L'Italia compie 150 anni: alzi la mano chi vuole festeggiare!

Articolo pubblicato il 15 marzo 2011
Articolo pubblicato il 15 marzo 2011

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Da 150 anni, l’Italia è una nazione. Nonostante ciò i festeggiamenti per l’Unità non sono accolti all’unanimità. Il paese vive una crisi di umore che stride con l'allegria italiana. I leader sono gli stessi da quindici anni, un partito che non si riconosce nella patria conquista consensi sempre più grandi, il regionalismo divora lo spirito nazionale.
Il 17 marzo sarà festa nazionale: ma gli italiani non erano d'accordo neppure su questo.

Il 17 marzo 1861, Vittorio Emanuele II venne proclamato re d’Italia. Oggi, 150 anni dopo, la questione di festeggiare o meno l’Unità d’Italia suscita animati dibattiti. Risale al mese scorso la decisione del governo italiano di trasformare il 17 marzo in un giorno festivo. I ministri della Lega Nord hanno votato contro. Avrebbe sorpreso una scelta diversa dal momento che questo partito politico ha come obiettivo finale rendere il nord d’Italia, la terra che chiamano Padania, indipendente dal resto del Paese. Da parte sua, Emma Marcegaglia, la presidente di Confindustria, aveva detto che data la situazione economica del paese gli italiani non potevano permettersi di lavorare un giorno in meno.

Si riconoscono il ministro dell'Interno Maroni, poi Calderoli, il leader Bossi e l'europarlamentare amico di Marine Le Pen, Mario Borghezio

Boicottaggio a nord come a sud

Il 150° anniversario dell'Unità d'Italia sarà festeggiato con mostre, conferenze e concerti  in quasi tutte le città italiane. Sì, quasi tutte,  perché il presidente della provincia di Bolzano, Luis Durnwalder, del SVP (partito popolare del sud Tirolo) non ci pensa minimamente: «Ci riteniamo appartenenti a una minoranza austriaca e non abbiamo scelto di far parte dell’Italia»

Ma gli oppositori ai festeggiamenti non abitano solo nel nord d’Italia. Alcuni movimenti indipendentisti si trovano anche al sud, come i Comitati delle due Sicilie, un nome che ricorda il regno dei Borboni e un’organizzazione che non esita a parlare di un secolo e mezzo di colonialismo da parte del nord. Contro l’unità d’Italia impugnano lo stendardo delle Due Sicilie. La loro argomentazione? L’unificazione, detta Risorgimento, venne fatta contro il loro volere e in maniera sanguinolenta. In generale, il processo di unificazione è classificato come «rivoluzione dall’alto», a volte addirittura di «invasione illegale» e di «massacri» perpetrati nel sud della penisola. D’altra parte è impressionante constatare come, al momento dell’unificazione, la maggior parte degli italiani non parlasse italiano, ma dialetti o lingue regionali che tuttora rivestono un ruolo importante. La diffusione della lingua italiana è avvenuta in particolare attraverso la televisione.

La maggioranza degli italiani favorevoli, ma senza spirito festivo

Secondo il rapporto Gli italiani e lo Stato, l’88% degli intervistati considerano il processo d’unificazione nazionale come positivo o piuttosto positivo. Un recente sondaggio rivela inoltre che la sinistra aspetta il 17 marzo con un po’ più d’impazienza che la destra. Ciononostante, se la maggior parte degli italiani sono dell’idea che è giusto celebrare l’unificazione italiana, il loro cuore non è riempito di spirito festivo. Per la sociologa Maria Grazia Ruggerini, il 17 marzo non sarà un giorno molto diverso dagli altri, anche se è importante che sia festivo per non cedere alle rivendicazioni corporative della Lega Nord. La Dott.ssa Ruggerini egoista«Spero vivamente - dice la sociologa -  che la festa diventi un’occasione per ripensare agli elementi del Risorgimento, che a  tutt'oggi non sono stati ancora del tutto accettati».

Cucina, famiglia e regionalismo

Oltre agli slanci di indipendenza regionale, le reticenze nei confronti di tale festa, rivelano che l’identità italiana non è per nulla un’evidenza. «A parte in occasione delle grandi festività e delle partite di calcio, non mi sento veramente italiana», ammette Ilaria, una studentessa che si identifica più con il Salento, una zona della Puglia. Da cosa è caratterizzato dunque un italiano? Secondo Ilaria gli italiani sono riconosciuti dagli stranieri per il loro modo di vestirsi, di parlare e per una certa spontaneità espressiva. Secondo Ilvo Diamanti, presidente fondatore dell’Istituto di ricerche in sociologia Demos, si aggiungono qualità come «l’arte di arrangiarsi, l’attaccamento alla famiglia e al contesto locale». La cultura e soprattutto la cucina sono gli elementi che rendono un gran numero di italiani fieri del loro Paese, anche coloro che non sono per nulla patriottici.

L’Italia esiste, gli italiani no

La decisione di rendere il 17 marzo un giorno festivo ha evidenziato le separazioni in seno al governo. Tali divisioni sono minime in confronto alla netta frattura tra i sostenitori di Berlusconi e i suoi avversari. In occasione di una manifestazione, avvenuta il 24 febbraio scorso di fronte al Parlamento a Roma, contro le violenza in Libia, un oratore ha invitato gli italiani a seguire l’esempio delle rivoluzioni magrebine. Ma, nonostante la fiducia dei cittadini nei confronti del premier sia ai minimi storici (30%), l’idea di una rivoluzione italiana resta improbabile. La manifestazione del 13 febbraio che ha riunito un milione di persone, soprattutto donne, ha ricordato un’altra importante divisione, quella tra italiani e italiane. Con il motto «Se non ora quando», le manifestanti hanno denunciato il machismo incarnato dal berlusconismo. Dietro l’espressione "bunga bunga", si cela un intero sistema di potere.

La frattura nord/sud non esprime solamente il conflitto ideologico tra i diversi movimenti indipendentisti, ma rivela anche e soprattutto delle differenze economiche inaccettabili. Le quali contribuiscono a creare lo stereotipo secondo il quale il nord è ricco e «egoista» mentre il sud è povero e vero e proprio «fardello» per il nord. Oggi come oggi, al di là delle commemorazioni tumultuose, una cosa è certa: se l’unità d’Italia non fa l’unanimità, la ricchezza regionale del Paese rimane viva e le parole che Massimo d’Azeglio pronunciò 150 anni fa rimangono attuali: «Abbiamo fatto l’Italia. Ora dobbiamo fare gli italiani».

Questo articolo è stato pubblicato su babelmed.net, webmagazine sul Mediterraneo in quattro lingue

Foto: home-page ©Adrian Maganza; Viarggio (cc) Foto (cc) LucatraversA/flickr;  cibo tricolore: yosoynuts/flickr