L'Italia e i migranti: il dilemma delle caserme

Articolo pubblicato il 05 luglio 2016

L'Italia ha portato sul tavolo europeo la proposta Migration Compact per affrontare la questione migranti. Proposta accolta favorevolmente dal presidente Juncker, ma non altrettanto dalla cancelliera tedesca Merkel. Nel frattempo che a Bruxelles decidono il da farsi, l'Italia non potrebbe organizzarsi in proprio? 

C'è poco da dire in merito: la questione migranti, opportunamente manipolata e strumentalizzata, è stata una delle motivazioni che ha convinto i britannici a votare per il Leave. Ma è anche il fattore intorno al quale l’Unione europea può trovare nuova coesione e slancio. In contemporanea al referendum britannico sono infatti ricominciati gli sbarchi in Italia, con oltre 5.000 migranti arrivati sulle coste siciliane in pochi giorni. L’Italia nei mesi passati ha portato sul tavolo europeo una proposta per la gestione della questione, denominata Migration Compact, che prevederebbe sostanzialmente la cooperazione alla frontiera tra i paesi membri e finanziamenti per i paesi di partenza dei flussi migratori, attraverso lo strumento di obbligazioni finanziarie euro-africane. Accolta positivamente dal presidente della Commissione europea Juncker tale proposta non sembra aver suscitato gli entusiasmi tedeschi, ed oggi sembra essere uscita dal dibattito politico europeo e non più all’ordine del giorno. Tutto finito? Forse no. Esiste un'altra possibilità, forse troppo frettolosamente messa da parte, avanzata al governo italiano dal programma di inchieste giornalistiche Report lo scorso 8 maggio, nella puntata intitolata "La via di uscita": e se per ospitare queste persone utilizzassimo le caserme dismesse?

Il problema

Utilizzando le parole di Milena Gabanelli, giornalista conduttrice del programma, l’Europa deve affrontare «il più grande spostamento di popoli dal dopoguerra, una migrazione in parte causata anche dalle guerre dell’Occidente. Nonostante i summit su come affrontare il fenomeno si susseguano incessantemente, i paesi europei continuano a scaricare sui propri vicini il problema. In fondo a questa catena c’è l’Italia». L’inchiesta dei giornalisti Di Pasquale, Valesini e Marrucci vuole trasformare questa emergenza in opportunità per l’Italia, l’Europa e i migranti.

Inquadriamo il problema: la Siria è dal 2011 sconvolta da una guerra civile contro il governo Assad. Questo, insieme alle persecuzioni dello Stato Islamico e ai bombardamenti russi, americani e francesi, ha fatto sì che 4,8 milioni di siriani su 22 milioni di popolazione totale decidessero di fuggire dall'inferno della guerra. Ben 2,5 milioni si sono spostati in Turchia, e almeno in 500.000 hanno in qualche modo raggiunto Serbia, Germania e Svezia. In Iraq (una popolazione totale di 35 milioni di abitanti) le scorribande dell’Isis hanno messo in fuga 3,5 milioni di persone, ed oltre 150.000 di essi hanno fatto richiesta di asilo in Europa. Dall’Afghanistan arrivano invece circa 2,6 milioni di rifugiati, e sono 274.000 i richiedenti asilo fino a questo momento. Più i circa 73.000 provenienti dal Pakistan. E tutto ciò accade lungo la cosiddetta "rotta balcanica", il percorso finora privilegiato per raggiungere i paesi del Nord Europa. 

Il primo paese a mettere in pratica l'idea di una barriera fisica è stata la Bulgaria, che nel 2015 ha provveduto ad erigere un muro lungo 100 km sul confine turco, seguita a ruota dall'Ungheria sul confine serbo, e poi da quelli tra Slovenia e Croazia e tra Macedonia e Grecia. La rotta balcanica è stata così blindata. Secondo il governo greco sarebbero 54.000 i migranti bloccati nel paese in questo momento.

L’accordo "di principio" siglato tra Bruxelles ed Ankara lo scorso marzo prevede che il governo di Atene possa rimandare in Turchia tutti quei migranti non idonei a richiedere l'asilo politico. La verità però è che la Turchia gestisce l'emergenza siriana da circa cinque anni, e senza aiuti dall'esterno. Forte di ciò ha potuto porre all'Europa condizioni ben precise: 6 miliardi di euro in aiuti, riapertura dei negoziati per l'ingresso del paese nell'UE e viaggio senza visti per i cittadini turchi in area Schengen. Condizione quest'ultima non particolarmente auspicabile, soprattutto alla luce dell'emergenza terrorismo in corso nel paese da un anno a questa parte: aprendo i confini ai cittadini di passaporto turco si potrebbe rischiare di scoperchiare verso l'Europa un gigantesco vaso di Pandora di cui decisamente non se ne sente il bisogno.

Oltre a questi flussi, che potrebbero facilmente prendere la via del Mediterraneo ora che quella balcanica è di fatto chiusa, vi è anche da considerare un numero compreso tra le 150 e le 250.000 persone (secondo l'inchiesta di Report) pronte a prendere il mare per arrivare in Italia attraverso il Canale di Sicilia. Frontiera questa evidentemente non recintabile.

Se inoltre si considerano i controlli più stringenti messi in atto al Brennero dalle autorità austriache, ecco che quello dell'immigrazione in Europa appare sempre più un problema prettamente italiano che europeo, paese con la "sfortuna" di non avere un confine fisico facilmente controllabile. Italia che peraltro annualmente gestisce (male) circa 111.000 migranti al modico costo di 1 miliardo di euro attraverso cooperative che, solitamente, non vincono alcun appalto, ma si vedono affidare direttamente tali gestioni dalle varie questure, con casi di dubbia incensurabilità degli amministratori e mala gestione dei centri stessi.

La proposta

In cosa consiste la proposta del programma televisivo? Semplice. L'Europa non ci aiuta? Facciamolo da noi. In mancanza di concrete alternative la soluzione, magari momentanea, non può essere altra se non la gestione, pubblica e "in proprio", della questione migranti da parte dell'Italia. Si può di fatto intervenire con progetti conservativi, intrinsecamente rapidi dal punto di vista procedurale, comprendenti la ristrutturazione delle centinaia di caserme militari dismesse sparse sul territorio italiano. Ed alcune di queste sono praticamente nuove, essendo state chiuse da non più di 2 anni. Si tratterebbe di strutture perfette per fornire a queste persone istruzione, professionalità artigianali, corsi di lingua, nonchè quant'altro possa essere utile per favorire una loro integrazione nella societ. Ed avrebbe anche un effetto di "rassicurazione" sulla popolazione civile, andando ad intaccare il numero di immigrati senza dimora che vivono in stazioni e sottopassi. Senza contare l'inevitabile indotto che tutto ciò andrebbe a creare: traduttori, insegnanti, operatori culturali, cuochi ed assistenti sanitari che andrebbero ad essere professionalmente impiegati in questi centri. E questo patrimonio immobiliare di proprietà dello Stato attualmente dismesso tornerebbe a vedere la propria utilità, vedendosi notevolmente rivalutato. E non è tutto: dopo 6 mesi il richiedente asilo uscirebbe dal centro con uno status qualificato e un curriculum professionale verificato, andando ad integrare (già formato) la manodopera di altri paesi europei.

Costi? Secondo Report, accogliendo 200.000 persone all’anno ci vorrebbero circa 2 miliardi di euro per dare agibilità alle caserme, 750.000 euro per il personale, 1,4 miliardi per vitto e spese varie: molto meno dei 6 miliardi promessi dall'Unione al governo turco. La risposta del Presidente del Consiglio Renzi a tutto ciò è stata una battuta: «Se la proposta serve a strappare soldi alla Merkel noi siamo favorevoli». Un'apertura, seppur ironica, a cui non è però seguito un vero dibattito sulla questione. In seguito all'uscita del Regno Unito dall'UE sono in molti, e da più parti, a chiedere un cambio di passo da parte dell'Europa: iniziare dalla questione migranti e dall'analizzare seriamente questa proposta non sarebbe una mossa sbagliata. Quel che è sicuro è che invocare l'emergenza e barricarsi in casa, scaricando sui paesi vicini il problema, è una non soluzione. Ed una vera soluzione va trovata discretamente in fretta, prima che l'incertezza sul futuro e sull'utilità dell'Europa coinvolga anche l'elettorato di paesi diversi dall'Regno di Sua Maestà: l'Europa a 27 rischierebbe di perdere ulteriori pezzi, con conseguenze imprevedibili. O prevedibilissime, dipende dai punti di vista.

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Pubblicato dalla redazione locale di cafébabel Palermo.