relativi benefici e dal contesto analizzato. Scegliere un regime linguistico a cinque lingue per il sistema comunitario dei brevetti, come stabilito nel dicembre 2009, sembra riflettere con maggiore fedeltà il peso effettivo delle economie più importanti dell’Unione europea. Secondo i dati pubblicati da Eurostat, nel 2007 le economie di Germania, Francia, Italia, Regno Unito e Spagna rappresentavano il 73% del Prodotto interno lordo (PIL) dell’Unione. La percentuale cresce al 78% se teniamo conto dell’Austria, dell’Irlanda e del Belgio francofono.

Va notato che privilegiare solo l’inglese come lingua procedurale non sembra essere una soluzione appropriata al contesto comunitario (è la soluzione di ripiega caldeggiata da Dipartimento delle politiche comunitarie e da Confindustria). L’inclusione del tedesco, del francese, dell’italiano e dello spagnolo, infatti, collima con gli interessi delle imprese dei paesi che rappresentano il 60% del PIL della UE, e addirittura l’82% del PIL dell’intera area Euro. Si noti che le economie di Spagna e Italia da sole pesano per il 21% del PIL della UE e per quasi il 30% di quello dell’area Euro. Ciò rende manifesta l’importanza di affiancare lo spagnolo e l’italiano al francese, inglese e tedesco come lingue dei brevetti, in netto contrasto con la proposta Barnier.

Il regime trilingue proposto da Barnier, inoltre, avrebbe dei risvolti paradossali: ottenere un brevetto comunitario diventerebbe infatti più oneroso per un’impresa italiana che per un’impresa statunitense o canadese che si affacci sul mercato europeo.

Non è, insomma, una questione da poco conto per le industrie e i centri di ricerca italiani, che vedrebbero ostacolata la propria competitività rispetto a quella dei maggiori concorrenti stranieri. Poiché per un accordo sulle lingue vi deve essere l’unanimità dei consensi degli stati membri, la partita non è ancora chiusa. Il governo italiano e quello spagnolo hanno quindi gli strumenti per opporsi, se lo vogliono, ad una politica linguistica che, per come è stata presentata, danneggerebbe la competitività delle imprese italiane e spagnole rispetto a quelle dei paesi francofoni, anglofoni e germanofoni.

A scanso di equivoci, resta inteso che, quale che sia la soluzione adottata, è auspicabile che vengano messe in atto delle opportune misure di compensazione per contribuire ai costi di traduzione dei brevetti dalle altre lingue comunitarie a quelle che si sono volute proclamare procedurali. Il finanziamento di un eventuale “fondo comunitario per la traduzione dei brevetti” potrebbe provenire in parte del risparmio sui costi aggregati di traduzione ottenuto grazie alla semplificazione del regime linguistico, e in parte da contributi diretti versati dai paesi di lingua francese, inglese, italiana, spagnola e tedesca.