L'Italia del rugby: ovale mascherato o diamante grezzo?

Articolo pubblicato il 06 marzo 2013
Articolo pubblicato il 06 marzo 2013
3 febbraio 2013. La formazione francese s’inchina un’altra volta all’Italia, due anni dopo la prima sconfitta con i vicini transalpini e anni di invincibilità. Questa nuova prestigiosa vittoria, che affossa completamente il morale dei giocatori d'Oltralpe, suscita l’entusiasmo del mondo del rugby nazionale, e non.
La squadra italiana avrebbe finalmente capitalizzato gli anni di apprendistato agli alti livelli europei? Tuttavia, le ultime due sconfitte contro Scozia e Galles sembrano abbassare le aspettative. Quindi, semplice impresa o vera evoluzione?

L’Europa che conosceva l’Italia del calcio fa gradualmente conoscenza con la sua squadra di rugby. Entrata nel Torneo delle 5 nazioni nel 2000 con l’intento di avviare uno sport ancora poco praticato nello stivale, la Squadra Azzurra è stata oggetto di scherno durante i primi anni della sua partecipazione, essendo di livello inferiore, tanto sul piano tecnico che su quello tattico, a differenza delle squadre di calcio nazionali che brillavano sulla scena europea e internazionale. Completamente soffocato dai successi calcistici, il progetto di emancipazione del rugby sembrava quindi destinato al fallimento. Tuttavia la federazione italiana di rugby, consapevole che la costruzione del successo richiede tempi lunghi, non ha rinunciato alle sue ambizioni.

Varcare il Rubicone

Secondo la politica dei “piccoli passi”, l’Italia del rugby, come l’UE, si costruisce progressivamente ed evolve

Tutto ha inizio a metà degli anni ’90. Con la sua professionalizzazione, il mondo della palla ovale si avvia verso l’ampliamento delle quote di giocatori stranieri nei suoi club. Il rugby italiano assiste alla partenza della prima generazione di giocatori, che lasciano l’Italia e si trasferiscono in importanti club europei, impazienti e curiosi di incoraggiare lo sviluppo di questi atleti atipici, e soprattutto poco costosi. È l’epoca di Diego Dominguez, Alessandro Troncon e dei fratelli Bergamasco (Mauro e Mirco), punte di diamante dei primi eroi partiti alla scoperta dell'alto livello del rugby, con una grande capacità di adattamento. Diego Dominguez diventa il metronomo-artigliere di uno Stade Français (uno dei club della capitale francese, ndr) in piena espansione.

Incoraggiati da questi risultati, molti italiani partono per tentare la fortuna nei campionati francese e britannico, con una buona percentuale di successo. L’Italia ovale conta oggi le sue stelle: Sergio “Massey-Ferguson” Parisse, penetratore di difese, placcatore inveterato e capitano della squadra. Certamente uno dei migliori nel suo ruolo in Europa. Che dire di Martin Castrogiovanni, cric umano e pilone di professione, eletto migliore giocatore del campionato inglese nel 2007, nel paese dove il motto nazionale è “no scrum, no win”

La scienza tattica e l’impostazione fisica di cui godono questi giocatori costituiscono un elemento fondamentale per i 15. Rappresentano il perno sul quale si appoggia la squadra per evolvere nel tempo e che si prende carico dell’inserimento dei giocatori italiani più giovani o di quelli che mancano di punti di riferimento.

L’Italia s’è desta

Paradossalmente, a livello internazionale, i risultati non corrispondono direttamente alla curva esponenziale dei talenti che la costituiscono, a causa dello scarto di livello tra i giocatori. Tuttavia, secondo il principio del metodo Monnet-Scuman dei “piccoli passi”, l’Italia del rugby, come l’Unione europea, si costruisce progressivamente ed evolve. Malgrado una evidente mancanza di regolarità, le prime vittorie sulla Scozia durante il Torneo 6 nazioni sono più che incoraggianti, al punto che il rugby italiano e la sua ambizione cominciano ad incuriosire a livello internazionale. La Federazione italiana riesce ad attirare l’attenzione di selezionatori che hanno lavorato a livello internazionale e nei grandi campionati, in particolare quelli francesi, dove si formano la maggioranza dei giocatori italiani all’estero.

Nick Mallet (campione di Francia due volte con lo Stade Français), Pierre Berbizier (selezionatore della squadra francese dal 1991 al 1995) o Jacques Brunel (campione di Francia con Perpignan ed ex vice allenatore della squadra francese), ultimo selezionatore in ordine di tempo, apportano la loro scienza tattica al diamante grezzo italiano. Questa ricerca di coerenza tecnica tende a creare omogeneità nel livello nella squadra e stabilità nel gruppo. L’Italia è d’altronde la squadra meno costosa del Torneo 2013. Esperienza e determinazione costituiscono oggi i principali punti di forza del rugby nazionale.

Rimane il fatto che manca ancora la costanza, visto che una settimana dopo la sua vittoria con la Francia, il gruppo dei 15 italiano ha perso con la Scozia, ripartendo con 30 punti in tasca e a bocca asciutta (l’Italia ha perso anche a Roma contro il Galles, ndr). In fin dei conti, un po’ come la Francia che, sicura del fatto suo dopo la sua ultima tournée d’autunno, oggi sembra vagare sul terreno alla ricerca della coesione perduta. Capace di realizzare puntualmente delle partite del tutto riuscite, la squadra italiana deve ancora mandar giù i resti del suo passato non così lontano, spesso punteggiato di “cucchiai di legno”. Ma pazienza, Roma non è stata costruita in un giorno.

Foto: copertina e testo © pagina Facebook ufficiale della Federazione italiana di rugby; Mirco Bergamasco © pagina Facebook ufficiale dell'atleta ; Video (cc) adidasrugbytv/YouTube