L'infinita storia delle elezioni spagnole

Articolo pubblicato il 28 giugno 2016
Articolo pubblicato il 28 giugno 2016

La Spagna contraddice i sondaggi e giunge a risultati molto simili a quelli delle elezioni dello scorso dicembre. Il Partido Popular di Mariano Rajoy ne esce rafforzato, ma per formare un governo continuano a mancare accordi che includano più di due partiti.

Domenica i cittadini spagnoli sono tornati alle urne dopo sei mesi, confermando sostanzialmente quello che avevano votato lo scorso 20 dicembre. La Spagna ha prima di ogni cosa nuovamente bisogno di un accordo politico: alla luce del risultato uscito dalle urne, per formare il governo sarà necessaria la collaborazione di almeno tre partiti. Questo anche se le ultime elezioni hanno di fatto indicato un vincitore, il Partido Popular (PP) del primo ministro uscente Mariano Rajoy, che ha ottenuto 14 deputati in più della scorsa elezione a spese del partito emergente Ciudadanos. Queste cifre hanno di fatto contraddetto i sondaggi alla vigilia del voto, insieme ai seggi ottenuti dalla coalizione Unidos Podemos: solo 71 (gli stessi di dicembre), nonostante i sondaggi affermassero che avrebbe teoricamente potuto superare il Partito Socialista (PSOE), trovandosi quindi in seconda posizione per numero di preferenze.

Quanto hanno cambiato idea gli spagnoli in questi sei mesi? A parte la migrazione di voti da Ciudadanos al PP, i risultati elettorali descrivono un panorama politico sostanzialmente costante: due coalizioni (destra e sinistra) che si trovano costrette a scendere a patti tra di loro per governare. I consensi raccolti da Mariano Rajoy fanno pensare che possa essere lui il favorito a diventare Primo Ministro, nonostante il candidato socialista Pedro Sánchez non abbia ancora rinunciato alle proprie velleità in tal senso. Non bisogna dimenticare che tutti i partiti si sono opposti al PP nella scorsa legislatura, e nulla lascia presagire che questa volta il compito di Rajoy possa essere più semplice. Secondo una regola non scritta infatti è la lista più votata a dover inaugurare il giro di consultazioni per formare un nuovo governo. Giro che si spera possa iniziare già da luglio.

Inutile dire che i dubbi sulla necessità effettiva di ripetere le elezioni siano moltissimi. Perfino l'affluenza alle urne è stata identica a quella di dicembre (circa il 69%). L'unico ad aver tratto effettivi (seppur lievi) benefici da questi ultimi sei mesi di attesa è stato di fatto il Partido Popular, in barba ai sondaggi che lo davano perdente. Sondaggi inefficaci anche in un'altra predizione, quella della crescita della nuova coalizione Unidos Podemos nei confronti del PSOE. Al contrario, la decisione di Podemos di coalizzarsi con Izquierda Unida non ha evidentemente giovato al movimento di Pablo Iglesias. Un colpo non facile da incassare per un partito che domenica scorsa ambiva a diventare il nuovo riferimento della sinistra spagnola.

Ma non è tutto. Le elezioni di questo giugno evidenziano anche forti discrepanze generazionali, abbastanza simili a quelle osservate recentemente in occasione del referendum che ha sancito l'uscita del Regno Unito dall'Unione europea. Gli elettori sopra i 50 anni sono i principali sostenitori del partito uscito vincitore, mentre Unidos Podemos riscuote successo prevalentemente tra i giovani. In un paese con una popolazione decisamente anziana i partiti preferiti dagli elettori più avanti con l'età finiscono per imporsi sugli altri. Ma questo lo si sapeva già a dicembre. La verità è che la Spagna è rimasta uguale al 20 dicembre, se si escludono i 130 milioni di euro spesi per una esasperante campagna elettorale. La Spagna ha numerose sfide in agenda che devono essere affrontate, a cominciare dal taglio di 8.000 milioni di euro richiesto dalla Commissione Europea. Con un tasso di disoccupazione del 20% il paese non può permettersi un solo ulteriore mese di stallo da parte delle sue istituzioni. Vedremo se, mantenendo i toni bassi usati in campagna elettorale, le forze politiche saranno ora realmente più disposte a scendere a compromessi. L'alternativa è rimetterci la salute del paese.